Una serata tra i ragazzi di strada di Santa Cruz, fra gli sguardi duri di una vita amara e difficile
scritto per noi da
Mauro Furlan
Santa Cruz, capitale economica
e crocevia dello sviluppo boliviano, fino a 20 anni fa era una piccola città.
Finita l’epoca
delle miniere, si è sviluppata l’agricoltura dando impulso alla coltivazione della
soia e a grandi allevamenti. Questa provincia, da sola, è più grande dell'Italia
ed è la
parte pianeggiante della Bolivia. La città, febbricitante di commercio, è attraversata
dal vento che alza la polvere, tanto che alla sera hai gli occhi che bruciano.
Alloggiamo a Casa Mitai, un progetto per aiutare i ragazzi lavoratori
di strada.
Niños de la calle. Il “Techo Pinardi”, progetto di accoglienza notturna per ragazzi di strada,
diretto dai salesiani, è a pochi passi da Casa Mitai, nella zona centrale della
città. Uno dei giorni precedenti, passando, avevamo incontrato Paolo, un giovane
veneziano che da due anni fa servizio in questa casa. Ci aveva detto di tornare
dopo le 7 di sera, quando i ragazzi arrivano. A Santa Cruz in questa stagione
(autunno) il sole tramonta alle 18. E' già scuro quando arriviamo al Techo Pinardi.
Un giardino, una tettoia, un piccolo campetto da calcetto, edifici a un piano
tutto attorno, e una grande immagine di don Bosco giovane. Gli sguardi dei ragazzi
ci sfiorano e non si fissano. Paolo compare e mi saluta, ma subito un ragazzino
gli si avvicina. Lui gli chiede se si sia lavato, il ragazzino sorride e annuisce,
e Paolo per capire se è vero gli annusa la testa. Poi mi chiede scusa e mi lascia
perché sta seguendo un'attività.
All’ultimo goal. I ragazzi vanno e vengono: chi fa la doccia, chi va in infermeria a curarsi qualche
ferita. Nel campetto da calcio, quattro ragazzini stanno giocando. Uno di loro,
appena mi vede, chiede: "Facciamo una partita?". Divide rapidamente il gruppo,
chiama altri e si inizia. Non mi sono presentato, non serve. Mi metto in porta.
La palla è flaccida, ma per giocare basta qualcosa che assomigli ad una palla.
Io ho le scarpe, loro no: chi è a piedi nudi e chi indossa una ciabatta, ma solo
sul piede che serve per tirare. La palla non vuole correre e il gioco sembra diventare
una lotta libera. I ragazzini si muovono come una nuvola attorno a un pallone
che non può andare lontano e il gioco diventa un corpo a corpo, una disputa piede
contro piede. Comunque si riesce anche a fare goal. Ad un certo punto si stancano
e spariscono.
A dama con gli scacchi.“Il Techo Pinardi è la prima tappa – racconta Jesus, educatore del centro - Noi
qui accogliamo i ragazzi per dormire. Apriamo alle 18 per l’accoglienza, fino
alle 22, e poi la mattina alle 8 tutti fuori. A chi vuole uscire dalla vita di
strada proponiamo per un mese di dormire qui e durante il giorno di andare in
un'altra casa dei salesiani, dove si studia e si fanno attività educative. Noi
non spingiamo perché vadano a lavorare. Dopo un mese di lento inserimento possono
andare in una delle nostre case di accoglienza”. Accanto a noi due ragazzi di
12
anni giocano a dama con le pedine degli scacchi. Quando uno di loro arriva a fare
dama, la pedina si trasforma in una regina che si muove in tutte le direzioni:
ogni paese ha il suo modo di giocare. Arrivano grida dal cortile. È ora di andare
a mangiare. Seguo il gruppo al refettorio. I tavoli sono rotondi e i ragazzi siedono
sugli sgabelli. I sei educatori in piedi. Paolo prende la parola e parla delle
attività e degli appuntamenti.
Gli sguardi. I ragazzi hanno volti magri, tesi, pieni delle ferite della strada. Chi ha denti
rotti, chi un occhio chiuso. Tutti hanno capelli nerissimi e diritti. I volti
dei poveri sono sempre pronunciati: lineamenti forti, così lontani da quelli dei
fotomodelli. La maggioranza è di Santa Cruz. Osserviamo le loro mosse. Sono più
controllati che sulla strada. Lì sono i padroni, si muovono agili, le regole
le fanno loro, sono imprevedibili e minacciosi. Qui invece si sottomettono alle
regole, pur con grandi sforzi. Lo stile resta aggressivo, giocano e si provocano
continuamente. Arriva il piatto con il cibo e ancor prima che vengano distribuiti
i cucchiai si mettono a mangiare con le mani. Riso, carne, pomodoro a cubetti.
Divorano tutto velocemente: la fame è tanta. Gli ossi della carne li sputano al
centro del tavolo.
Storia di tutti i giorni. Non serve chiedere qual è la loro storia e perché sono sulla strada: è sempre
la stessa solfa. Non hanno famiglia, erano poveri, vivevano in un tugurio. Tutte
storie di povere famiglie o di famiglie inesistenti o assenti. Storie di abbandono. Figli di nessuno. Naufraghi di una
nave affondata nella tempesta, afferrati a una fragile tavola, a un istinto di
sopravvivenza in lotta con un mare che vuole solo ingoiarli.
Entra una ragazza, vede un posto libero, si siede, reclama il piatto. Ha gli
occhi lucidi: ha sniffato colla. Gli altri la prendono in giro, lei non cede,
urla più forte. Nessuno molla e cominciano le minacce. Nessuno cede. Intervengono
gli educatori e la spostano a fatica in un altro tavolo. È la legge della strada:
mai cedere, colpire per primo, mai farsi mettere sotto, mai arrendersi, tener
duro fino alle botte. La ragazza ha circa 15 anni, un linguaggio e un comportamento
che evidenziano un passato lastricato di aggressività e violenza.
Arriva l’infermiera con la sua scatoletta. Vaccinazione contro la rosolia. In
Bolivia c’è la campagna per vaccinarsi gratuitamente. Tutti si mettono in fila,
ma la maggioranza ha paura della puntura sul braccio. E’ strano vedere ragazzi
che lottano ogni giorno per sopravvivere, tremare e retrocedere di fronte a una
puntura.
È l’ora dello svago. C’è il corso per giocolieri. Due ragazzi tedeschi hanno portato tutti gli attrezzi:
palline, cerchi, birilli, piatti, e un monociclo. Molti prendono
gli attrezzi e fanno pratica, mentre più in là un altro gruppo sceglie il ping
pong. Un ragazzino si allontana, lo seguo con lo sguardo e lo vedo vomitare sull`erba.
Dopo aver sputato tutto ritorna e mi dice che è colpa della droga che ha inspirato.
Sono quasi le 10 di sera, i due tedeschi raccolgono gli attrezzi. I ragazzi vanno
a dormire. Li saluto. Uno di loro mi dice: “Zio, vieni anche domani a insegnarci
il ping pong?”. Gli rispondo: “Certo, domani la seconda lezione”. Mi guarda con
il suo sorriso sdentato e mi dice, in italiano: "Buonanotte".