16/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Al via disarmo e registrazione dei votanti. Ma il tempo stringe
L’annuncio tanto atteso è arrivato la scorsa settimana, per bocca del premier Charles Konan Banny: il programma di disarmo dei ribelli e delle milizie armate comincerà il 18 maggio, assieme al processo di identificazione e registrazione degli aventi diritto al voto. Spianando, in teoria, la strada alle elezioni del 31 ottobre prossimo in Costa d’Avorio. Sarà la volta buona? Ad Abidjan come a Bouakè, roccaforte dei ribelli, se lo chiedono da troppo tempo.
 
Il presidente ivoriano Laurent GbagboLa guerra. Esattamente da quando, nell’ottobre del 2002, un fallito colpo di stato contro il presidente Laurent Gbagbo fece precipitare il Paese nella guerra civile. Da allora, l’ex-perla africana dell’impero coloniale francese è divisa in due: a nord i ribelli delle Forces Nouvelles, a sud l’esercito governativo, e in mezzo i 10 mila soldati neutrali divisi tra i Francesi dell’operazione Licorne e i caschi blu dell’Onuci, impegnati a far rispettare il cessate-il-fuoco. Lo stallo dura ormai da anni, e tutti i tentativi per arrivare a un disarmo delle formazioni armate e all’organizzazione delle elezioni sono stati costantemente frustrati. Colpa del disinteresse della comunità internazionale, della scarsa volontà di Gbagbo di rimettere il suo mandato al giudizio popolare, o della paura dei ribelli di tornare nell’oblio dopo aver deposto le armi?
 
I sangue misto. Quale che sia la ragione, chi voleva buttare a mare il processo di pace finora è riuscito nel suo intento. Le elezioni presidenziali, previste inizialmente per l’ottobre 2005, sono state spostate di 12 mesi per consentire il disarmo e la registrazione dei votanti. Operazione non da poco, quest’ultima, perché racchiude la disputa sui “sangue misto”, i milioni di abitanti della Costa d’Avorio settentrionale che hanno genitori provenienti dai vicini Mali e Burkina Faso. Giunti nel Paese durante il periodo d’oro, per lavorare nelle piantagioni di cacao e caffè, sono considerati cittadini di serie B da buona parte degli Ivoriani. E i ribelli, almeno a parole, hanno preso le armi per difenderne i diritti.
 
Un soldato dell'operazione Licorne controlla l'evacuazione di cittadini francesiPerplessità. La svolta di Banny arriva al momento giusto, per risolvere uno stallo che stava diventando preoccupante. La concomitanza tra il processo di disarmo e la registrazione dei votanti è l’unica soluzione che possa soddisfare entrambe le parti, ma ora viene il difficile: la sua applicazione. Finora, le parti hanno dimostrato una singolare bravura nello svuotare di significato tutti gli accordi di pace firmati. La lista è lunga: Marcoussis, Accra I e II, Pretoria… Stavolta, però, anche se dovesse andare tutto liscio, i mediatori internazionali cominciano a dubitare che ci sia tempo sufficiente per completare le operazioni di preparazione al voto entro il 31 ottobre prossimo. Non mancano solo i documenti elettorali, ma anche quelli di identità, vista la situazione di sfacelo in cui si trova l’anagrafe nazionale. E se la scadenza non venisse rispettata, cosa potrebbe accadere?
 
Paure e speranze. Nessuno se lo augura, ma la possibilità di una ripresa delle ostilità diventerebbe concreta. L’Onu ha già fatto sapere che non prolungherà più il mandato di Gbagbo, come fatto lo scorso ottobre. Ciò significa che, il 1 novembre prossimo, il Paese potrebbe trovarsi senza un capo di stato, senza un Parlamento legittimo e con un processo di pace “scaduto”. Tre ottime ragioni per dare credito a Banny e al suo programma di lavoro. Il tempo stringe, ma nel Paese del cacao non tutto è perduto. Men che meno la speranza. 

Matteo Fagotto

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