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La guerra. Esattamente da quando, nell’ottobre del 2002, un fallito
colpo di stato contro il presidente Laurent Gbagbo fece precipitare il Paese
nella guerra civile. Da allora, l’ex-perla africana dell’impero coloniale
francese è divisa in due: a nord i ribelli delle Forces Nouvelles, a sud l’esercito governativo, e in mezzo i 10
mila soldati neutrali divisi tra i Francesi dell’operazione Licorne e i caschi
blu dell’Onuci, impegnati a far rispettare il cessate-il-fuoco. Lo stallo dura
ormai da anni, e tutti i tentativi per arrivare a un disarmo delle formazioni
armate e all’organizzazione delle elezioni sono stati costantemente frustrati.
Colpa del disinteresse della comunità internazionale, della scarsa volontà di
Gbagbo di rimettere il suo mandato al giudizio popolare, o della paura dei
ribelli di tornare nell’oblio dopo aver deposto le armi?
Perplessità. La svolta di Banny arriva al momento giusto, per
risolvere uno stallo che stava diventando preoccupante. La concomitanza tra il
processo di disarmo e la registrazione dei votanti è l’unica soluzione che
possa soddisfare entrambe le parti, ma ora viene il difficile: la sua applicazione.
Finora, le parti hanno dimostrato una singolare bravura nello svuotare di
significato tutti gli accordi di pace firmati. La lista è lunga: Marcoussis,
Accra I e II, Pretoria… Stavolta, però, anche se dovesse andare tutto liscio,
i
mediatori internazionali cominciano a dubitare che ci sia tempo sufficiente per
completare le operazioni di preparazione al voto entro il 31 ottobre prossimo.
Non mancano solo i documenti elettorali, ma anche quelli di identità, vista la
situazione di sfacelo in cui si trova l’anagrafe nazionale. E se la scadenza
non venisse rispettata, cosa potrebbe accadere?Matteo Fagotto