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Un lungo calvario. Le prime decine di rifugiati hanno fatto così
ritorno in Congo, atterrando a Kisangani, capitale della provincia Orientale.
Ad accoglierli, il governatore Jean Pierre Lola Kisanga e un gruppo ristretto
di familiari, alcuni dei quali sono riusciti a mantenere i legami con i
profughi per tutti questi anni. “Il resto degli 850 profughi che hanno chiesto
il rimpatrio tornerà a breve”, dichiara a PeaceReporter
Jennifer Pagonis, portavoce dell’Acnur. “Onestamente, siamo piuttosto scettici
sull’operazione. Non ci sono le condizioni di sicurezza sufficienti per
garantire un rimpatrio adeguato, e proprio per questo non siamo in grado di
fornire loro assistenza. Ma il desiderio di tornare era così grande, anche dopo
che li abbiamo messi al corrente delle difficoltà che avrebbero incontrato, che
abbiamo deciso di venir loro incontro”. In effetti, nonostante negli ultimi
anni la situazione nell’est del Congo sia migliorata molto, nella provincia si
registrano ancora scontri. Peccato che la situazione che i profughi hanno
affrontato in Sudan non fosse migliore.
Mobutu. Il calvario dei profughi comincia nel 1965, quando Mobutu
prende il potere in Congo con un golpe che rovescia il presidente Joseph
Kasavubu. Comincia così uno dei più brutali e rapaci regimi che l’Africa abbia
conosciuto: spietato con i nemici politici, molti dei quali verranno impiccati
nelle piazze di Kinshasa dopo atroci torture, Mobutu ricompensa i suoi amici e
familiari cedendo loro le ex-compagnie minerarie straniere, da lui
nazionalizzate. I miliardi di dollari di introiti derivanti dall’estrazione di
diamanti, oro e rame finiscono nei conti esteri di Mobutu e famiglia, tanto che
nel 1984 il dittatore avrà accumulato nei conti svizzeri 5 miliardi di dollari.
Mobutu crollerà vittima dei suoi stessi abusi: dopo aver ridotto in ginocchio
l’economia del Paese e aver trascurato l’esercito (a parte la fedele Guardia
Presidenziale), sarà vittima della ribellione armata di Laurent Kabila,
appoggiata da Ruanda e Uganda, che in pochi mesi conquisterà l’intero Congo
contro un esercito ormai allo sbando. Mobutu fugge nel maggio del 1997 in Togo
e poi in Marocco, dove muore nel settembre dello stesso anno. Le cicatrici del
suo malgoverno, sono visibili ancora oggi.
Il sogno
si avvera. “Il loro ritorno a casa è stato molto toccante”,
prosegue la Pagonis. “Nei giorni precedenti abbiamo fatto degli annunci radio,
per mettere al corrente la popolazione del rimpatrio. Alcuni hanno quindi
potuto incontrare da subito i parenti, o qualche compaesano”. Per chi non
riuscirà, nei prossimi cinque giorni, a rintracciare parenti o amici, il
governo ha promesso un programma di supporto specifico. “Ma sarà difficile che
il governo possa fare qualcosa di concreto”, conclude la nostra interlocutrice.
“Non dimentichiamoci che il Congo esce da una devastante guerra civile, e le
risorse da distribuire sono poche”. Poveri, ma di nuovo a casa. Solo qualche
settimana fa, sembrava impossibile. Matteo Fagotto