Le sfide, anche morali, che si trova ad affrontare il mondo musulmano nella lotta al male

“C’è stata un’evoluzione nella preoccupazione dell’Islam di fronte all’Aids.
La malattia è apparsa con brutalità, in modo eccezionale. Il suo modo di contaminare
stupiva. Molti fantasmi e misteri sono stati proiettati a proposito della malattia
e dei suoi portatori. Non c’è stata razionalità nel modo di procedere. Con il
passare del tempo, questi presupposti sono crollati, soprattutto quello che l’epidemia
non avrebbe potuto toccare i Paesi musulmani perché le loro popolazioni avevano
una moralità molto elevata. In questo immaginario la contaminazione presupponeva
relazioni omosessuali, e dunque non poteva riguardare i musulmani. Ora è d’obbligo
constatare che ci sono stati e ci sono malati di Aids nei Paesi musulmani”.
Dalil Boubakeur non è un musulmano qualunque. E’ il rettore della grande moschea
di Parigi e, in quest’intervista concessa alla rivista francese Chretiens et Sida, sul tema del rapporto tra Islam e diffusione dell’Aids, riflette sulla presa
di coscienza progressiva che tutto il mondo musulmano - come del resto anche quello
cristiano - ha vissuto rispetto a un male che, come nessun altro, porta con sé
un bagaglio di pregiudizi e giudizi morali.
La presa di coscienza. “Un altro presupposto voleva che l’Aids fosse un segno di maledizione di Dio
di fronte alla depravazione e alla tossicodipendenza”, racconta Boubakeur, “l’Aids
è stato escluso da ogni discussione teologica perché non entrava, apparentemente,
in uno stile di vita normale che rifiuta l’omosessualità, la tossicodipendenza
e la relazione eterosessuale adultera. La contaminazione col sangue e la contaminazione
feto-placentare hanno messo in dubbio questa certezza morale. L’Aids poteva toccare
allo stesso modo il credente che rispettava scrupolosamente le norme e quello
che non lo faceva. Oggi, non si può incriminare un qualunque peccato e ricondurlo
ad una disobbedienza a Dio. Questa visione accigliata e corrucciata e di rifiuto
ha lasciato il posto alla presa di coscienza di questa malattia e dei suoi malati.
A partire dagli anni ‘90, una fase più razionale e oggettiva della malattia ha
incoraggiato l’Islam ad un vera fase di riflessione e di ricerca medica su questa
patologia”.

Un percorso difficile per un mondo che vive la medicina come fattore moralizzante
della società, contrapposta in maniera orgogliosa alla laicizzazione scientifica,
simbolo dell’Occidente. Una rigidità che è stata però intaccata dai numeri: secondo
le ultime ricerche sarebbero 540 mila i contagiati dal virus HIV nei paesi del
Nord Africa e del Medio Oriente. Solo nel 2004 sarebbero morte 28 mila persone
di Aids e ci sarebbero stati 92 mila nuovi contagi nella zona.
I dati non sono certi, come in altre parti del mondo. Nel mondo islamico il problema
della mancanza di cifre e stime affidabili si aggrava a causa della sostanziale
coincidenza che alcuni governi percepiscono tra potere politico e immagine del
paese, tra problemi pubblici e religione. La carenza di apparati pubblici di prevenzione
e controllo, i fattori di rischio dovuti alle caratteristiche dei paesi della
regione, quasi tutti caratterizzati da popolazione molto giovane e da alti livelli
di disoccupazione e analfabetismo, concorrono all'approssimazione dei dati acquisiti.
Un rapporto delicato. Un testo illuminante in questo senso è Islam, musulmani e bioetica di Dariush Atighetchi. Il testo del filosofo ed esperto di bioetica laico, formatosi
in Italia analizza il rapporto delle quattro principali scuole canoniche dell’Islam
sunnita (Hanafita, Malikita, Shafiita e Hanbalita) e il loro rapporto con la scienza e la ricerca medica degli ultimi anni. Lo
studioso individua il problema principale della lotta alla diffusione del virus
nella mancanza di comunicazione di base.

Per Atighetchi, tutta la ricerca e il confronto scientifico, avviene solo a livello
istituzionale, lasciando completamente tagliata fuori la società civile. Manca
l’informazione nelle scuole e nelle case, spesso unico interfaccia sociale delle
donne. La
sharia (la legge coranica) investe tutti gli aspetti della vita dei fedeli, pubblici
e privati. Per il filosofo, le quattro correnti sunnite mostrano “differenze e
varietà di posizioni entro un comune contesto religioso”. Resta quindi un problema
di comunicazione dall’alto verso il basso. Alcune correnti sono più aperte al
progresso della prevenzione in questo campo della ricerca, altre lo sono meno,
ma tutte guardano con diffidenza alla corretta informazione delle popolazioni.
Temi come l’aborto, l’omosessualità, la tossicodipendenza o la contraccezione
restano tabù in una società dove tutto è legato alla morale religiosa. In Iran,
nella cittadina di Kermanshah, un’indagine condotta tra le prostitute del luogo,
rivelò che solo la metà di loro usano preservativi perché troppo costosi. Ancora,
in Libia c’è stata un’esplosione dei casi di contagio a causa di siringhe infette,
proprio quando l’acquisto delle stesse è stato reso più difficoltoso nelle farmacie
del Paese.
Il problema c’è e va affrontato, prima che la situazione precipiti come nel resto
dell’Africa o in Cina. Il passaggio sempre più massiccio di popolazioni provenienti
dall’Africa subsahariana sulle rotte dell’immigrazione sta facendo aumentare le
cifre ogni giorno. Come diceva il rettore Boubakeur adesso c’è coscienza del problema.
Non bisogna limitarsi a quello.