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Ipotesi di viaggio. L’idea era piuttosto semplice: le
tre agenzie di viaggio, la Jaha Tours, la Saba Tours e la PolluzhaTours, con sedi a Treviso e a Pristina, s’incaricavano, con la
complicità del funzionario di polizia corrotto della Questura di Treviso, di
organizzare gruppi di migranti e di farli arrivare in Italia, dove ricevevano
un falso visto turistico tedesco, valido per tre mesi nell’area dell’accordo di
Schengen. Le rotte erano tre, gestite dalle agenzie, e i prezzi variavano a
seconda dell’itinerario. La prima possibilità, al costo di 3300 euro a persona,
prevedeva l’ingresso in Italia dopo un viaggio attraverso Pristina, Durazzo,
Bari e Treviso. La seconda rotta, per 3500 euro, era identica alla prima, ma
permetteva di fermarsi al porto di Bari o di Brindisi, dove i documenti erano
già pronti, senza passare dalla centrale dell’organizzazione, che era a
Treviso. La terza rotta era quella più economica, costando ‘solo’ 2500 euro, e
più lunga. Passava dal Kosovo alla Grecia, quindi in Macedonia (a piedi per
evitare i controlli della forza multinazionale presente nella zona) e infine in
Italia attraverso il porto di Ancona. Gli inquirenti hanno anche verificato
l’esistenza di un quarto itinerario: dal Kosovo all’Ungheria, poi la Slovenia,
l’Austria e infine la Germania, ma su questo indagheranno i magistrati
tedeschi. I viaggi, a bordo di pullman, avevano cadenza settimanale e, secondo
gli inquirenti , dal 2003 a oggi sarebbero centinaia gli immigrati che
l’organizzazione ha portato in Italia.
Professionisti dell’immigrazione illegale. Secondo i
magistrati baresi, il capo dell’organizzazione era Jahir Bytyci, kosovaro
35enne di Semetisthe, residente a Treviso, dove gestiva il traffico illegale di
migranti con la complicità di un funzionario della Questura della città veneta,
che si occupava di procurare i documenti. L’agenzia turistica criminale, per
una somma totale di 8mila euro, offriva un servizio supplementare: un
matrimonio fittizio, organizzato nei particolari dal tour operator, che
permetteva al nuovo arrivato d’iniziare la procedura per ottenere il visto in
Italia.
Uno scenario inquietante. La
vicenda giudiziaria invita a due riflessioni: una sul fronte dei flussi
dell’immigrazione clandestina, l’altra su quello della situazione in Kosovo. Il
primo dato che emerge è che, tutti presi a militarizzare il Mediterraneo per
impedire l’arrivo dei migranti dal Nord Africa, le forze dell’ordine hanno
completamente perso di vista il mar Adriatico come porta d’ingresso all’Italia
e all’Europa. Dopo anni in cui l’allarme clandestini sugli sbarchi
dall’Albania, con una grande cassa di risonanza sui media nazionali, era al
centro dell’attenzione, la rotta adriatica è passata nell’oblio rispetto a
quella mediterranea. In questo senso un contributo decisivo l’ha dato il
conflitto del Kosovo nel 1999, quando l’Adriatico venne blindato per esigenze
strategiche e l’immigrazione con i cosiddetti barconi diventava difficile. La
criminalità che gestisce il traffico degli esseri umani dall’Est europeo ha
solo cambiato strategia, aiutata dal fatto che tutti i media si sono
concentrati sui flussi nordafricani, con il corollario di allarmismo sociale e
mediatico legato alla fede islamica dei migranti che provengono dall’Africa. La
mafia balcanica ha così potuto agire più o meno indisturbata, cambiando solo
tecnica per l’immigrazione clandestina. In questo settore primeggia la mafia
kosovara. La guerra ha creato nella provincia serba a maggioranza albanese una
sorta di terra di nessuno che, in breve tempo, è stata presa in mano dalla
malavita organizzata. Il traffico di clandestini, quello delle armi e della
droga, oltre al business della gestione degli aiuti internazionali, fanno del
Kosovo una terra senza legge, dove le Nazioni Unite, che hanno la
responsabilità della regione fino alla definizione di uno status definitivo per
il quale sono in corso negoziati internazionali a Vienna, non sono in grado di fare nulla. Come hanno
dimostrato le 19 vittime del 2004.Christian Elia