La giovane deputata assalita in parlamento dopo un discorso contro i criminali di guerra
Malalai Joya, la ragazza afgana che due anni fa ebbe il
coraggio di
denunciare i signori della guerra alla Loya Jirga, e
che il 18 settembre 2005 è stata eletta al primo parlamento afgano del
dopoguerra, lunedì è stata aggredita verbalmente e fisicamente dai suoi
colleghi deputati dopo aver parlato contro i criminali di guerra che siedono
con lei in quel parlamento.
Minacce di morte e aggressione fisica. Con la
pacatezza, seppur decisa, che la contraddistingue, Malalai si era alzata e
aveva preso la parola: “In questo parlamento siedono molti ex combattenti
mujaheddin – ha detto l’onorevole Joya – alcuni dei quali sono degni di
rispetto perché hanno combattuto per l’indipendenza del nostro paese, mentre
altri sono criminali che hanno distrutto il nostro paese e ucciso 60 mila
persone, o che addirittura sono ancora fedeli sostenitori dei talebani. Questi
ultimi non dovrebbero essere qui a fare leggi, ma in un tribunale a rispondere
dei loro misfatti”.
Il discorso di Malalai è stato sommerso da un’ondata di
insulti, i soliti: “infedele”, “prostituta”, “comunista”. La cosa grave
è che
questa volta dai banchi del parlamento qualche deputato ha urlato
contro di lei
minacce di morte e alcune deputate donne (elette come prestanome dei
loro
mariti, signori della guerra ancora a capo di milizie private e quindi
ineleggibili) l’hanno colpita con bottiglie di plastica vuote. Una le
si è avventata
contro, tirandole i capelli. Un piccolo gruppo di parlamentari
democratici si è
stretto attorno a Malalai, evitando ulteriori aggressioni.
“Possono uccidermi, ma io non smetterò”. Malalai non
ha riportato la minima ferita. Ma l’episodio è ugualmente grave. Sia per le
minacce di morte, cui la Joya è abituata - ma che mai avrebbe pensato di
ricevere perfino in parlamento -, che per l’aggressione fisica a una
parlamentare: la prima nella breve storia dell’assemblea afgana.
Dopo l’incidente, ai giornalisti locali la Joya ha
dichiarato: “Possono uccidermi, spaccarmi il collo, ma io non smetterò mai di
parlare contro i criminali e i narcotrafficanti”.
Che la giovane ragazza di Farah, provincia dell’estremo
ovest afgano, fosse una tipa che non si lascia intimorire lo si sapeva.
Fin dalla prima sessione del parlamento dello scorso dicembre (alla vigilia della
quale Malalai
ci confidò le sue speranze), in aula lei aveva detto chiaro e tondo cosa pensava dei suoi colleghi con
le mani
sporche di sangue afgano. La maggioranza dei deputati rispose battendo i pugni
sui
banchi per coprire la sua voce e urlandole di tacere e di sedersi.
E dal dicembre 2003 che la Joya riceve minacce di morte: da
quando per la prima volta, a soli 25 anni, ebbe il coraggio di prendere la
parola alla Loya Jirga per dire quello che nessun altro aveva mai avuto il
coraggio di dire: che l’Afghanistan post-talebano è governato dagli stessi
criminali di guerra che hanno causato la distruzione di quel paese.
‘No comment’ da Karzai e dal governo. Il presidente
Hamid Karzai ha pensato bene di non immischiarsi in questo grave incidente,
lasciando parlare il suo portavoce, Karim
Rahimi: “I parlamentari sono rappresentanti del popolo afgano. Siamo certi che
sapranno risolvere i loro problemi”. Come dire: “Affari loro”.
Karzai ha scelto di non difendere la Joya per non irritare i signori della
guerra suoi alleati che siedono in parlamento. E di certo Malalai non si
aspettava sostegno da parte di un presidente e di un governo che lei, in
un’
intervista a PeaceReporter, aveva dipinto così: “Capii che la
mia missione era far sentire la voce del mio sofferente popolo contro quei
criminali che in nome dell'islam hanno distrutto le nostre case, ucciso la
nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che
continuano a farlo in nome della democrazia e con il sostegno dei governanti
americani ed europei, che hanno abbattuto un regime criminale solo per
sostituirlo con un altro regime criminale.