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Il cardinale Jorge Mario
Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini,
nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il
successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina
che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a
partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il
ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino
Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più
tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi
attraverso ricerche serie e attente.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due
provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di
Gesù senza
nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di
Buenos Aires
per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il
golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti,
quella revoca fu il
segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della
Chiesa era
ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver
segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione
“sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate
persone di
ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del
peronismo a
chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le
minigonne
a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era
impegnato nel
sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e
libertà.
Dopo sei mesi di sevizie nella
famigerata
Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono
rilasciati,
grazie alle pressioni del Vaticano.
Botta e risposta. Alle
accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal
Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la
baraccopoli era
un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un
botta e risposta
che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato
fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli
archivi del
ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione
dei due
sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa
riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si
era
rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per
evitare di
rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare
da
intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece
l’istanza fu
respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore
dell’Ufficio
del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è
scritto:
“Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori
ed è
stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste
informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti
padre
Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di
padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi
pienamente dalle
torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In
un’intervista
rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la
partenza
dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi
aprì gli
occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva
vissuto in
Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino
presso la
Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati
catturati
dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano
informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna
di
mettermelo per iscritto e lo fece”.
Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il
presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano
a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del
colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per
costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove
viene chiesto agli
argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della
vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge
e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità
istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai
dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono
negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del
passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la
legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci
pentiamo una volta di più dai nostri errori
per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del
presente”. Stella Spinelli