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Operazione disarmo. Almeno per il momento, l’ennesima operazione
lanciata per disarmare i razziatori di bestiame che vivono al confine con
Somalia, Etiopia, Sudan e Uganda, è fallita. Le comunità interessate, che si
dedicano sia all’allevamento che ai raid armati per sottrarre capi di bestiame
alle tribù oltre confine, possono dormire sonni tranquilli. Ogni anno la
“guerra del bestiame” provoca centinaia di vittime, senza che le autorità
riescano a venire a capo del problema. L’anno scorso fu tentata la carta
dell’amnistia per chi avesse consegnato volontariamente le armi. Visti gli
scarsi risultati, stavolta a Nairobi si è deciso di puntare sul pugno di ferro,
disarmando a forza le comunità. L’impresa si sta però rivelando più difficile
del previsto: buona parte degli uomini abili sono fuggiti nei Paesi circostanti
con il bestiame, lasciando indietro vecchi, donne e bambini.
Le ragioni del fiasco. Come mai i tentativi di disarmare le
comunità pastorali si risolvono puntualmente in un fiasco? PeaceReporter l’ha chiesto a Dennis Onyango, editore del quotidiano
Eastandard. “La ragione principale è
che le comunità interessate non hanno la percezione che il possesso delle armi
sia un problema. Di conseguenza, i capitribù invitano gli uomini a resistere e
a non consegnarle. In più, negli anni scorsi, i tentativi di disarmo sono stati
parziali”. Molte tribù non accettano di venire disarmate, per paura di
diventare automaticamente le vittime sacrificali delle comunità oltreconfine.
“Il
Kenya dovrebbe riuscire a coordinare i suoi sforzi con i Paesi limitrofi, per
lanciare un’operazione congiunta e monitorare i confini “porosi” con Sudan e
Somalia, da dove viene la maggioranza delle armi” prosegue Onyango. “Ma finora,
a parte qualche meeting bilaterale,
non si è andati lontano”.
Caccia al
buio. Finora meno di 20 pistole sarebbero state
recuperate, mentre le armi nella regione sarebbero tra le 30 e le 50 mila. Nonostante
l’ottimismo dei vertici militari, l’operazione è riuscita solo a creare
problemi alle comunità locali. “Migliaia di persone sono in fuga verso i Paesi
vicini, le scuole sono chiuse”, conferma il nostro interlocutore. L’abbandono
dei campi avrà effetti pesanti anche in termini di carestia, che potrebbe
colpire metà degli abitanti della regione. Mentre le forze di sicurezza sono
impegnate in un’infruttuosa caccia all’uomo. “Chi è in fuga ha lasciato nei
villaggi i suoi parenti, che lo avvertono tramite sms sugli spostamenti dell’esercito.
Che così brancola nel buio”. Le forze di sicurezza sembrano demotivate da
giorni di spostamenti a vuoto, tanto che alcuni poliziotti si starebbero
dedicando a pratiche poco ortodosse. “Soldati e poliziotti sono pagati poco”
conclude Onyango “e per gli allevatori è facile corromperli. Basta una mucca
per affittare o comprare la pistola d’ordinanza di un poliziotto, che in teoria
ti dovrebbe disarmare! In queste condizioni, sperare in una riuscita dell’operazione
è folle”. Matteo Fagotto