La stampa Usa tratta l'Iran come un prossimo obiettivo. L'alternativa è guerra o sottomissione
scritto per noi da
Matteo Colombi
Leggendo i giornali, seguendo i talk-show, tutto sembra indicare che l’America
sia sul piede di guerra. Nonostante la debacle irachena, la stampa reagisce, come
in uno strano deja’ vu, ripetendo tutti gli stessi ‘errori’. Il presidente indica
il nemico, la stampa lo conferma, agita, aizza. La lettera del presidente iraniano
Ahmadinejad, prima comunicazione ufficiale tra Iran ed Usa dal 1980, riceve un
trattamento indecoroso. I giornalisti prendono un testo lungo e di apertura e
lo riducono in quattro o cinque battute, subito deridendo, subito controbattendo,
come se fossero parte integrante dell’ufficio propaganda della Casa Bianca!

Almeno riportassero i contenuti; almeno ci spiegassero perché il presidente Bush,
che dice di voler seguire la via diplomatica, continui a rifiutarsi di parlare
con gli iraniani. Gwen Iffel, sulla
Pbs Newshour del 9 Maggio, ha chiesto ad un ‘esperto’ legato alla Casa Bianca come mai non
si possa aprire un canale di comunicazione, dopo oltre vent’anni dalla Rivoluzione
di Teheran. La risposta: preferiamo parlare con il popolo iraniano, non il governo.
Difficile far funzionare la diplomazia se il dialogo è un tabù assoluto. La Cnn mostra le mappe del raggio di gittata dei razzi iraniani, ed ex-generali ci
spiegano come eseguire una campagna di bombardamenti efficace. Gli editori del
Wall Street Journal schiamazzano per una campagna aerea da mesi, suggerendo che se gli Usa non lo
fanno, si dovrà dare il via libera agli israeliani. La stampa per lo più non si
cura di raccontarci come mai un paese circondato da potenze spesso ostili ed armate
nuclearmente (Israele, Usa, Russia e Pakistan), possa aver sviluppato la ricerca
di un forte potere di dissuasione, quale l’atomica.

Gli Usa circondano l’Iran da due lati con forze militari (Afghanistan ed Iraq),
e controllano il Golfo Persico anche con l’assistenza di navi Nato; negli anni
Ottanta l’Occidente ha finanziato e rifornito l’Iraq nella sua aggressione contro
l’Iran, per distruggerre la Rivoluzione del 1979. L’assistenza è stata assai diretta,
con la Marina Usa che ha distrutto la Marina iraniana e sabotato i terminali petroliferi
nei suoi mari.
Ma andiamo ancora più a ritroso: l’Iran, parzialmente invaso dai britannici ed
i sovietici nella seconda Guerra Mondiale, era sotto egemonia britannica; l’odierna
British Petroleoum (Bp) si chiamava Anglo-Iranian, ed i pozzi erano difesi da
truppe di sua maestà (d’Inghilterra). Ogni ministero aveva un consiglere inglese.
Con il Golfo di Aden, gli Emirati del Golfo, ed il Canale di Suez, l’Iran era
parte integrata di un’unica catena di trasmissione imperiale.

Dal 1945 in poi vi è stato un susseguirsi di tentativi di scrollarsi sia i russi
che i britannici. Tali tentativi sono risultati nel colpo di stato anglo-americano
contro Mossadeq (1953), che voleva nazionalizzare il petrolio. Dal ‘53 in poi
gli Usa sono divenuti la potenza dominante, sino a quando la Rivoluzione del 1979
ha espulso gli stranieri. Da allora sono terminati i contatti ufficiali, da allora
gli Usa non hanno una ambasciata, da allora fanno la guerra fredda, e a volte
calda, all’Iran.
La diffusa presenza sciita nella regione, la questione petrolifera, e la modernizzazione
tecnologica e militare dell’Iran si intrecciano, rendendo questo paese un punto
di riferimento, e una spina nel fianco dell’egemonia statunitense. Viste le difficoltà
incontrate in Iraq ed Afghanistan, e i comuni nemici, vi sono seri incentivi nel
cercare un dialogo tra Usa ed Iran; ma l’Amministrazione Bush pare interessata
ad altro. La questione di una normalizzazione dei rapporti nel rispetto della
sovranità iraniana è un tema perseguito e dibattuto in Iran, sia dai riformisti
che dai consevatori, ormai da molti anni, ma tabù in America. Nonostante le ovvie
disponibilità ad intavolare un negoziato generale che si sono susseguite negli
anni, gli Usa perdurano nell’obiettivo che perseguono dal 1979: la capitolazione
totale, e il sotterramento della autonomia iraniana.
E’ evidente che vi è una forte coalizione in America che continua a perpetuare
il tabù contro il dialogo, e che i suoi ultimatum, le sue esasperazioni, sono
dirette tanto all’Iran quanto a noi, il pubblico. E’ anche chiaro che i neocon
rimangono al potere; determinati a cambiare il regime di Teheran; e dunque per
nulla interessati ad aprire negoziati diretti. L’obiettivo, mi pare, è di mettere
in un angolo Teheran sulla questione nucleare, ottenere una risoluzione Onu di
biasimo, e poi interpretare tale risoluzione come legittimazione per un feroce
bombardamento (dagli esiti peraltro imprevedibili). Vi ricorda qualcosa? Se il
tabù perdura, se non si può parlare con gli iraniani, si sottrae spazio al dibattito
interno; facendo invece leva sulle stesse dinamiche emotive, di paura, suprematismo,
vittimismo. Come reagirà la popolazione americana?