10/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I profughi congolesi fuggiti da Mobutu tornano a casa. Dopo più di 40 anni
Per loro, la storia del Congo si è fermata al 1965, al momento del golpe di Joseph-Désiré Mobutu. Fuggiti dal brutale regime del dittatore, che governerà il Congo per 32 anni, 1.500 profughi congolesi sono vissuti fino a oggi nel Sudan meridionale. Sopportando le privazioni della guerra civile sudanese e gli attacchi dei ribelli ugandesi del Lord’s Resistance Army, vivendo di pesca e raccolta del legname. Stanchi di una vita di stenti, hanno chiesto all’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati di ritornare a casa per trascorrervi gli ultimi anni di vita. Dopo una lunga attesa, ieri il loro desiderio è stato esaudito.
 
Profughi congolesiUn lungo calvario. Le prime decine di rifugiati hanno fatto così ritorno in Congo, atterrando a Kisangani, capitale della provincia Orientale. Ad accoglierli, il governatore Jean Pierre Lola Kisanga e un gruppo ristretto di familiari, alcuni dei quali sono riusciti a mantenere i legami con i profughi per tutti questi anni. “Il resto degli 850 profughi che hanno chiesto il rimpatrio tornerà a breve”, dichiara a PeaceReporter Jennifer Pagonis, portavoce dell’Acnur. “Onestamente, siamo piuttosto scettici sull’operazione. Non ci sono le condizioni di sicurezza sufficienti per garantire un rimpatrio adeguato, e proprio per questo non siamo in grado di fornire loro assistenza. Ma il desiderio di tornare era così grande, anche dopo che li abbiamo messi al corrente delle difficoltà che avrebbero incontrato, che abbiamo deciso di venir loro incontro”. In effetti, nonostante negli ultimi anni la situazione nell’est del Congo sia migliorata molto, nella provincia si registrano ancora scontri. Peccato che la situazione che i profughi hanno affrontato in Sudan non fosse migliore.
 
Il dittatore MobutuMobutu. Il calvario dei profughi comincia nel 1965, quando Mobutu prende il potere in Congo con un golpe che rovescia il presidente Joseph Kasavubu. Comincia così uno dei più brutali e rapaci regimi che l’Africa abbia conosciuto: spietato con i nemici politici, molti dei quali verranno impiccati nelle piazze di Kinshasa dopo atroci torture, Mobutu ricompensa i suoi amici e familiari cedendo loro le ex-compagnie minerarie straniere, da lui nazionalizzate. I miliardi di dollari di introiti derivanti dall’estrazione di diamanti, oro e rame finiscono nei conti esteri di Mobutu e famiglia, tanto che nel 1984 il dittatore avrà accumulato nei conti svizzeri 5 miliardi di dollari. Mobutu crollerà vittima dei suoi stessi abusi: dopo aver ridotto in ginocchio l’economia del Paese e aver trascurato l’esercito (a parte la fedele Guardia Presidenziale), sarà vittima della ribellione armata di Laurent Kabila, appoggiata da Ruanda e Uganda, che in pochi mesi conquisterà l’intero Congo contro un esercito ormai allo sbando. Mobutu fugge nel maggio del 1997 in Togo e poi in Marocco, dove muore nel settembre dello stesso anno. Le cicatrici del suo malgoverno, sono visibili ancora oggi.
 
Miliziano congoleseIl sogno si avvera. “Il loro ritorno a casa è stato molto toccante”, prosegue la Pagonis. “Nei giorni precedenti abbiamo fatto degli annunci radio, per mettere al corrente la popolazione del rimpatrio. Alcuni hanno quindi potuto incontrare da subito i parenti, o qualche compaesano”. Per chi non riuscirà, nei prossimi cinque giorni, a rintracciare parenti o amici, il governo ha promesso un programma di supporto specifico. “Ma sarà difficile che il governo possa fare qualcosa di concreto”, conclude la nostra interlocutrice. “Non dimentichiamoci che il Congo esce da una devastante guerra civile, e le risorse da distribuire sono poche”. Poveri, ma di nuovo a casa. Solo qualche settimana fa, sembrava impossibile. 

Matteo Fagotto

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