Protestava con 15mila indios Nasa contro Uribe e il Tlc. E' morto ucciso dalla polizia

Un piccolo fiume che si
fa strada sulla terra cotta dal sole scorre rapido, denso, quasi interminabile.
Normale in un paesaggio bucolico e affascinante come quello del Cauca
colombiano, se non fosse che da ieri il fiume è macchiato dal sangue di un
Nasa, un indigeno, ammazzato come un cane.
Normale anche questo per
un paese in guerra come la Colombia, a parte il piccolo particolare che gli
indigeni Nasa non sono in guerra con nessuno, usano sempre e solo la non
violenza e si fanno rispettare e si difendono con un semplice bastone sacro,
pieno di nastri colorati. Sono in mezzo a una guerra questo sì, fra i
guerriglieri di ispirazione marxista-leninista e il governo reazionario. Vivono
in mezzo al fuoco incrociato cercando di non perdere speranza e dignità.
Per questo hanno occupato
ieri la Panamericana che taglia in due il loro territorio. L’arteria principale
del traffico latinoamericano è stata tagliata da una barricata di alberi e
camion rovesciati e una folla colorata armata di cartelli e canti popolari l’ha
invasa. Quindicimila persone: intere famiglie, compatte e convinte, schierate
per una stessa causa. E’ così che si muovono i Nasa. La loro forza è l’unione.
Sono una catena umana. È su di loro che si sono
avvicinati, all’improvviso, quattro elicotteri dell’esercito. Hanno sparato gas
lacrimogeni e aperto il fuoco: il panico. Bambini che scappano, donne incinte
stese per terra, sangue, feriti e il corpo di Pedro Coscue senza vita.
Benvenuti in Colombia. La manifestazione
pacifica, come le molte che si susseguono in questi giorni, contro il trattato
di libero commercio, contro le fumigazioni indiscriminate che colpiscono le
loro coltivazioni, e contro la rielezione di Alvaro Uribe, il presidente che ha
portato
il paese in una delle valli più oscure della sua storia, si è trasformata in un
campo di battaglia.
Questa è la Colombia. Il
paese dove i paramilitari si trasformano in mafia o in gruppi di vigilanza
privata, in eserciti al soldo dei narcotrafficanti emergenti, magari
moltiplicandosi in gruppi paramilitari ancora più estremi. E il tutto sotto il
nome di processo di smobilitazione. Qui il vuoto creato dall’uso della violenza
contro la gente inerme, viene riempito dall’esercito e dalle forze di polizia,
pronte a scattare a difendere lo status quo. È questa la “Seguridad democratica”
di Uribe.
Ed è stata proprio
un’operazione di “Seguridad democratica” a uccidere Pedro, pacifista in un
paese guerrafondaio, che cerca di apparire ufficialmente impegnato in quello
che viene definito un difficoltoso ma fruttuoso processo di pace.
Nel bel mezzo della
legalizzazione del peggiore degli eserciti paramilitari, una polizia agli
ordini di un presidente in caduta libera nei sondaggi elettorali, allergico
agli oppositori, ha assassinato un innocente indigeno, mentre protestava per il
rispetto dei suoi diritti della sua gente, calpestata da 500 anni.
Falsità ufficiali. Il ministro degli interni
Vega, appare in televisione per commentare la protesta Nasa e il blocco della
Panamericana e senza esitazione afferma che dietro le sacrosante proteste degli
indigeni ci sono i guerriglieri delle Farc (Forze armate rivoluzionalrie
colombiane). Dunque i Nasa sarebbero manipolati dalla guerriglia. Invece si
tratta di una popolazione talmente organizzata e piena di dignità da aver
dichiarato guerra alla guerra da anni. I Nasa sono migliaia e hanno proprie
istituzioni indipendenti e riconosciute. Grazie ai loro capi, rispettati ed
eletti democraticamente, hanno potuto concordare rispetto e neutralità con
tutte le parti in lotta in Colombia. E da ognuna ha ricevuto attestati di stima
e di rispetto. Il loro è un processo pluriennale. Non sono poveri indios
sprovveduti e fuori dalla realtà. Sono uno stato nello stato, compatto e forte.
Quelle di Vega sono
dunque affermazioni paradossali, ma allo stesso tempo normali per un ministro
di un presidente eletto per 300mila voti raccolti con la violenza paramilitare.
Eletto grazie alle losche operazioni di quello che era il capo del Das (polizia
segreta colombiana) Noguera, costretto a dimettersi per lo scandalo della
connivenza con il paramilitarismo, quindi premiato da Uribe con il consolato di
Milano e poi cacciato di nuovo per lo scandalo che continua a far tremare le
fondamenta del potere uribista.
Buio sul futuro. La giornata della
manifestazione pacifica si chiude dunque con un morto, 60 feriti, tra cui donne
e bambini, e 10 persone scomparse. I soccorsi sono stati lenti, ostruiti
dall’esercito che ne ha impedito per interminabili minuti il passaggio.
Se questo è il clima
della campagna elettorale, cosa ci aspetta durante il secondo mandato del favorito
Uribe?