Il Venezuela, membro dell’Opec e uno dei maggiori esportatori di greggio del
mondo rischia di diventare l’ago della bilancia della situazione sociale latinoamericana.
Cosa succede.Infatti, ad una settimana esatta di distanza dalla decisone boliviana di nazionalizzare
gli idrocarburi, anche il presidente venezuelano Hugo Chavez ha deciso di fare
qualcosa per cercare di ottenere il maggior guadagno possibile dai giacimenti
di petrolio che si trovano nella regione dell’Orinoco.
Non si tratta di un vero e proprio esproprio, ma di una nuova serie di imposte
(nate all'interno di una riforma fiscale in ambito energetico) che si chiameranno
‘imposte di estrazione’ e che, come ricordato più volte dallo stesso leader venezuelano,
serviranno “per arricchire i nostri paesi: questa decisione è un passo avanti
verso la piena sovranità petrolifera, e ci porterà centinaia di milioni di dollari”.
Cambierà quindi (si innalzerà dal 34% al 50%) la tassa sulla rendita delle imprese
che lavorano nell’area dell’Orinoco. Ma perché tutto questo? Le motivazioni sono
soprattutto economiche, ma anche sociali. “Le imprese che stanno estraendo petrolio
in Venezuela stanno guadagnando molto denaro” ha detto Chavez. Che ha anche ricordato
come questi soldi saranno impiegati per migliorare le condizioni di vita della
popolazione venezuelana.
Un nuovo vento soffia dunque in Sud America. E’ il vento libertario delle popolazioni
indigene che, a distanza di centinaia di anni, ritornano ai posti di comando nei
rispettivi governi, o quantomeno, sono parte in causa nelle decisioni prese.
Prima della nazionalizzazione lo stato boliviano otteneva dalle grandi multinazionali,
che estraevano gas naturale dalle sue riserve, una royalty pari al 18 per cento.
Il restante 82 per cento andava alle aziende. Adesso però i rapporti si sono letteralmente
invertiti: la Bolivia percepirà una royalty pari all’82 per cento, alle aziende
resterà il 18.
L’esempio boliviano potrebbe essere seguito a breve anche dal candidato peruviano
Humana Ollanta (che dovrà affrontare il ballottaggio all’inizio del mese di giugno
contro Garcia) che non ha nascosto la volontà di dare un giro di vite ‘ultranazionalista’
alla politica economica peruviana.
Le reazioni. Come avvenuto per la situazione creata da Morales in Bolivia, anche per le decisioni
venezuelane ci saranno reazioni seccate da parte delle aziende multinazionali
che si occupano di estrazione di petrolio e forse anche di molte nazioni interessate.
Nella Repubblica Bolivariana di Venezuela ci sono molte compagnie straniere. Come
quelle statunitensi: la Exxon, la Chevron e la Mobil. Ma ci sono anche quelle
francesi, come la Total, e quelle nord europee, come la norvegese Statoil. Ognuna
di queste aziende ogni anno ricava centinaia di milioni di dollari dall’estrazione
di petrolio.
Dopo la decisione di Morales nazionalizzare gli idrocarburi, il presidente brasiliano
Luis Ignacio Lula da Silva ha storto il naso e si è visto costretto a difendere
gli interessi economici della Petrobras, la compagnia petrolifera di Stato. Così
anche ha fatto lo spagnolo Josè Rodriguez Zapatero, che si è visto costretto a
inviare un manipolo di manager per discutere in merito alla presenza in Bolivia
della Repsol, colosso petrolifero mezzo spagnolo e mezzo belga.
Ma anche l’italiana Eni nelle ultime settimane ha avuto a che fare con il Governo
di Chavez per cercare un accordo sull’accettazione del nuovo schema previsto dal
leader bolivariano: una sorta di economia mista per le aziende petrolifere.
Niente più balie. Le promesse politiche delle campagne elettorali di Chavez in Venezuela e di
Morales in Bolivia, (come forse sarà anche per quelle di Ollanta in Perù), sono
state mantenute. Secondo quanto affermato dai presidenti le popolazioni da oggi
sono più ricche e possono decidere del loro futuro senza aver bisogno di balie,
sviluppando nuove economie, tagliando la disoccupazione e creando un nuovo tessuto
sociale più stabile.
Resta da vedere come reagiranno a tutto questo le potenti multinazionali e tutti
coloro ai quali converrebbe lasciare in condizioni di miseria queste popolazioni,
che hanno immense ricchezze nei loro territori.