13/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L’operazione per disarmare i razziatori di bestiame sta fallendo. Per l’ennesima volta
Migliaia di poliziotti e soldati, mezzi blindati, unità speciali dei servizi segreti per una missione più che delicata: disarmare le “irrequiete” comunità di allevatori che vivono nel Kenya settentrionale. A più di una settimana dall’inizio della campagna, i numeri parlano chiaro: 20 mila persone costrette a fuggire, con il bestiame, nei Paesi limitrofi, e almeno 68 mila a rischio di carestia. Il tutto per recuperare…18 pistole, sulle 50 mila previste.
 
Allevatori di bestiame in KenyaOperazione disarmo. Almeno per il momento, l’ennesima operazione lanciata per disarmare i razziatori di bestiame che vivono al confine con Somalia, Etiopia, Sudan e Uganda, è fallita. Le comunità interessate, che si dedicano sia all’allevamento che ai raid armati per sottrarre capi di bestiame alle tribù oltre confine, possono dormire sonni tranquilli. Ogni anno la “guerra del bestiame” provoca centinaia di vittime, senza che le autorità riescano a venire a capo del problema. L’anno scorso fu tentata la carta dell’amnistia per chi avesse consegnato volontariamente le armi. Visti gli scarsi risultati, stavolta a Nairobi si è deciso di puntare sul pugno di ferro, disarmando a forza le comunità. L’impresa si sta però rivelando più difficile del previsto: buona parte degli uomini abili sono fuggiti nei Paesi circostanti con il bestiame, lasciando indietro vecchi, donne e bambini.
 
Militari kenyani in azioneLe ragioni del fiasco. Come mai i tentativi di disarmare le comunità pastorali si risolvono puntualmente in un fiasco? PeaceReporter l’ha chiesto a Dennis Onyango, editore del quotidiano Eastandard. “La ragione principale è che le comunità interessate non hanno la percezione che il possesso delle armi sia un problema. Di conseguenza, i capitribù invitano gli uomini a resistere e a non consegnarle. In più, negli anni scorsi, i tentativi di disarmo sono stati parziali”. Molte tribù non accettano di venire disarmate, per paura di diventare automaticamente le vittime sacrificali delle comunità oltreconfine. “Il Kenya dovrebbe riuscire a coordinare i suoi sforzi con i Paesi limitrofi, per lanciare un’operazione congiunta e monitorare i confini “porosi” con Sudan e Somalia, da dove viene la maggioranza delle armi” prosegue Onyango. “Ma finora, a parte qualche meeting bilaterale, non si è andati lontano”.
 
Abitanti di un villaggio del Kenya settentrionaleCaccia al buio. Finora meno di 20 pistole sarebbero state recuperate, mentre le armi nella regione sarebbero tra le 30 e le 50 mila. Nonostante l’ottimismo dei vertici militari, l’operazione è riuscita solo a creare problemi alle comunità locali. “Migliaia di persone sono in fuga verso i Paesi vicini, le scuole sono chiuse”, conferma il nostro interlocutore. L’abbandono dei campi avrà effetti pesanti anche in termini di carestia, che potrebbe colpire metà degli abitanti della regione. Mentre le forze di sicurezza sono impegnate in un’infruttuosa caccia all’uomo. “Chi è in fuga ha lasciato nei villaggi i suoi parenti, che lo avvertono tramite sms sugli spostamenti dell’esercito. Che così brancola nel buio”. Le forze di sicurezza sembrano demotivate da giorni di spostamenti a vuoto, tanto che alcuni poliziotti si starebbero dedicando a pratiche poco ortodosse. “Soldati e poliziotti sono pagati poco” conclude Onyango “e per gli allevatori è facile corromperli. Basta una mucca per affittare o comprare la pistola d’ordinanza di un poliziotto, che in teoria ti dovrebbe disarmare! In queste condizioni, sperare in una riuscita dell’operazione è folle”. 

Matteo Fagotto

Pubblicità
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità