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Senza esclusione di colpi. Andiamo con ordine.
“Questo passo è il risultato tangibile della storica decisione presa dai libici
nel 2003 di rinunciare al terrorismo e di abbandonare le armi di sterminio. La
Libia rappresenterà un modello da prendere come esempio”. Con queste parole
Condoleezza Rice, segretario di Stato Usa, ha commentato la decisione dell’amministrazione
Bush di riaprire i rapporti diplomatici con Tripoli. L’evento è il culmine
della strategia politica di Gheddafi che, in particolare dopo l’invasione
dell’Iraq nel 2003, ha compreso come le relazioni internazionali siano
profondamente mutate. Il Colonnello per anni ha provocato, grazie all’esistenza
dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, presentandosi come il paladino del
panarabismo dopo Nasser in Egitto. Dopo la rivoluzione del 1969, quando il
giovane colonnello Gheddafi guida un colpo di stato contro il re libico Idriss,
i rapporti tra Washington e la Libia si deteriorano sempre più. Nel 1972 i
primi screzi, ma è nel 1981 che gli Usa interrompono le relazioni diplomatiche
con Gheddafi, accusato di essere il principale sponsor del terrorismo internazionale.
Due gli episodi principali: l’attentato a Berlino nel 1986, davanti a una
discoteca frequentata da militari Usa (che causa la morte di due soldati
statunitesi, di una donna turca e il ferimento di oltre 200 persone) e la bomba
sul volo 103 della Pan Am, nei cieli di Lockerbie, in Scozia, che causò la
morte di 270 persone. La reazione degli Stati Uniti fu durissima: una serie di
attacchi militari contro la Libia culminati nel bombardamento di Tripoli
ordinato dal presidente Usa in persona, Ronald Reagan, che causò la morte di 40
persone, tra cui la figlia più piccola del Colonnello, Hanna.
Folgorati sulla via del petrolio. Come si è passati
da un odio tanto profondo alle dichiarazioni d’amore delle ultime ore? Il
percorso di riavvicinamento è cominciato nel 1999, quando Gheddafi, sempre più
isolato a livello internazionale e di fronte alla crisi economica del Paese,
decide di dare un segnale alla comunità internazionale consegnando due
ufficiali dei servizi segreti libici sospettati di aver pianificato e
realizzato l’attentato di Lockerbie. Da quel momento, grazie alle riserve
petrolifere della Libia, che a causa dell’embargo internazionale sono state
fino a ora sottoutilizzate, gli Stati Uniti e il resto del mondo cambiano
atteggiamento verso Tripoli. Nel 2003, spaventato dalla sorte toccata a Saddam,
che lo fa temere per il suo destino, Gheddafi rinuncia pubblicamente al
programma militare per la produzione di armi chimiche e atomiche. Questo è il
passaggio fondamentale, quello che serviva all’amministrazione Bush per
presentare Gheddafi come un uomo nuovo, una sorta di paladino della pace, il
cui mutamento sarebbe servito da monito a tutti i dittatori anti – americani.
Tutti soddisfatti quindi: Gheddafi esce dall’isolamento internazionale che ne
mina il regime e gli Stati Uniti, a gennaio 2005, incassano la vittoria, per le
loro aziende petrolifere, del bando per l’esplorazione di 15 blocchi nel
deserto libico. La riapertura della sede diplomatica Usa a Tripoli è solo la
fine del grande freddo cominciato 25 anni fa.
Linguaggio doppio. Gheddafi
ha avuto ancora una volta ragione, quindi,
cogliendo al volo il momento di perpetuare il suo potere attraverso repentini
mutamenti di linea politica. L’appoggio
incondizionato degli Stati Uniti e della comunità internazionale hanno aperto
le porte al rinascimento economico della Libia, paese che si avvicinava al
collasso. Sistemata la politica internazionale, il Colonnello può dedicarsi
agli affari. Il turismo in primis. Per il 2006, il governo di Tripoli ha
stanziato fondi per 3 miliardi di dollari finalizzati alla creazione di
strutture alberghiere in grado di ospitare, secondo i calcoli del ministero del
turismo, 10 milioni di visitatori dal 2005 al 2015. Lo sdoganamento
internazionale apre infatti la strada del turismo a luoghi meravigliosi come le
rovine di Shahat, Sahratha e Abikamash. Un altro capitolo chiave dello sviluppo
libico passa dal termine del Great Man-Made River Project, un progetto
grandioso del regime finalizzato a risolvere il problema della carenza di acqua
potabile in Libia. Il progetto, che consiste in un’immensa rete di pipeline che
porteranno l’acqua dalla profondità del deserto a tutto il Paese, è cominciato
nel 1984 e ha un costo previsto di 20 miliardi di dollari. Un business enorme,
al quale non mancheranno di partecipare le aziende statunitensi ed europee.
Mentre fa affari d’oro, e reprime qualunque opposizione interna, forte
dell’appoggio delle grandi potenze, Gheddafi pensa anche a salvare la faccia.
E’ difficile per lui, dopo decenni di retorica antiamericana, far accettare il
suo nuovo ruolo di amico di Washington. La soluzione è quella di fare delle
cose e dirne, allo stesso tempo, altre. Mentre firma contratti miliardari con
gli Usa, organizza a Tripoli, per il ventennale del bombardamento che gli ha
ucciso una figlia, un concerto commemorativo con la partecipazione di Lionel
Ritchie e Josè Carreras. Per dire al suo popolo che lui non dimentica e allo
stesso tempo ricordare ai suoi nuovi amici che anche lui ha sofferto e che tutti
lo debbono ricordare. Una sorta di credito politico permanente.
L’altra sponda. Lo stesso meccanismo diplomatico che Gheddafi
utilizza con l’Italia. Il 17 febbraio scorso, a causa delle dichiarazioni
irresponsabili dell’allora ministro per le Riforme italiano, Roberto Calderoli,
che apparve in televisione con una maglietta che raffigurava le vignette
blasfeme sul Profeta, un gruppo di manifestanti assalta il consolato italiano
a
Bengasi. Undici manifestanti vengono uccisi dalla polizia libica e la tensione
è alle stelle. Gheddafi, mentre tutti si concentrano sul rispetto dei simboli
religiosi e sulla brutale repressione dei militari libici, sposta completamente
l’attenzione dell’opinione pubblica, sostenendo che quello che è successo è
l’ultimo retaggio della sanguinosa colonizzazione italiana della Libia. Le
recriminazioni per le stragi italiane in Libia mettono alle strette il governo
Berlusconi che, in un baleno, s’impegna a costruire un’autostrada costiera in
Libia come risarcimento per le sofferenze inflitte alla popolazione libica
negli anni di dominio coloniale. Gheddafi ha incassato il massimo. Cosa che si
prepara a fare con il futuro governo Prodi. Secondo fonti di PeaceReporter
sul posto, Tripoli si prepara ad allentare i controlli sulle coste per far
esplodere un’emergenza migranti sulle coste italiane. Nessun governo italiano,
per come i media trattano il tema dell'immigrazione, può permettersi un flusso
indiscriminato di migranti. Per questo il governo Berlusconi, nel 2003, aveva
investito quantità ingenti di denaro per gli accordi con la Libia, in modo da
co-gestire le espulsioni dei clandestini dal nostro paese verso strutture in
territorio libico, come quella di Sebha. A febbraio 2006, durante un’audizione
del Copaco (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani),
il comandante del Sisde generale Mori ha denunciato le condizioni inumane del
centro e le violazioni sistematiche dei diritti dei migranti reclusi nello
stesso. Ma il nuovo governo italiano, che si trova sotto schiaffo per motivi
d’immagine, farà fatica a chiedere chiarimenti su come sono stati spesi i soldi
dell’accordo con l’Italia. E così Gheddafi, ancora una volta, ha vinto.Christian Elia