19/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Era l’emissario all’estero del mullah Omar. Oggi studia nella più prestigiosa università Usa
Hashimi nel 2001Si chiama Sayed Rahmatullah Hashimi. Era il giovane emissario in Europa e negli Stati Uniti del regime afgano dei talebani, l’‘ambasciatore’ del mullah Omar. Ha conosciuto Osama bin Laden a Kandahar. Nel 2001 ha fatto un viaggio negli Usa, diventando il volto dei talebani per il pubblico americano. Ma la sua fama, Hashemi la deve ai 30 secondi che Michael Moore gli ha dedicato nel suo Fahrenheit 9/11, immortalando il suo intervento in una conferenza pubblica a Washington, nel marzo 2001, quando difese la decisione di distruggere i millenari Buddha giganti di Bamiyan e rispose male a una donna che aveva sollevato il problema della condizione femminile sotto il regime talebano. Oggi Sayed Rahmatullah Hashimi non è prigioniero a Guantanamo, come molti ragazzi islamici innocenti: è studente a Yale, la più prestigiosa università degli Stati Uniti.
 
Hashimi oggiUno studente qualsiasi. Barba corta, vestito come qualsiasi bravo ragazzo americano, Rahmatullah passeggia tra i vialetti alberati nel vecchio campus di Yale con la cartella dei libri e degli appunti sotto braccio. Sul suo orologio ha una bussola che gli indica la direzione della Mecca, per le cinque preghiere quotidiane che non manca mai, lezioni permettendo. Con i suoi amici, americani e pachistani, mangia sempre da Slifka, la mensa ebraica del campus che cucina solo kosher. Per Rahmatullah, le lezioni più interessanti del suo corso di scienze politiche, finora sono state certamente quelle tenute dal professor Woodwell sul tema: ‘Terrorismo: passato, presente e futuro’. Non solo per l’argomento, che lo riguardava molto da vicino, ma anche per l’aula dove si svolgevano le lezioni. La prima volta che è entrato nell’affollata e austera Luce Hall, nel marzo 2005, Rahmatullah ha avuto un deja-vù: ci era già stato quattro anni prima, nel marzo 2001, durante la sua visita negli Stati Uniti. Era seduto in cattedra, in veste di ambasciatore dei talebani. All’ennesima domanda sulla distruzione dei Buddha giganti, Rahmatullah aveva perso la pazienza: “Voi occidentali ve ne fregate della gente: vi importa solo delle statue!”. E sulle critiche alla condizione femminile: “Beh, almeno le nostre donne hanno il diritto di non vedersi sbattute mezze nude sulla fiancata di un autobus”. Quella dei cartelloni pubblicitari che ritraggono donne svestite era un’ossessione che Rahmatullah si portava dietro fin dal suo primo viaggio da diplomatico talebano, nel 1999, in Germania. I manifesti di una ragazza con i seni scoperti all’aeroporto di Amburgo era stato il primo impatto con una cultura completamente diversa dalla sua.
 
La distruzione dei BuddhaDa profugo a talebano. Rahmatullah nasce nel 1978 a Kohak, un piccolo villaggio nei pressi di Kandahar. Ma ci vive solo per quattro anni, perché nel 1982 la sua famiglia scappa in Pakistan, come tantissimi afgani che fuggono dalla guerra con i sovietici. A Quetta può studiare solo fino ai dieci anni, quando nel 1989 suo padre decide di prenderlo con sé a lavorare nella sua nuova bottega da calzolaio. Nel 1991, il tredicenne Rahmatullah riesce però a convincere la sua famiglia ad iscriverlo a una scuola in inglese per rifugiati, a Quetta: una scelta che avrebbe cambiato il suo destino. Il 5 novembre 1994 i talebani conquistano Kandahar ponendo fine alla sanguinosa guerra civile afgana seguita al ritiro dei russi. Rahmatullah ha sedici anni quando fa ritorno in Afghanistan con suo padre. “I talebani erano brava gente – ricorda lo studente di Yale in un’intervista al New York Times –, avevano pacificato il paese, avevano portato la sicurezza. Dissi a mio padre che volevo diventare uno di loro”. Due anni dopo, grazie al suo inglese, Rahmatullah viene assunto come traduttore nell’ufficio del Ministero degli Esteri a Kandahar. “Fu in quell’ufficio che conobbi Osama bin Laden, nel 1997, quando venne a incontrarsi con l’incaricato d’affari del governo Usa”, racconta Rahmatullah. “Lo rividi poi nel 1998 in una casa a Kandahar. C’era appena stato il bombardamento Usa in rappresaglia agli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania. Mi ricordo che parlò contro la presenza militare Usa nella terra santa saudita e anche contro Saddam Hussein”.
 
Hashimi a Los Angeles, 2001La missione negli Usa. Nel 1998 Rahmatullah inizia a far carriera e viene mandato all’ambasciata afgana in Pakistan. Ma il salto lo compie nel 2000, quando il mullah Wakil Ahmed Muttawakil diventa ministro degli Esteri, nominando Rahmatullah emissario del governo di Kabul. Il giovane diplomatico inizia a viaggiare regolarmente negli Stati del Golfo Persico e in Europa. Ma è nel marzo 2001 che arriva il viaggio più importante, quello negli Stati Uniti. Obiettivo: cercare di rompere l’isolamento in cui l’Afghanistan dei talebani sta rapidamente precipitando, nel tentativo di far revocare le sanzioni economiche appena imposte. Ma la missione di Rahmatulah parte sotto i peggiori auspici, perché proprio in quei giorni il mondo è inorridito dalla distruzione dei due Buddha di Bamiyan. Il giovane ambasciatore parte da Kabul con in tasca una lettera del mullah Omar per il Dipartimento di Stato e nella valigia un tipico tappeto afgano come dono per Bush. Prima di arrivare a Washington, fa tappa a Los Angeles. All’Università della Sud California, interpellato sui Buddha, Rahmatullah risponde: “Il mondo vuole distruggere il nostro futuro con le sanzioni, quindi non ha il diritto di preoccuparsi del nostro passato”. E su bin Laden: “Non saprei dire se lui è un terrorista, è difficile dire cosa sia il terrorismo, soprattutto dopo che il vostro governo ha ucciso 21 innocenti nell’attacco missilistico del 1998: quello non è terrorismo?”.
Ma il naufragio finale della missione diplomatica si consuma in un incontro pubblico a Washington, nella scena immortalata da Michael Moore, quando un’attivista femminista vestita con il burqa si alza e se lo leva urlando: “Avete imprigionato le donne! E’ un orrore!”, e Rahmatullah: “Sono davvero spiacente per suo marito: deve essere davvero dura per lui”. Interviste televisive e giornalistiche fanno comunque di lui il volto del regime talebano agli occhi dell’opinione pubblica statunitense.
 
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Enrico Piovesana

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