A colloquio con Charika Marasinghe, avvocato dei diritti umani dello Sri Lanka che si rifà a Gandhi
Da bambina ha appreso dal padre gli insegnamenti del Mahatma Gandhi che non l’hanno
abbandonata quando, dopo una laurea in legge e un master a Oxford, è diventata
avvocato in diritti umani e direttore di Sarvodaya, la più grande organizzazione
di volontari dello Sri Lanka. Alla
World Social Agenda di Padova ci ha parlato del suo Paese che cambia e, in particolare, del nuovo
ruolo delle donne, spesso costrette a emigrare per mantenere la famiglia. Secondo
lei i problemi sociali dovrebbero essere prioritari per il governo che, invece,
è troppo impegnato a stanziare budget per la difesa. Nel nord e nell’est del Paese,
infatti, si teme il ritorno alla guerra civile fra esercito governativo, rappresentante
della maggioranza cingalese, e ribelli separatisti delle Tigri tamil. Nelle ultime
settimane le violenze sono aumentate causando molte vittime, anche fra civili,
e creando ostacoli ai volontari che lavorano per la ricostruzione del dopo tsunami.
Charika è impegnata anche su questo fronte: per rispondere alle necessità psicologiche
delle vittime del maremoto ha creato il programma di recupero psico-spirituale
e collabora con il centro per la pace
Vishva Niketan, dove attraverso la meditazione aiuta a risolvere, su esempio del Mahatma, i
conflitti interiori ed esteriori.
Qual è il ruolo delle donne in Sri Lanka?

E’ molto importante perché migliaia di donne contribuiscono all’economia del
Paese. Oltre 100mila lavorano in patria nell’industria tessile e dell’abbigliamento,
e 140mila in Medio Oriente, da dove inviano rimesse che sono al secondo posto
nella scala delle entrate provenienti dagli scambi con l’estero. I lavori domestici,
la cura e l’educazione dei figli, però, sono ancora sulle loro spalle. Negli ultimi
tempi si sono trovate così davanti a una grande sfida: devono adempiere ai compiti
di mogli e madri e lavorare allo stesso tempo fuori casa per mantenere la famiglia.
La società cingalese sta cambiando. Anche l’aiuto dei parenti alle donne oggi
viene meno, perché la famiglia allargata, prima unita sotto uno stesso tetto,
adesso si sta dividendo e i bambini, che sono spesso lasciati da soli, possono
diventare facilmente oggetto di abusi. Sono gli effetti della globalizzazione
che in Sri Lanka e nel resto del Sud del Mondo non è bilanciata, come in Occidente,
da un sistema solido di assistenza sociale. E le donne pagano alto prezzo, essendo
sottoposte a un grande stress.
Come si può rendere questo cambiamento sociale meno duro per le donne?
Il governo potrebbe, per esempio, aiutare le donne emigrate in Medio Oriente
dando un sostegno ai parenti che si devono occupare dei loro figli. Questi bambini,
senza le loro madri, spesso soffrono di disordini comportamentali e vanno molto
male a scuola. Il governo ha un debito verso le donne emigrate all’estero, che
negli ultimi otto anni hanno prodotto più entrate di quelle che le autorità hanno
ottenuto con le privatizzazioni di diverse istituzioni. Per garantire la sicurezza
di questa forza lavoro, il ministero deve monitorare l’emigrazione dallo Sri Lanka,
registrando coloro che lasciano il Paese. Si tenga conto che nell’ultimo anno
in Medio Oriente molte nostre emigrate hanno subito violenze e maltrattamenti,
mentre 124 hanno addirittura perso la vita.
Gli uomini come reagiscono a questo cambiamento di ruoli?
In una società patriarcale, come quella dello Sri Lanka, gli uomini si ritrovano
a badare alla famiglia perché le donne sono lontane. Il governo deve aiutarli
a far fronte a questi nuovi compiti, in primo luogo l’educazione dei figli. Su
una popolazione di 9milioni e 400mila persone, ben 6milioni e 200mila sono bambini
e ragazzi con meno di 18 anni. Credo, invece, che le priorità del governo in questo
momento non siano i problemi sociali, ma altre, come l’impegno militare.
Le condizioni delle donne e dei bambini peggiorano nelle zone del conflitto fra
esercito cingalese e ribelli tamil?
Nelle zone tamil dell’est e del nord, dove prevale la religione indù e si consuma
il conflitto, le donne hanno meno libertà. Nel centro e nel sud buddisti, invece,
possono uscire e lavorare tranquillamente. La guerra, poi, complica ulteriormente
le cose. Cinquecentomila bambini vivono in aree di conflitto, dove avvengono i
reclutamenti di minori da parte dei ribelli. La povertà colpisce l’intero Paese,
ma è più estrema nel nord-est, dimostrando che in Sri Lanka le risorse sono allocate
in modo iniquo. Anche la percentuale di abbandono della scuola è alta nell’est
come nel sud, ovvero nei distretti più trascurati dal governo, che pensa solo
a ingrandire il budget per la difesa.
Che serve a combattere i ribelli, ma anche a bombardare zone abitate dai civili,
com’è avvenuto di recente….
Oggi la situazione nel nord-est è un vero disastro. Non so come il Paese potrà
uscire da questa situazione. Il governo non ha mai avuto un’agenda nazionale che
tenesse conto della situazione complessiva. Nell’era dell’indipendenza dagli inglesi
il Paese è stato rovinato dalle politiche di partito. Prima delle elezioni tutti
i partiti fanno promesse di uguaglianza ai diversi gruppi religiosi ed etnici,
ma poi una volta al potere non le mantengono. Ogni partito pensa a sé stesso e
manca una leadership forte che guardi al di là dei propri interessi. Il nuovo
presidente Mahinda Rajapakse ha detto che sarà il leader di tutta la gente dello
Sri Lanka, ma solo per dare una buona immagine di sé.
Il nazionalismo, che domina da sempre la politica del suo Paese, è duro da combattere…
I mezzi di comunicazione locali hanno ingigantito il ruolo del nazionalismo,
ma la popolazione respinge questo tipo di estremismo. Ci sono molti piccoli gruppi
di tamil, cingalesi, cristiani che lavorano insieme, ma ciò non fa notizia. Credo
che la maggioranza della popolazione abbia capito che l’estremismo non è una buona
soluzione per il Paese. I candidati politici spesso non rispettano il volere della
gente, che ha ormai poca fiducia in loro. E’ così rassegnata che non contesta
neanche le scelte dei suoi governanti. A Trincomalee, dove ci sono state le ultime
violenze, tamil e cingalesi hanno sempre convissuto in armonia. Non si può parlare
di un conflitto etnico, le ragioni della guerra sono altre. Entrambe le parti
non si fidano l’una dell’altra, come si può quindi ricostruire il dialogo? Come
accade nelle relazioni personali, serve più sensibilità nel comprendere le ragioni
reciproche, ma non so quanto sensibili potranno essere esercito e governo verso
i ribelli e viceversa. Bisogna continuare a lavorare su questo terreno.
Lei sta aiutando anche le vittime dello tsunami. Le ultime violenze nel nord-est
hanno rallentato la ricostruzione?
Sì, certamente. La ricostruzione post-tsunami sarebbe un lavoro enorme in un
ambiente pacifico, figuriamoci in aree di guerra. Qui il maremoto ha aggravato
senza dubbio la situazione. Non bisogna credere, tuttavia, a ciò che scrivono
i giornali. Le cose stanno andando avanti e le comunità stanno lavorando fianco
a fianco, nonostante i problemi politici. Voglio raccontare un esperimento che
ho fatto di recente per misurare la percezione della situazione dei diritti umani
fra la gente. Avendo la possibilità di scegliere fra tre colori, le persone del
nord,dove la situazione è peggiore, indicavano quello che significa positività,
mentre quelle del sud facevano il contrario. E’ incoraggiante vedere che chi sta
peggio ha più speranza. Bisogna ascoltare di più la gente comune e darle un ruolo
nel processo di pace.
E la meditazione aiuta a farlo?
In Sri Lanka la meditazione fa parte della nostra cultura, visto che il 69 per
cento della popolazione è buddista. La nostra concezione è che puoi risolvere
i conflitti fuori di te solo se hai risolto quelli dentro di te. Il nostro centro
di meditazione per la pace aiuta alla comprensione di sé stessi e degli altri.
Non è rivolto, inoltre, solo ai buddisti o ai singalesi: chiunque può aprire il
suo cuore e la sua mente per capire e rispettare il prossimo, e anche la natura.
Stiamo così cercando di creare una rete di ‘menti compassionevoli’ attraverso
il Paese, per agevolare il dialogo fra le diverse comunità etniche e religiose
che hanno come comune dominatore i valori umani.