I soliti noti a caccia di affari. Di guerra
I soldati, inizialmente ruandesi e nigeriani, giunti qualche settimana fa in
Sudan occidentale nell’ambito di una forza multinazionale di pace dell’Unione
Africana non erano soli.
Il gruppo di 4.500 uomini composto da contingenti di cinque diverse nazioni arrivato
con l’intento di far cessare la violenza nel Darfur si è potuto infatti dispiegare
solo grazie al supporto logistico di due compagnie private californiane, entrambe
con precedenti ambigui in questo stesso tipo di azioni.
Negli ultimi mesi si è visto che in Iraq ed in Afghanistan gli eserciti delle
Coalizioni internazionali (statunitense e britannico su tutti) utilizzano compagnie
come Halliburton, Bechtel, DynCorp, KBR per condurre a termine le proprie missioni.
Il caso sudanese è invece un poco differente (pur se non certo unico) in quanto
i contratti non sono gestiti dalle strutture militari ma dal Dipartimento di Stato,
struttura civile equivalente al Ministero degli Esteri di molti governi.
Il colonnello Michael Bittrick, vicepresidente degli affari di sicurezza regionale
per l’Africa al Dipartimento di Stato statunitense, è volato ad Addis Abbeba nella
primavera del 2004 per ottenere un accordo di supporto alle truppe dell’Unione
Africana attraverso la fornitura di alloggiamento, equipaggiamento da ufficio,
trasporto e strumenti di comunicazione.
A tutto questo si provvederà tramite un contratto congiunto (secondo la formula
“Fornitura indefinita, quantità indefinita”) del valore di 20,6 milioni di dollari
assegnato alla Dyncorp Corporation ed alla Pacific Architects & Engineers
(Pae).
Le due compagnie, una volta conosciuta la loro destinazione operativa, hanno
immediatamente iniziato il reclutamento di nuovo staff da inviare nella regione.
La loro ricerca si è in particolare focalizzata su “ufficiali militari pieni di
risorse che possiedano una diretta conoscenza e comprensione della logistica”
per offrire loro un compenso di 85.000 dollari all’anno così come su capi della
sicurezza pronti a guidare “40-60 persone al giorno” in cambio di un salario di
53.750 dollari annuali. Salari di un certo rispetto.
Non solo Sudan Paradossalmente, il Dipartimento di Stato ha assegnato il lavoro alla DynCorp
nonostante lo stesso dicastero abbia censurato la compagnia (quasi negli stessi
giorni del rilascio del contratto) per il “comportamento aggressivo” dei suoi
impiegati durante il compito di guardia del presidente afgano Hamid Karzai e nonostante
il probabile gonfiaggio delle fatture Pae alle Nazioni Unite nella Repubblica
Democratica del Congo.
Il lavoro in Sudan è condotto nell’ambito di un progetto di cinque anni iniziato
a seguito di un provvedimento rilasciato dal Dipartimento di Stato il 27 maggio
del 2003. Il contratto è “aperto” e permette all’agenzia Usa di utilizzare le
due compagnie in qualsiasi regione africana. Secondo Ed Mueller, direttore dei
programmi internazionali alla divisione delle acquisizioni del Dipartimento di
Stato, è del tutto identico al tipo di contratto che il Pentagono utilizza per
impiegare l’Halliburton dovunque nel mondo, dall’Afghanistan all’Iraq, con “L’unica
differenza che in questo caso si tratta di un contratto più piccolo”.
Il contratto è stato utilizzato nel corso dell’ultimo anno per acquisire da entrambe
le compagnie servizi per 67 milioni di dollari in Burundi, Sudan e Liberia ed
ha un tetto massimo di 100 milioni per ciascuna di esse. “Si tratta di contratti
del tipo ‘cost-plus’ che consentono alle compagnie di essere rimborsate per tutte le spese; un accordo
del genere può condurre ad un profitto netto dell’ordine del 5-8 per cento”.
Nè Andy Michels, direttore dei programmi di peacekeeping per DynCorp, nè Stacy
Rabin, direttore del Programma Sudan per PAE, hanno voluto rilasciare commenti
sul ruolo corrente o futuro delle due compagnie nello stato africano. “Abbiamo
una clausola nel nostro contratto che ci impedisce di parlare con i media” ha
detto Rabin.
Ufficiali del Dipartimento di Stato hanno affermato che PAE dovrebbe avere il
compito principale nella missione in Darfur e che la compagnia ha iniziato con
buon anticipo a costruire gli alloggiamenti per le truppe, sebbene il dispiegamento
sia stato rimandato almeno una volta a causa della mancanza di alloggi.
PAE provvede attualmente personale per il cosiddetto Team Civile per il Monitoraggio
della Protezione (Cpmt) che controlla il rispetto dei diritti umani in Sudan nell’ambito
del contratto del Dipartimento di Stato. L’ufficio del Cpmt è diretto dal Generale
di Brigata in pensione Frank Toney, in precedenza comandante delle Forze Speciali
per l’Esercito degli Stati Uniti per cui ha organizzato operazioni sotto copertura
in Iraq e Kuwait nel corso della prima guerra del Golfo. Il loro compito consiste
nell’investigare le lamentele delle comunità locali a riguardo di violazioni dei
diritti umani ed emettere rapporti indipendenti su tali soggetti.
DynCorp sta già lavorando in Sudan, sotto l’ombrello del contratto del Dipartimento
di Stato, nelle lunge negoziazioni di pace tra Nord e Sud in atto con l’intenzione
di porre termine alla guerra civile fra Governo e ribelli del Movimento di Liberazione
Popolare vecchia ormai di 21 anni. La compagnia provvede personale, di stanza
a Washington, che si occupa di predisporre il trasporto e l’alloggiamento per
i delegati delle due fazioni che si incontrano a Nairobi, in Kenya.
“Nel breve periodo le compagnie private possono fare il lavoro molto più in fretta
e con efficienza rispetto alla burocrazia governativa”, afferma Charles Snyder,
direttore dei programmi in Sudan per il Dipartimento di Stato e che in precedenza
(primi anni ’90) è stato Ufficiale Nazionale di Intelligence per l’Africa alle
dipendenze della Cia. “Se siano o meno in grado di fare meglio sul lungo periodo
dipende invece dalla situazione”.
Poca trasparenza Georgette Gagnon, vice direttore della divisione Africana di Human Rights Watch,
che è appena ritornata da un viaggio di un mese in Darfur è preoccupata per l’uso
delle aziende private a contratto, alla luce della loro precedente esperienza
di monitoraggio sugli abusi dei diritti umani commessi in Bosnia dai dipendenti
di tali compagnie.
"Non c’è molta trasparenza riguardo a questi contratti, non sappiamo come reclutino
nè che tipo di addestramento ricevano”, afferma. Diversamente da un’agenzia governativa,
le compagnie private non hanno l’obbligo di raccontare all’opinione pubblica cosa
facciano esattamente, spesso citando ragioni di “riservatezza negli affari”.
“Perché stiamo usando delle aziende private a contratto per condurre negoziazioni
di pace in Sudan? La risposta è semplice” – dice un funzionario di lungo corso
del Governo Usa impegnato nelle questioni relative al Sudan (e che desidera rimanere
anonimo) “Secondo la legge statunitense, non siamo autorizzati a inviare dei fondi
a partiti politici o ad un percorso politico, per cui usando delle aziende private
possiamo aggirare queste imposizioni. Pensatelo come un qualcosa che sta a metà
fra i programmi sotto copertura della Cia e un programma palese condotto da Usaid
(l’agenzia statunitense per lo sviluppo). È un modo per evitare il controllo del
Congresso”.
A questo punto conviene fermarsi un momento e pensare al paradosso che abbiamo
di fronte: ufficiali governativi che difendono l’operato di compagnie private
dichiarandone la superiorità nell’espletamento di funzioni di rilevanza internazionale.
Ce n’è per mettere in crisi il più convinto difensore delle strutture statali
moderne, ed anche per sollevare dubbi anche tra chi è meno propenso ad immaginare
secondi fini. Il sospetto sorge spontaneo ed abbastanza chiaro: forse il minuetto
sterile di parole sul Darfur, assolutamente non seguito da nessun atto pratico,
è solo servito a preparare il campo all’utilizzo di tali compagnie. O forse non
si poteva proprio intervenire in maniera differente, in quanto i contratti ormai
stipulati legavano le amministrazioni governative alla scelta di questa strada,
senza alternative.
Non certo il più roseo degli scenari considerando le commistioni esistenti tra
banchi del governo e scrivanie di comando di queste compagnie, con personaggi
disinvoltamente saltellanti da una posizione all’altra.
Francesco Vignarca
(rete italiana disarmo)