12/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Stato palestinese accanto a Israele e fine degli attacchi terroristici, una proposta di pace dal carcere
Uno stato palestinese accanto a Israele e la fine degli attacchi terroristici: queste sono le basi di una nuova proposta per ripartire con gli accordi di pace e per chiudere la stagione delle politiche unilaterali tra Israele e Anp. É stata concordata dai leader di Fatah, Hamas, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Jihad Islamica, da dietro le sbarre di un carcere in Israele.
 
I protagonisti. Marwan Barghouti, il leader di Fatah in Cisgiordania, si trova da anni in un carcere israeliano. Non ha potuto partecipare effettivamente alle scorse elezioni palestinesi a causa del veto posto sulla sua figura dalle autorità israeliane, ma non ha rinunciato a lottare per la liberazione del suo popolo. Come lui anche altri dirigenti dei partiti e dei gruppi armati palestinesi, che osservano da dietro le sbarre l’evolversi di una situazione che sta diventando sempre più critica. Oltre al boicottaggio internazionale degli aiuti all’Anp, mitigato dagli aiuti pro-tempore promessi dall’Unione Europea e dall’odierno sblocco delle importazioni di benzina, il maggior problema che il governo di Hamas e il presidente Abu Mazen devono affrontare è quello della sicurezza interna. Nelle ultime settimane la Striscia di Gaza è stata teatro di continui scontri tra esponenti delle Brigate dei Martiri di al Aqsa e dei Comitati di Resistenza Popolare, vicini ad Hamas, incidenti che hanno provocato la morte di tre persone e il ferimento di una dozzina. La nuova proposta punta a risolvere il conflitto interno alle fazioni palestinesi, garantire la sicurezza interna e porre le basi per un nuovo accordo di pace con Israele. Barghouti ha prodotto il documento insieme a Abdel Khaleq al Natsh di Hamas, Abdel Rahim del Fplp e Bassam al Saadi di Jihad Islamica nel carcere israeliano di Hadarim.
 
Una nuova strategia. La proposta prevede l’istituzione di uno stato palestinese con capitale a Gerusalemme, entro i territori occupati nel 1967 , un confine che diventerebbe anche il limite della resistenza palestinese, visto che i gruppi armati si impegnerebbero a non portare più attacchi contro il territorio israeliano e a unirsi sotto un’unica sigla, che dovrebbe chiamarsi Fronte della Resistenza Palestinese. L’accordo prevede la formazione di un governo di unità nazionale che risolva il conflitto intestino, includendo esponenti di tutte le fazioni. Per comporre un così largo accordo, i firmatari della lettera hanno proposto anche una conferenza di unità nazionale, tra Fatah e Hamas, da tenersi probabilmente al Cairo, dove potrebbero presenziare anche i leader in esilio di Hamas e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina: Khaled Meshaal e Ahmed Jibril. In questo quadro, Abu Mazen rimarrebbe il solo a poter condurre le trattative con Israele in quanto leader Plo: lui stesso ha dato la sua approvazione al progetto di Barghouti e compagni, “Si tratta di un documento importante – ha commentato il presidente palestinese -, presenta una visione politica profonda e realistica, che in larga parte incontra il mio punto di vista”. Il ministero degli esteri Israeliano ha rifiutato di commentare la proposta, considerandolo un problema interno dei palestinesi, mentre da Gaza il portavoce di Hamas, Mushir al Masri, ha lodato lo sforzo dei prigionieri ma ha criticato la proposta perché è stata resa nota prima ai media e perché rimane vaga sul riconoscimento di Israele. Proprio il riconoscimento di Israele continua a essere un nodo irrisolto nei rapporti tra il nuovo governo palestinese e la comunità internazionale. Se da parte di Haniyeh si sono registrate delle timide aperture, molto più dura resta la posizione di Mashal e della dirigenza all’estero, secondo i quali riconoscere Israele significherebbe tradire il mandato popolare, espresso nelle elezioni di gennaio. 

Naoki Tomasini

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