Contraddizioni, forti fortissime contraddizioni,
animano la Romania e me che ho la fortuna di viverci da un po’ di tempo.
Contraddizioni che a colpo d’occhio verrebbe da condannare come naturale
effetto della vita di un popolo che ha conosciuto la democrazia da pochissimo,
e magari in tempi in cui la stessa democrazia liberal-capitalista non se la
cava splendidamente. Ma è troppo facile e sbrigativo ragionare e guardare alle
realtà con gli occhi di chi usa come solo metro di valutazione gli stigma ed i
luoghi comuni che confortano un comodo senso di superiorità, e assopiscono ogni
curioso sforzo di indagine e di approfondita conoscenza di ciò che accade
davvero.
Chi parla a bocca piena di sviluppo, cambiamento,
crescita, evoluzione, miglioramento delle condizioni dell’uomo grazie al
“libero mercato”, venga pure a fare due passi con me in questo Paese
bellissimo.
Attenzione: non oso fregiarmi di alcuna bandiera o
ideologia - laddove avesse ancora un qualunque senso parlarne - tanto meno sono
tentato dall’imbastire un’accusa al “sistema” - parola che per qualche oscura
ragione ho appreso proprio dai “movie” statunitensi -.
Credo, credo con forza nella Democrazia, nelle
Libertà eque, condivise e rispettose, nelle Opportunità e nei Diritti umani. Ma
diffido della democrazia che ho sotto gli occhi, quella che sventola con forza
la bandiera dei diritti e del benessere per privilegiare i soliti interessi, i
soliti pochi interessi. Miseri interessi.
Ma ancora attenzione: non illudiamoci che un
ragazzo al di là dell’ormai abbattuto muro abbia scoperto chissà quale orrida
nuova inaspettata verità che confermi il sospetto fantasticato da molti.
Da piccolo italiano voglio smentire immediatamente
qualunque sana supposizione figlia di menti benpensanti. Per questa volta il
nostro dotto e magistrale “l’avevo detto
io, lo sapevo” voglio fermarlo in
gola ad ogni tentato accenno.
Qui in Romania, Paese così discusso con somma
cialtroneria e davvero poco conosciuto, io continuo a percepire con estrema
facilità i colori e i sentimenti che ornano la vita dell’Italia nata e
cresciuta sotto quel vento “che da
occidente porta lo sviluppo” e che da anni soffia anche da questa parte del
mondo.
Con estrema e facile chiarezza, qui è possibile
vedere in quale realtà tutti viviamo perché il vento delle nuove fragorose
promesse è ancora forte del suo impeto iniziale ed il Paese non ha ancora
raggiunto quel maturo equilibrio che in un certo senso copre le contraddizioni
evidenti
saziando la testa di molti.
Qui l’equilibrio è precario e le contraddizioni
sono palesi.
Valori, propositi, intenzioni; bello spettacolo.
Ma la gente comune, quella che tutti rappresentano ma a cui nessuno crede, vive
e si sfama di altro.
“Paese giovane
e promettente”, “in pieno sviluppo”,
tante sono le etichette utilizzate diffusamente per definire un momento della
storia di transizione della Romania da oriente ad occidente.
Ho potuto vedere da vicino, e continuo a vedere,
piccoli spettacoli quotidiani a volte tragicomici e, a volte, di spietata e
preoccupante crudezza.
Numeri
Si consideri, ad esempio, che un litro di benzina
in Romania costa mediamente poco meno che in Italia. Si tenga conto anche del
fatto che un portalettere, che percorre a piedi chilometri al giorno lungo i
centri abitati che costellano la periferia di grandi città, guadagna mediamente
80-100 euro al mese; una miseria, considerando che non ha a disposizione alcun
mezzo di locomozione e che, fra le tante responsabilità, ha anche il gravoso
incarico di dover consegnare direttamente le pensioni sociali, facendo, così,
anche da portavalori. Comunque una miseria.
E i pensionati, quelli che hanno lavorato per anni
in nome dell propria mera sussistenza garantita dalla pretesa equità sociale
comunista? A loro toccano mediamente 50-70 euro al mese.
Per non parlare delle case che hanno dei costi
esagerati.
Nella capitale il prezzo di un monolocale che
possa godere del sospetto di una vivibile e sicura decenza è di almeno 400
euro. Nelle grandi città periferiche che non possono fregiarsi dello stesso
tenore di vita capitolino si va dai 150 euro in su. E parlo solo dell’affitto.
Il vento che ha iniziato a soffiare dopo la
rivoluzione del 1989, facendosi largo fra le macerie lasciate dall’antico
regime, ha dato vita ad una classe di nuovi ricchi che si aggira attorno al 3%
della popolazione, ed ha generato anche una classe media che, dopo 15 anni, è
arrivata a costituire il 30% della popolazione. Il resto della gente continua
a
vivere poco al di sopra della stimata soglia di povertà.
I 300 uomini più ricchi della Romania detengono il
25% della ricchezza dell’intero Paese.
Siamo nella media e nulla, mi sembra, sia cambiato
sotto il sole.
La
capitale
La Romania ha una capitale bella, piena di gente
ed estenuata dal traffico. Ricca di monumenti, musei, iniziative culturali.
Ornata da palazzi dalla fastosa architettura mitteleuropea ottocentesca e
illuminata da nuovi e sfavillanti palazzi di vetro e centri direzionali dal
carattere sicuramente internazionale. Abbassando gli occhi, nei parcheggi e
lungo le strade che circondano queste luminose sedi, si vedono automobili
lussuosissime; coupe’, berline e jeep provenienti da ogni continente e nazione,
cilindrate che rasentano il demenziale e che hanno comunque un solo comune
denominatore: il lusso.
Le persone che abitano queste sedi e guidano le
versioni full-optional di ogni marca
sembrano uscite dagli ultimi numeri delle riviste di alta moda. Soffici e
confortevoli griffes coprono dalla
testa ai piedi le persone del nuovo successo.
Ma, accanto alla neve bianca e soffice c’è sempre
un po’ di fango.
Negli stessi parcheggi, oltre alle normali
utilitarie, spiccano come un pugno in faccia vecchie Trabant e Dacia di
evidente sapore comunista. Vecchie autovetture che hanno visto gli storici
cambiamenti di questo Paese e che ancora accompagnano gli animi di molti lungo
le stesse nuove strade.
Io mi muovo per le strade della capitale con i
mezzi pubblici sui quali difficilmente riesco a sentirmi solo. Autobus, tram e
metropolitane sono sempre affollatissime e la gente si accalca, si stringe e si
fa strada pur di avere qualche centimetro sul primo mezzo disponibile. In
genere, mi permetto di perdere un po’ di tempo aspettando una copia del numero
300 che mi garantisca un po’ più di spazio e di aria da respirare. Anche gli
autobus sono una summa delle stesse contraddizioni. All’esterno campeggiano,
affisse in versioni coloratissime, le pubblicità delle ultime e più avvincenti
serie tv americane dai personaggi stravaganti ed avvincenti. All’interno, masse
umane strette come sardine, di mattina ancora sonnecchianti e rassegnate ad
un’altro giorno di lavoro o di scuola, e la sera prese dalla fretta di tornare
finalmente a casa.
La sola cosa in comune fra chi usa il mezzo
pubblico urbano per vincere il mercato e chi per muoversi, è il fatto di
reincontrarsi la sera anche a casa, in salotto, alla tv.
Per le strade centrali di Bucarest mi capita di
assistere spesso al fragoroso passaggio di cortei presidenziali e ministeriali
con autovetture scure scortate da mezzi della polizia a sirene spiegate, folle
velocità e disposte in impeccabile formazione aerea. Bello vedere come il caos
assillante e disordinato proprio di ogni capitale si fermi, ammutolisca e
attenda in religioso silenzio il passaggio spettacolare di chi amministra la
gente in nome della gente.
Lungo una strada centralissima, viale degli
Aviatori, che parte da piazza della Vittoria, dove troneggia il Palazzo del
Governo, ho potuto assistere a qualcosa che mi ha lasciato un forte amaro in
bocca. Era sera, forse le 20:00; un agente impegnato ad un posto di blocco
della polizia alza la paletta rossa nell’intenzione di fermare un fuoristrada
scuro che teneva una velocità evidentemente troppo sostenuta. La vettura non si
è fermata. Ho visto l’agente parlare alla radio della propria pattuglia
sicuramente per far presente la cosa a qualcun’altro che potesse intervenire,
ma lì per lì lo spettacolo è stato sconfortante.
Ancora in centro, per le stesse strade, mi capita
di vedere anziani davvero malconci; vestiti lisi e consumati, l’andare è stanco
e lo stato d’animo è cupo; sono i
pensionati di cui parlavo prima, che il cambiamento non possono fare altro che
sopportarlo a bocca aperta e, troppo spesso, vuota.
Bucarest è una grande città, all’avanguardia,
pronta. È dotata anche di due aeroporti internazionali, uno dei quali ospita
gli arrivi e le partenze delle compagnie low
cost. Nello stesso aeroporto, il Baneasa, ho visto una fila interminabile
di affilati e splendenti jet personali ed aerei privati poggiati delicatamente
a terra. Un parco velivoli da fare invidia a qualunque altro aereoporto
internazionale.
Periferie
Mi capita frequentemente di viaggiare in treno, ed
una volta ho assistito a qualcosa che sul primo momento non riuscivo a
definire. Stazione “Gara de Nord” di Bucarest, la stazione ferroviaria
principale. Ore 11:30, compro il mio biglietto per un Rapido diretto verso la
periferia del Paese - praticamente uguale agli espressi delle ferrovie italiane
-. Ore 11:50, salgo sul mio treno, vagone 5, posto 34. Mi trovo nello stesso
scompartimento con un signore anziano e 4 giovani sulla ventina. Per un po’ di
tempo ho visto parlottare l’anziano con questi ragazzi, con un po’ di tensione
e preoccupazione. Qualcosa mi insospettiva ma, non conoscendo bene la lingua e
non comprendendo bene quindi cosa si stessero dicendo, non potevo capire subito
cosa fosse in corso. Dopo un’oretta arriva il controllore, prende il mio
biglietto, lo oblitera, tutto in regola; controlla l’unico biglietto degli
altri 5 occupanti lo scompartimento, tutto in regola. Dai commenti fatti dal
capotreno e dal signore anziano mi sono reso conto che i 4 ragazzi risultavano
dal biglietto nipoti di quest’ultimo. Il ferroviere si era accorto della macchinazione
fatta per ottenere lo sconto, ha fatto le sue battute, ma chiaramente non se
l’era sentita di multarli. Ho potuto
visitare e vivere alcuni villaggi romeni, quelli delle periferie del Paese,
quelli lontani dai centri vitali, mal collegati, trascurati, a volte soli.
Villaggi semplici, che si arrampicano sulle
colline e si fanno spazio tra laghi e fiumi. Coloratissimi, vissuti, con
casette e villette dai giardini ampi su entrambi i lati della strada. Hanno un
aspetto antico, dalle strade senza asfalto e piene di buche, dove i cambiamenti
di stagione sono un vero problema. Con una giornata di pioggia tutto diventa
fangoso e poco confortevole. Con la neve ed il ghiaccio, la circolazione
diventa davvero difficile, molte volte impossibile. Cose di altri tempi. In
questi centri abitati si toccano con mano le vite semplici e un po’ distaccate
dalle frenesie stressanti delle grandi città. Si coltivano ancora relazioni di
buon vicinato e amichevole solidarietà. Quando la macchina di qualcuno si ferma
inesorabilmente fra le trappole innevate, tutti escono dal caldo delle proprie
case a dare una mano nel tentativo di rimettere in carreggiata il mezzo. La
mattina presto, nelle giornate più fredde e difficili, chi va a lavoro dà
volentieri un passaggio a scuola ai bambini dei vicini che non hanno la fortuna
di avere un’automobile.
Si va avanti insieme, e grazie ai racconti del
dopo cena degli anziani si ricorda con affetto il passato, la vita nei
villaggi, quella semplice, difficile e calda vita dei tempi che hanno preceduto
le angherie del comunismo.
Nuove
generazioni
I giovani romeni; noi siamo davvero uguali
dappertutto.
I giovani romeni li ho visti, e li ho visti
all’opera. Ho avuto la fortuna di visitare e aggirarmi per alcune Universita’,
notando con stupore ed ammirazione i rapporti di profonda collaborazione e
complicità che intrattengono con i propri professori, giovani anche loro,
anagraficamente o di spirito, che hanno il coraggio, da noi a volte ritenuto
poco accademico, di non scordarsi di essere giovani, e di vantarsene.
Ho avuto l’onore di assistere alla discussione di
diverse tesi di Laurea. Tensioni e paure dissoltesi in grandissime
soddisfazioni o, solo, nella consapevolezza di aver terminato finalmente un
faticoso periodo della propria preparazione.
Nelle Università, dove non si riesce con i mezzi
tecnici e le infrastrutture - spesso sono grandemente migliori di quelle che ho
potuto vedere e vivere in Italia - si sopperisce con grande preparazione e passione per ciò che si fa.
Bene, anche qui, l’unico modello per cui i giovani
sono target dei media, delle mode e delle tendenze è sempre e solo lo stesso.
Bisogna correre e agitarsi per il successo, quello incondizionato e a tutti i
costi. Si deve sviluppare un fine gusto per il bello, ma per il “bello da
consumarsi preferibilmente”.
David Beckham e Jennifer Lopez, per citarne solo
alcuni, sono ovunque; sulle copertine delle riviste, sui cartelloni
pubblicitari, sull’involucro di classici o nuovi dissetanti, e ripetono sempre
le stesse parole. Estenuanti.
La Romania è ciò che vi ho detto, ma non solo; è
molto di più. La Romania è gente, è entusiasmo, calore, voglia di fare e di
andare avanti. È anche stanchezza, rassegnazione, gioia, dedizione, sincerità.
Basta guardare e criticare. Basta con le facili sentenze.
Dobbiamo, qui come altrove, alzare la voce, con dolcezza, e pretendere. Non
dobbiamo adeguarci comodamente e assecondare il vento.
Un cambiamento migliore, più sano, puo’ esserci;
un miglioramento slegato dai soliti interessi e dalle macro-strategie che
dimenticano le micro-vite di molti. Dipende da noi. Nella speranza che la
Democrazia e i Diritti non rimangano staccate realtà metafisiche dimentiche dell’uomo, bisogna insistere.
Fabio La Marca