
La
DynCorp, società di servizi specializzata in servizi militari, ha
ottenuto dozzine di piccoli contratti in tutti il mondo,
dall’Afghanistan al confine messicano, e molti di questi hanno portato
la compagnia in acque agitate. Recentemente il Ministro della Difesa
Francese, Michelle Alliot-Marie, recatosi in visita al presidente
Afgano Hamid Karzai è stato sentito affermare che il comportamento
delle guardie del corpo di Karzai fornite proprio da DynCorp “da
un’impressione molto brutta” per la maniera aggressiva con cui trattano
i visitatori. Lo stesso staff della sicurezza di Colin Powel, secondo
il
Washington Post, è andato
su tutte le furie in una occasione per il modo in cui erano stati trattati dalle
guardie della DynCorp.
Mike Dickerson, direttore delle
comunicazioni di Computer Sciences Corporation, società che controlla la DynCorp,
ha declinato qualsiasi commento sul provvedimento del Dipartimento di Stato, ma
ha sottolineato come il Governo abbia nel contempo anche affermato che la DynCorp
fornisce “eccellenti” servizi nelle difficili e pericolose condizioni dell’Afghanistan.
Ma il ruolo della DynCorp in un altro contratto rilasciato dal Dipartimento
di Stato relativo al famoso Plan Colombia sembra disegnato appositamente per aggirare
le leggi Usa. Recentemente, Washington ha fornito nell’ambito del
conflitto colombiano più di 70 elicotteri Black Hawk e Huey ed altro equipaggiamento
militare che viene gestito e fatto volare da compagnie a contratto private.
Ansioso di non permettere il riperetsi delle “guerre segrete”
condotte dal Pentagono in Laos e Cambogia negli anni ’60, il Congresso
ha limitato il numero del personale statunitense che può operare in
Colombia a 400 militari e 400 civili a contratto. La legge degli Stati
Uniti richiede inoltre una notifica diretta al congresso per qualsiasi
esportazione di servizi militari decisa dal Governo che superi i 50
milioni di dollari di controvalore.
Ma limitando ogni singolo contratto a qualche milione di dollari, etichettandolo
come “missione di pace”, impiegando personale di compagnie militari private di
provenienza Cia o forze speciali ed infine utilizzando anche professionisti stranieri
(che non ricadono nel limite dei 400 impiegati) decade il dovere di notifica al
Congresso e perciò risulta quasi impossibile controllare tutti questi contratti.

A parte il rischio di azioni non autorizzate condotte dall’esecutivo Usa al di
sopra del controllo del Congresso, c’è anche una ragione più prosaica di domandarsi
se l’uso delle compagnie militari private sia davvero il miglior modo per gli
Stati Uniti (o in generale per le nazioni ricche dell’Occidente) di condurre la
propria politica estera. Come nella ben documentata serie di abusi condotti da
Halliburton e da altri “contractors” in Iraq, anche Pae (
Pacific Architects & Engineers) possiede una propria storia
di accuse per eccessiva fatturazione.
PAE, che offre anche supporto a molti progetti di estrazione di petrolio in
giro per il mondo, è stata coinvolta in molte missioni di peacekeeping in Africa,
come ad esempio il trasporto (sia aereo che marittimo) di personale e materiale,
la manutenzione di equipaggiamento e la fornitura di cibo, benzina ed acqua per
i caschi blu Onu presenti in Congo nel 2001 ed in Sierra Leone nel 2003.
Il comportamento della compagnia in Congo è stato messo sotto investigazione
da funzionari delle Nazioni Unite per il suo altissimo costo. La compagnia vinse
l’appalto per il supporto della missione di pace Onu in Congo al fine di sostituire
alcuni specialisti delle Forze Aeree Sudafricane, ma quando i manager di PAE arrivarono
sul posto semplicemente misero sotto contratto i professionisti Sudafricani con
salari migliori ed in dollari, con il risultato che i servizi rimasero identici
e i costi aumentarono di molto.
Le accuse di favoritismi nella concessione dell’appalto furono inizialmente fatte
cadere, ma quando i costi totali della missione superarono i 75 milioni di dollari,
a fronte di un contratto iniziale con tetto di 34,2 milioni di dollari, un’investigazione
dovette necessariamente partire. I consulenti Onu analizzarono da capo il contratto,
presentando un rapporto all’Assemblea Generale che criticava fortemente la decisione
di rigettare un’iniziale proposta meno costosa. L’appalto venne assegnato a PAE
per la ragione che Crown Agents, compagnia disposta ad eseguire il compito per
12 milioni di dollari di compenso in meno, “aveva fornito informazioni incomplete”.
I consulenti trovarono invece che tale miglior offerente era stato “erroneamente
penalizzato” e che le informazioni che si ritenevano mancanti (dettagli su come
equipaggiare e gestire sette piste aeree) erano in realtà pienamente a disposizione
della commissione d’appalto.
Peter Singer, analista di Brookings Institution e massimo esperto mondiale di
compagnie militari, non è così sicuro che l’uso segreto e saltuario di compagnie
private sia il miglior modo per supportare operazioni di peacekeeping: “Si sta
sviluppando la tendenza per cui quando il governo statunitense decide
di sostenere missioni di pace in Africa – prima in Liberia ed ora in Sudan – sempre
di più cerca di evitare un chiaro coinvolgimento politico cercando di non utilizzare
mezzi ufficiali governativi. Ci sono ovvie ragioni per voler fare ciò, ma è necessario
anche che se ne valutino gli svantaggi a livello di dibattito politico”.
Chiaramente invece per l’attuale amministrazione Usa i rischi derivanti dall’utilizzo
di compagnie a contratto sono ampiamente sopravanzati dai benefici. Se la missione
di peacekeeping in Darfur dovesse avere successo, il governo ne potrebbe trarre
credito. Ma se qualcosa dovesse andare storto, come nel caso della Bosnia, saranno
solo i professionisti privati ad essere ripresi per i loro errori.
Non stupisce quindi il profondo attacco alle missioni internazionali di pace
che alcuni ambienti della politica statunitense stanno conducendo. Il presidente
della Sottocommissione per l’Africa della Camera dei Rappresentanti Usa, il repubblicano
Ed Royce (California), ha infatti recentemente affermato: “C’è spazio per un grande
miglioramento nelle operazioni di pace condotte dall’Onu, che sono state spesso
flagellate da molti problemi, come ad esempio la scarsa preparazione delle truppe,
l’inabilità a proteggere i civili, la insostenibilità economica”. Per questo motivo
Royce ha invece suggerito che le compagnie militari private potrebbero avere un
ruolo decisivo nel sistemare “il continente più percosso dalle guerre”.
“Con così tante regioni Africane in crisi”, ha continuato Royce, “dobbiamo ampliare
il nostro modo di pensare” verso misure alternative come gli appalti esterni a
privati perché “la sicurezza è una parte essenziale dello sviluppo africano. Abbiamo
usato tali compagnie in Liberia e in Costa d’Avorio, e so che ora nostre compagnie
sono sul campo per supportare le forze di Pace dell’Unione Africana”
Sarebbe interessante chiedere al Deputato Royce come mai tra le “nuove forme
di pensiero” non viene mai considerata la possibilità di risolvere i problemi
relativi ai conflitti dell’Africa e del mondo con azioni di vero sviluppo, di
riequilibrio delle risorse e delle ingiustizie e con interventi di natura prettamente
nonviolenta.
Così come ci piacerebbe chiedere se, per caso, lui o qualcuno della sua famiglia
o del suo entourage possiede interessi in qualcuna delle innumerevoli e molto
redditizie compagnie militari private che stanno crescendo a dismisura nel mondo
economico e politico dell’Occidente del terzo millennio.
Francesco Vignarca
(Rete disarmo)