15/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Romania: le vecchie contraddizioni del nuovo Occidente
Contraddizioni, forti fortissime contraddizioni, animano la Romania e me che ho la fortuna di viverci da un po’ di tempo. Contraddizioni che a colpo d’occhio verrebbe da condannare come naturale effetto della vita di un popolo che ha conosciuto la democrazia da pochissimo, e magari in tempi in cui la stessa democrazia liberal-capitalista non se la cava splendidamente. Ma è troppo facile e sbrigativo ragionare e guardare alle realtà con gli occhi di chi usa come solo metro di valutazione gli stigma ed i luoghi comuni che confortano un comodo senso di superiorità, e assopiscono ogni curioso sforzo di indagine e di approfondita conoscenza di ciò che accade davvero.
Chi parla a bocca piena di sviluppo, cambiamento, crescita, evoluzione, miglioramento delle condizioni dell’uomo grazie al “libero mercato”, venga pure a fare due passi con me in questo Paese bellissimo.
Attenzione: non oso fregiarmi di alcuna bandiera o ideologia - laddove avesse ancora un qualunque senso parlarne - tanto meno sono tentato dall’imbastire un’accusa al “sistema” - parola che per qualche oscura ragione ho appreso proprio dai “movie” statunitensi -.
Credo, credo con forza nella Democrazia, nelle Libertà eque, condivise e rispettose, nelle Opportunità e nei Diritti umani. Ma diffido della democrazia che ho sotto gli occhi, quella che sventola con forza la bandiera dei diritti e del benessere per privilegiare i soliti interessi, i soliti pochi interessi. Miseri interessi.
Ma ancora attenzione: non illudiamoci che un ragazzo al di là dell’ormai abbattuto muro abbia scoperto chissà quale orrida nuova inaspettata verità che confermi il sospetto fantasticato da molti.
Da piccolo italiano voglio smentire immediatamente qualunque sana supposizione figlia di menti benpensanti. Per questa volta il nostro dotto e magistrale “l’avevo detto io, lo sapevo” voglio fermarlo in gola ad ogni tentato accenno.
Qui in Romania, Paese così discusso con somma cialtroneria e davvero poco conosciuto, io continuo a percepire con estrema facilità i colori e i sentimenti che ornano la vita dell’Italia nata e cresciuta sotto quel vento “che da occidente porta lo sviluppo” e che da anni soffia anche da questa parte del mondo.
Con estrema e facile chiarezza, qui è possibile vedere in quale realtà tutti viviamo perché il vento delle nuove fragorose promesse è ancora forte del suo impeto iniziale ed il Paese non ha ancora raggiunto quel maturo equilibrio che in un certo senso copre le contraddizioni evidenti saziando la testa di molti.
Qui l’equilibrio è precario e le contraddizioni sono palesi.
Valori, propositi, intenzioni; bello spettacolo. Ma la gente comune, quella che tutti rappresentano ma a cui nessuno crede, vive e si sfama di altro.
Paese giovane e promettente”, “in pieno sviluppo”, tante sono le etichette utilizzate diffusamente per definire un momento della storia di transizione della Romania da oriente ad occidente.
Ho potuto vedere da vicino, e continuo a vedere, piccoli spettacoli quotidiani a volte tragicomici e, a volte, di spietata e preoccupante crudezza.
 
Numeri
Si consideri, ad esempio, che un litro di benzina in Romania costa mediamente poco meno che in Italia. Si tenga conto anche del fatto che un portalettere, che percorre a piedi chilometri al giorno lungo i centri abitati che costellano la periferia di grandi città, guadagna mediamente 80-100 euro al mese; una miseria, considerando che non ha a disposizione alcun mezzo di locomozione e che, fra le tante responsabilità, ha anche il gravoso incarico di dover consegnare direttamente le pensioni sociali, facendo, così, anche da portavalori. Comunque una miseria.
E i pensionati, quelli che hanno lavorato per anni in nome dell propria mera sussistenza garantita dalla pretesa equità sociale comunista? A loro toccano mediamente 50-70 euro al mese.
Per non parlare delle case che hanno dei costi esagerati.
Nella capitale il prezzo di un monolocale che possa godere del sospetto di una vivibile e sicura decenza è di almeno 400 euro. Nelle grandi città periferiche che non possono fregiarsi dello stesso tenore di vita capitolino si va dai 150 euro in su. E parlo solo dell’affitto.
Il vento che ha iniziato a soffiare dopo la rivoluzione del 1989, facendosi largo fra le macerie lasciate dall’antico regime, ha dato vita ad una classe di nuovi ricchi che si aggira attorno al 3% della popolazione, ed ha generato anche una classe media che, dopo 15 anni, è arrivata a costituire il 30% della popolazione. Il resto della gente continua a vivere poco al di sopra della stimata soglia di povertà.
I 300 uomini più ricchi della Romania detengono il 25% della ricchezza dell’intero Paese.  
Siamo nella media e nulla, mi sembra, sia cambiato sotto il sole.
 
La capitale
La Romania ha una capitale bella, piena di gente ed estenuata dal traffico. Ricca di monumenti, musei, iniziative culturali. Ornata da palazzi dalla fastosa architettura mitteleuropea ottocentesca e illuminata da nuovi e sfavillanti palazzi di vetro e centri direzionali dal carattere sicuramente internazionale. Abbassando gli occhi, nei parcheggi e lungo le strade che circondano queste luminose sedi, si vedono automobili lussuosissime; coupe’, berline e jeep provenienti da ogni continente e nazione, cilindrate che rasentano il demenziale e che hanno comunque un solo comune denominatore: il lusso.
Le persone che abitano queste sedi e guidano le versioni full-optional di ogni marca sembrano uscite dagli ultimi numeri delle riviste di alta moda. Soffici e confortevoli griffes coprono dalla testa ai piedi le persone del nuovo successo.
Ma, accanto alla neve bianca e soffice c’è sempre un po’ di fango.
Negli stessi parcheggi, oltre alle normali utilitarie, spiccano come un pugno in faccia vecchie Trabant e Dacia di evidente sapore comunista. Vecchie autovetture che hanno visto gli storici cambiamenti di questo Paese e che ancora accompagnano gli animi di molti lungo le stesse nuove strade.
Io mi muovo per le strade della capitale con i mezzi pubblici sui quali difficilmente riesco a sentirmi solo. Autobus, tram e metropolitane sono sempre affollatissime e la gente si accalca, si stringe e si fa strada pur di avere qualche centimetro sul primo mezzo disponibile. In genere, mi permetto di perdere un po’ di tempo aspettando una copia del numero 300 che mi garantisca un po’ più di spazio e di aria da respirare. Anche gli autobus sono una summa delle stesse contraddizioni. All’esterno campeggiano, affisse in versioni coloratissime, le pubblicità delle ultime e più avvincenti serie tv americane dai personaggi stravaganti ed avvincenti. All’interno, masse umane strette come sardine, di mattina ancora sonnecchianti e rassegnate ad un’altro giorno di lavoro o di scuola, e la sera prese dalla fretta di tornare finalmente a casa.
La sola cosa in comune fra chi usa il mezzo pubblico urbano per vincere il mercato e chi per muoversi, è il fatto di reincontrarsi la sera anche a casa, in salotto, alla tv.
Per le strade centrali di Bucarest mi capita di assistere spesso al fragoroso passaggio di cortei presidenziali e ministeriali con autovetture scure scortate da mezzi della polizia a sirene spiegate, folle velocità e disposte in impeccabile formazione aerea. Bello vedere come il caos assillante e disordinato proprio di ogni capitale si fermi, ammutolisca e attenda in religioso silenzio il passaggio spettacolare di chi amministra la gente in nome della gente.
Lungo una strada centralissima, viale degli Aviatori, che parte da piazza della Vittoria, dove troneggia il Palazzo del Governo, ho potuto assistere a qualcosa che mi ha lasciato un forte amaro in bocca. Era sera, forse le 20:00; un agente impegnato ad un posto di blocco della polizia alza la paletta rossa nell’intenzione di fermare un fuoristrada scuro che teneva una velocità evidentemente troppo sostenuta. La vettura non si è fermata. Ho visto l’agente parlare alla radio della propria pattuglia sicuramente per far presente la cosa a qualcun’altro che potesse intervenire, ma lì per lì lo spettacolo è stato sconfortante. 
Ancora in centro, per le stesse strade, mi capita di vedere anziani davvero malconci; vestiti lisi e consumati, l’andare è stanco e lo stato d’animo è cupo;  sono i pensionati di cui parlavo prima, che il cambiamento non possono fare altro che sopportarlo a bocca aperta e, troppo spesso, vuota.
Bucarest è una grande città, all’avanguardia, pronta. È dotata anche di due aeroporti internazionali, uno dei quali ospita gli arrivi e le partenze delle compagnie low cost. Nello stesso aeroporto, il Baneasa, ho visto una fila interminabile di affilati e splendenti jet personali ed aerei privati poggiati delicatamente a terra. Un parco velivoli da fare invidia a qualunque altro aereoporto internazionale.
 
Periferie
Mi capita frequentemente di viaggiare in treno, ed una volta ho assistito a qualcosa che sul primo momento non riuscivo a definire. Stazione “Gara de Nord” di Bucarest, la stazione ferroviaria principale. Ore 11:30, compro il mio biglietto per un Rapido diretto verso la periferia del Paese - praticamente uguale agli espressi delle ferrovie italiane -. Ore 11:50, salgo sul mio treno, vagone 5, posto 34. Mi trovo nello stesso scompartimento con un signore anziano e 4 giovani sulla ventina. Per un po’ di tempo ho visto parlottare l’anziano con questi ragazzi, con un po’ di tensione e preoccupazione. Qualcosa mi insospettiva ma, non conoscendo bene la lingua e non comprendendo bene quindi cosa si stessero dicendo, non potevo capire subito cosa fosse in corso. Dopo un’oretta arriva il controllore, prende il mio biglietto, lo oblitera, tutto in regola; controlla l’unico biglietto degli altri 5 occupanti lo scompartimento, tutto in regola. Dai commenti fatti dal capotreno e dal signore anziano mi sono reso conto che i 4 ragazzi risultavano dal biglietto nipoti di quest’ultimo. Il ferroviere si era accorto della macchinazione fatta per ottenere lo sconto, ha fatto le sue battute, ma chiaramente non se l’era sentita di multarli.  Ho potuto visitare e vivere alcuni villaggi romeni, quelli delle periferie del Paese, quelli lontani dai centri vitali, mal collegati, trascurati, a volte soli.
Villaggi semplici, che si arrampicano sulle colline e si fanno spazio tra laghi e fiumi. Coloratissimi, vissuti, con casette e villette dai giardini ampi su entrambi i lati della strada. Hanno un aspetto antico, dalle strade senza asfalto e piene di buche, dove i cambiamenti di stagione sono un vero problema. Con una giornata di pioggia tutto diventa fangoso e poco confortevole. Con la neve ed il ghiaccio, la circolazione diventa davvero difficile, molte volte impossibile. Cose di altri tempi. In questi centri abitati si toccano con mano le vite semplici e un po’ distaccate dalle frenesie stressanti delle grandi città. Si coltivano ancora relazioni di buon vicinato e amichevole solidarietà. Quando la macchina di qualcuno si ferma inesorabilmente fra le trappole innevate, tutti escono dal caldo delle proprie case a dare una mano nel tentativo di rimettere in carreggiata il mezzo. La mattina presto, nelle giornate più fredde e difficili, chi va a lavoro dà volentieri un passaggio a scuola ai bambini dei vicini che non hanno la fortuna di avere un’automobile.
Si va avanti insieme, e grazie ai racconti del dopo cena degli anziani si ricorda con affetto il passato, la vita nei villaggi, quella semplice, difficile e calda vita dei tempi che hanno preceduto le angherie del comunismo.  
 
Nuove generazioni
I giovani romeni; noi siamo davvero uguali dappertutto.
I giovani romeni li ho visti, e li ho visti all’opera. Ho avuto la fortuna di visitare e aggirarmi per alcune Universita’, notando con stupore ed ammirazione i rapporti di profonda collaborazione e complicità che intrattengono con i propri professori, giovani anche loro, anagraficamente o di spirito, che hanno il coraggio, da noi a volte ritenuto poco accademico, di non scordarsi di essere giovani, e di vantarsene.
Ho avuto l’onore di assistere alla discussione di diverse tesi di Laurea. Tensioni e paure dissoltesi in grandissime soddisfazioni o, solo, nella consapevolezza di aver terminato finalmente un faticoso periodo della propria preparazione.
Nelle Università, dove non si riesce con i mezzi tecnici e le infrastrutture - spesso sono grandemente migliori di quelle che ho potuto vedere e vivere in Italia - si sopperisce con  grande preparazione e passione per ciò che si fa.
Bene, anche qui, l’unico modello per cui i giovani sono target dei media, delle mode e delle tendenze è sempre e solo lo stesso. Bisogna correre e agitarsi per il successo, quello incondizionato e a tutti i costi. Si deve sviluppare un fine gusto per il bello, ma per il “bello da consumarsi preferibilmente”.
David Beckham e Jennifer Lopez, per citarne solo alcuni, sono ovunque; sulle copertine delle riviste, sui cartelloni pubblicitari, sull’involucro di classici o nuovi dissetanti, e ripetono sempre le stesse parole. Estenuanti.
 
La Romania è ciò che vi ho detto, ma non solo; è molto di più. La Romania è gente, è entusiasmo, calore, voglia di fare e di andare avanti. È anche stanchezza, rassegnazione, gioia, dedizione, sincerità.
Basta guardare e criticare. Basta con le facili sentenze. Dobbiamo, qui come altrove, alzare la voce, con dolcezza, e pretendere. Non dobbiamo adeguarci comodamente e assecondare il vento.
Un cambiamento migliore, più sano, puo’ esserci; un miglioramento slegato dai soliti interessi e dalle macro-strategie che dimenticano le micro-vite di molti. Dipende da noi. Nella speranza che la Democrazia e i Diritti non rimangano staccate realtà metafisiche  dimentiche dell’uomo, bisogna insistere.
 
Fabio La Marca 

 
Categoria: Popoli
Luogo: Romania