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I fatti. Quasi 200 secondo la commissione
d’inchiesta locale, circa 500 per l’Onu, addirittura 800 stando
all’opposizione. Il numero di morti che accompagnarono la campagna elettorale
e
le elezioni non si saprà mai con certezza, ma il loro effetto si fa sentire
ancora oggi. Salito alla guida di un Paese dilaniato, prima grazie ad un blitz
incostituzionale delle Forze Armate e successivamente tramite elezioni, Faure
Gnassingbe si impegnò al dialogo con l’opposizione. Peccato che, a parte la
nomina a Primo Ministro del moderato Edem Kodjo, sia stato fatto poco altro: i
colloqui tra il Rassemblement du Peuple
Togolais del presidente e l’Union
des Forces du Changement, il principale partito di opposizione, sono ancora
in alto mare.
Progressi
e incognite. “E’ passato un anno, ma progressi non se ne sono visti” dichiara
senza mezze misure a PeaceReporter
Jean-Pierre Fabre, segretario generale dell’Ufc.
“Siamo ancora in attesa che le modifiche unilaterali alla Costituzione,
approvate subito dopo la morte di Eyadema, siano revocate. Senza un impegno
concreto in questo senso non sarà possibile andare avanti”. Qualche passo in
avanti la nuova presidenza l’ha comunque fatto: sono lontani i tempi di
Eyadema, che governò con pugno di ferro dal 1967 al 2005, tanto da guadagnarsi
il congelamento degli aiuti dell’Unione Europea per “deficit democratico”. Dopo
gli scontri dello scorso anno, gli abusi delle Forze Armate sono stati limitati
e le libertà politiche e di stampa hanno conosciuto un miglioramento. Troppo
poco, per convincere i 37 mila rifugiati in Ghana e Benin a fare
ritorno a casa. “Un’abile operazione cosmetica e basta”, secondo Fabre. “In
pratica, nessun passo è stato fatto per venirci incontro”. Sulla questione PeaceReporter ha provato anche a
contattare il segretariato del Rpt,
ma senza risultati.
Economia
allo sbando. A livello economico, la situazione è ancora più drammatica. “La
buona notizia è che, dopo un anno, l’amministrazione ha cominciato a pagare gli
stipendi arretrati ai dipendenti pubblici”, fa sapere a PeaceReporter padre Antoine-Marie Claret. “Ma ci vorrà del tempo
per riassestare i conti e riavviare l’economia”. L’unica attività fiorente è
quella del porto di Lomé, che continua a prosperare più per la crisi di Abidjan
(condizionata dalla guerra civile ivoriana) che per meriti propri. La
produzione di caffè e cacao si è ridotta di un terzo rispetto al 1997, quando
in Togo cominciò una recessione che non si è ancora conclusa. Lo stesso dicasi
per cotone e fosfati, la cui produzione è più che dimezzata. La ripresa del
dialogo con l’Ue per lo scongelamento degli aiuti è fondamentale, ma la
precondizione da soddisfare è la riconciliazione interna. Anche perché,
all’orizzonte, si profilano le parlamentari del 2007. Che intenzioni ha l’opposizione?
“E’ ancora troppo presto per dare una risposta” conclude Fabre “ma è ovvio che
in queste condizioni non avremmo interesse a partecipare. Servono una riforma
della Costituzione e della legge elettorale. E l’aiuto della comunità
internazionale, in primis della
Francia, che continua a preferire l’alleanza con Faure a una vera democrazia nel
Togo”.
Segnali positivi. Nonostante tutte le difficoltà,
qualche segnale positivo per il futuro c’è. “Dopotutto il dialogo tra le parti
continua, e questa è già di per sé una buona notizia” ribatte padre Antoine. “Nella
mediazione sono state coinvolte le autorità ecclesiastiche, le uniche ritenute
super partes. E’ stata anche avviata una
revisione della storia togolese dall’indipendenza a oggi”. Un passo avanti
importante anche per quanto riguarda l’istruzione, che per il resto versa in
condizioni pietose. “La formazione dei giovani è il grande punto interrogativo
di cui nessuno parla. Il sistema scolastico è allo sbando, il livello di
istruzione si abbassa continuamente. E senza scuola sarà difficile assicurare
un futuro decente al Togo”. Matteo Fagotto