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I protagonisti. Marwan Barghouti, il leader di Fatah
in Cisgiordania, si trova da anni in un carcere israeliano. Non ha potuto
partecipare effettivamente alle scorse elezioni palestinesi a causa del veto
posto sulla sua figura dalle autorità israeliane, ma non ha rinunciato a
lottare per la liberazione del suo popolo. Come lui anche altri dirigenti dei
partiti e dei gruppi armati palestinesi, che osservano da dietro le sbarre
l’evolversi di una situazione che sta diventando sempre più critica. Oltre al
boicottaggio internazionale degli aiuti all’Anp, mitigato dagli aiuti
pro-tempore promessi dall’Unione Europea e dall’odierno sblocco delle
importazioni di benzina, il maggior problema che il governo di Hamas e il
presidente Abu Mazen devono affrontare è quello della sicurezza interna. Nelle
ultime settimane la Striscia di Gaza è stata teatro di continui scontri tra
esponenti delle Brigate dei Martiri di al Aqsa e dei Comitati di Resistenza
Popolare, vicini ad Hamas, incidenti che hanno provocato la morte di tre
persone e il ferimento di una dozzina. La nuova proposta punta a risolvere il
conflitto interno alle fazioni palestinesi, garantire la sicurezza interna e
porre le basi per un nuovo accordo di pace con Israele. Barghouti ha prodotto
il documento insieme a Abdel Khaleq al Natsh di Hamas, Abdel Rahim del Fplp e
Bassam al Saadi di Jihad Islamica nel carcere israeliano di Hadarim.
Una nuova strategia. La proposta prevede
l’istituzione di uno stato palestinese con capitale a Gerusalemme, entro i
territori occupati nel 1967 , un confine che diventerebbe anche il limite della
resistenza palestinese, visto che i gruppi armati si impegnerebbero a non
portare più attacchi contro il territorio israeliano e a unirsi sotto un’unica
sigla, che dovrebbe chiamarsi Fronte della Resistenza Palestinese. L’accordo
prevede la formazione di un governo di unità nazionale che risolva il conflitto
intestino, includendo esponenti di tutte le fazioni. Per comporre un così largo
accordo, i firmatari della lettera hanno proposto anche una conferenza di unità
nazionale, tra Fatah e Hamas, da tenersi probabilmente al Cairo, dove potrebbero
presenziare anche i leader in esilio di Hamas e dell’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina: Khaled Meshaal e Ahmed Jibril. In questo quadro,
Abu Mazen rimarrebbe il solo a poter condurre le trattative con Israele in
quanto leader Plo: lui stesso ha dato la sua approvazione al progetto di
Barghouti e compagni, “Si tratta di un documento importante – ha commentato il
presidente palestinese -, presenta una visione politica profonda e realistica,
che in larga parte incontra il mio punto di vista”. Il ministero degli esteri
Israeliano ha rifiutato di commentare la proposta, considerandolo un problema
interno dei palestinesi, mentre da Gaza il portavoce di Hamas, Mushir al Masri,
ha lodato lo sforzo dei prigionieri ma ha criticato la proposta perché è stata
resa
nota prima ai media e perché rimane vaga sul riconoscimento di Israele. Proprio
il riconoscimento di Israele continua a essere un nodo irrisolto nei rapporti
tra il nuovo governo palestinese e la comunità internazionale. Se da parte di
Haniyeh si sono registrate delle timide aperture, molto più dura resta la
posizione di Mashal e della dirigenza all’estero, secondo i quali riconoscere
Israele significherebbe tradire il mandato popolare, espresso nelle elezioni di
gennaio. Naoki Tomasini