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Si chiama Sayed Rahmatullah Hashimi. Era il giovane
emissario in Europa e negli Stati Uniti del regime afgano dei talebani,
l’‘ambasciatore’ del mullah Omar. Ha conosciuto Osama bin Laden a Kandahar. Nel
2001 ha fatto un viaggio negli Usa, diventando il volto dei talebani per il
pubblico americano. Ma la sua fama, Hashemi la deve ai 30 secondi che Michael
Moore gli ha dedicato nel suo Fahrenheit 9/11, immortalando il suo intervento
in una conferenza pubblica a Washington, nel marzo 2001, quando difese la
decisione di distruggere i millenari Buddha giganti di Bamiyan e rispose male
a
una donna che aveva sollevato il problema della condizione femminile sotto il
regime talebano. Oggi Sayed Rahmatullah Hashimi non è prigioniero a Guantanamo,
come molti ragazzi islamici innocenti: è studente a Yale, la più prestigiosa
università degli Stati Uniti.
Uno studente qualsiasi. Barba corta, vestito come
qualsiasi bravo ragazzo americano, Rahmatullah passeggia tra i vialetti alberati
nel vecchio campus di Yale con la cartella dei libri e degli appunti sotto
braccio. Sul suo orologio ha una bussola che gli indica la direzione della
Mecca, per le cinque preghiere quotidiane che non manca mai, lezioni
permettendo. Con i suoi amici, americani e pachistani, mangia sempre da Slifka,
la mensa ebraica del campus che cucina solo kosher. Per Rahmatullah, le lezioni
più interessanti del suo corso di scienze politiche, finora sono state
certamente quelle tenute dal professor Woodwell sul tema: ‘Terrorismo: passato,
presente e futuro’. Non solo per l’argomento, che lo riguardava molto da
vicino, ma anche per l’aula dove si svolgevano le lezioni. La prima volta che
è
entrato nell’affollata e austera Luce Hall, nel marzo 2005, Rahmatullah ha
avuto un deja-vù: ci era già stato quattro anni prima, nel marzo 2001, durante
la sua visita negli Stati Uniti. Era seduto in cattedra, in veste di
ambasciatore dei talebani. All’ennesima domanda sulla distruzione dei Buddha
giganti, Rahmatullah aveva perso la pazienza: “Voi occidentali ve ne fregate
della gente: vi importa solo delle statue!”. E sulle critiche alla condizione
femminile: “Beh, almeno le nostre donne hanno il diritto di non vedersi
sbattute mezze nude sulla fiancata di un autobus”. Quella dei cartelloni
pubblicitari che ritraggono donne svestite era un’ossessione che Rahmatullah si
portava dietro fin dal suo primo viaggio da diplomatico talebano, nel 1999, in
Germania. I manifesti di una ragazza con i seni scoperti all’aeroporto di
Amburgo era stato il primo impatto con una cultura completamente diversa dalla
sua.
Da profugo a talebano. Rahmatullah nasce nel 1978 a
Kohak, un piccolo villaggio nei pressi di Kandahar. Ma ci vive solo per quattro
anni, perché nel 1982 la sua famiglia scappa in Pakistan, come tantissimi
afgani che fuggono dalla guerra con i sovietici. A Quetta può studiare solo
fino ai dieci anni, quando nel 1989 suo padre decide di prenderlo con sé a
lavorare nella sua nuova bottega da calzolaio. Nel 1991, il tredicenne
Rahmatullah riesce però a convincere la sua famiglia ad iscriverlo a una scuola
in inglese per rifugiati, a Quetta: una scelta che avrebbe cambiato il suo
destino. Il 5 novembre 1994 i talebani conquistano Kandahar ponendo fine alla
sanguinosa guerra civile afgana seguita al ritiro dei russi. Rahmatullah ha
sedici anni quando fa ritorno in Afghanistan con suo padre. “I talebani erano
brava gente – ricorda lo studente di Yale in un’intervista al New York Times –,
avevano pacificato il paese, avevano portato la sicurezza. Dissi a mio padre
che volevo diventare uno di loro”. Due anni dopo, grazie al suo inglese,
Rahmatullah viene assunto come traduttore nell’ufficio del Ministero degli
Esteri a Kandahar. “Fu in quell’ufficio che conobbi Osama bin Laden, nel 1997,
quando venne a incontrarsi con l’incaricato d’affari del governo Usa”, racconta
Rahmatullah. “Lo rividi poi nel 1998 in una casa a Kandahar. C’era appena stato
il bombardamento Usa in rappresaglia agli attentati alle ambasciate americane
in Kenya e Tanzania. Mi ricordo che parlò contro la presenza militare Usa nella
terra santa saudita e anche contro Saddam Hussein”.
La missione negli Usa. Nel 1998 Rahmatullah inizia a
far carriera e viene mandato all’ambasciata afgana in Pakistan. Ma il salto lo
compie nel 2000, quando il mullah Wakil Ahmed Muttawakil diventa ministro degli
Esteri, nominando Rahmatullah emissario del governo di Kabul. Il giovane
diplomatico inizia a viaggiare regolarmente negli Stati del Golfo Persico e in
Europa. Ma è nel marzo 2001 che arriva il viaggio più importante, quello negli
Stati Uniti. Obiettivo: cercare di rompere l’isolamento in cui l’Afghanistan
dei talebani sta rapidamente precipitando, nel tentativo di far revocare le
sanzioni economiche appena imposte. Ma la missione di Rahmatulah parte sotto i
peggiori auspici, perché proprio in quei giorni il mondo è inorridito dalla
distruzione dei due Buddha di Bamiyan. Il giovane ambasciatore parte da Kabul
con in tasca una lettera del mullah Omar per il Dipartimento di Stato e nella
valigia un tipico tappeto afgano come dono per Bush. Prima di arrivare a
Washington, fa tappa a Los Angeles. All’Università della Sud California,
interpellato sui Buddha, Rahmatullah risponde: “Il mondo vuole distruggere il
nostro futuro con le sanzioni, quindi non ha il diritto di preoccuparsi del
nostro passato”. E su bin Laden: “Non saprei dire se lui è un terrorista, è
difficile dire cosa sia il terrorismo, soprattutto dopo che il vostro governo
ha ucciso 21 innocenti nell’attacco missilistico del 1998: quello non è terrorismo?”.
Enrico Piovesana