12/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La stampa Usa tratta l'Iran come un prossimo obiettivo. L'alternativa è guerra o sottomissione
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Leggendo i giornali, seguendo i talk-show, tutto sembra indicare che l’America sia sul piede di guerra. Nonostante la debacle irachena, la stampa reagisce, come in uno strano deja’ vu, ripetendo tutti gli stessi ‘errori’. Il presidente indica il nemico, la stampa lo conferma, agita, aizza. La lettera del presidente iraniano Ahmadinejad, prima comunicazione ufficiale tra Iran ed Usa dal 1980, riceve un trattamento indecoroso. I giornalisti prendono un testo lungo e di apertura e lo riducono in quattro o cinque battute, subito deridendo, subito controbattendo, come se fossero parte integrante dell’ufficio propaganda della Casa Bianca!
 
Il presidente iraniano Mahmud AhmadinejadAlmeno riportassero i contenuti; almeno ci spiegassero perché il presidente Bush, che dice di voler seguire la via diplomatica, continui a rifiutarsi di parlare con gli iraniani. Gwen Iffel, sulla Pbs Newshour del 9 Maggio, ha chiesto ad un ‘esperto’ legato alla Casa Bianca come mai non si possa aprire un canale di comunicazione, dopo oltre vent’anni dalla Rivoluzione di Teheran.  La risposta: preferiamo parlare con il popolo iraniano, non il governo.
 
Difficile far funzionare la diplomazia se il dialogo è un tabù assoluto. La Cnn mostra le mappe del raggio di gittata dei razzi iraniani, ed ex-generali ci spiegano come eseguire una campagna di bombardamenti efficace. Gli editori del Wall Street Journal schiamazzano per una campagna aerea da mesi, suggerendo che se gli Usa non lo fanno, si dovrà dare il via libera agli israeliani. La stampa per lo più non si cura di raccontarci come mai un paese circondato da potenze spesso ostili ed armate nuclearmente (Israele, Usa, Russia e Pakistan), possa aver sviluppato la ricerca di un forte potere di dissuasione, quale l’atomica.
 
Una veduta dall'alto dell'impianto di Natanz, dove l'Iran ha già iniziato ad arricchire uranioGli Usa circondano l’Iran da due lati con forze militari (Afghanistan ed Iraq), e controllano il Golfo Persico anche con l’assistenza di navi Nato; negli anni Ottanta l’Occidente ha finanziato e rifornito l’Iraq nella sua aggressione contro l’Iran, per distruggerre la Rivoluzione del 1979. L’assistenza è stata assai diretta, con la Marina Usa che ha distrutto la Marina iraniana e sabotato i terminali petroliferi nei suoi mari.
 
Ma andiamo ancora più a ritroso: l’Iran, parzialmente invaso dai britannici ed i sovietici nella seconda Guerra Mondiale, era sotto egemonia britannica; l’odierna British Petroleoum (Bp) si chiamava Anglo-Iranian, ed i pozzi erano difesi da truppe di sua maestà (d’Inghilterra). Ogni ministero aveva un consiglere inglese. Con il Golfo di Aden, gli Emirati del Golfo, ed il Canale di Suez, l’Iran era parte integrata di un’unica catena di trasmissione imperiale.
 
Il presidente statunitense George W. BushDal 1945 in poi vi è stato un susseguirsi di tentativi di scrollarsi sia i russi che i britannici. Tali tentativi sono risultati nel colpo di stato anglo-americano contro Mossadeq (1953), che voleva nazionalizzare il petrolio. Dal ‘53 in poi gli Usa sono divenuti la potenza dominante, sino a quando la Rivoluzione del 1979 ha espulso gli stranieri. Da allora sono terminati i contatti ufficiali, da allora gli Usa non hanno una ambasciata, da allora fanno la guerra fredda, e a volte calda, all’Iran.
 
La diffusa presenza sciita nella regione, la questione petrolifera, e la modernizzazione tecnologica e militare dell’Iran si intrecciano, rendendo questo paese un punto di riferimento, e una spina nel fianco dell’egemonia statunitense. Viste le difficoltà incontrate in Iraq ed Afghanistan, e i comuni nemici, vi sono seri incentivi nel cercare un dialogo tra Usa ed Iran; ma l’Amministrazione Bush pare interessata ad altro. La questione di una normalizzazione dei rapporti nel rispetto della sovranità iraniana è un tema perseguito e dibattuto in Iran, sia dai riformisti che dai consevatori, ormai da molti anni, ma tabù in America. Nonostante le ovvie disponibilità ad intavolare un negoziato generale che si sono susseguite negli anni, gli Usa perdurano nell’obiettivo che perseguono dal 1979: la capitolazione totale, e il sotterramento della autonomia iraniana.
 
E’ evidente che vi è una forte coalizione in America che continua a perpetuare il tabù contro il dialogo, e che i suoi ultimatum, le sue esasperazioni, sono dirette tanto all’Iran quanto a noi, il pubblico. E’ anche chiaro che i neocon rimangono al potere; determinati a cambiare il regime di Teheran; e dunque per nulla interessati ad aprire negoziati diretti. L’obiettivo, mi pare, è di mettere in un angolo Teheran sulla questione nucleare, ottenere una risoluzione Onu di biasimo, e poi interpretare tale risoluzione come legittimazione per un feroce bombardamento (dagli esiti peraltro imprevedibili). Vi ricorda qualcosa? Se il tabù perdura, se non si può parlare con gli iraniani, si sottrae spazio al dibattito interno; facendo invece leva sulle stesse dinamiche emotive, di paura, suprematismo, vittimismo. Come reagirà la popolazione americana?  
Categoria: Guerra, Armi, Media
Luogo: Stati Uniti
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