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Epidemia sottovalutata. L’epidemia in atto è iniziata a Luanda a metà
febbraio, dove è stato registrato il primo caso di infezione, e dalla
capitale si è poi diffusa a dieci delle 18 province del Paese
africano,
fino a una media di 25 morti al giorno. “Tutti sono stati lenti
nell’intervenire” denunciava già alla fine di aprile Richard Veerman,
capo missione dell’Organizzazione non governativa Medici senza
frontiere (Msf) in Angola. “Diversi fattori hanno contribuito a rendere
questa epidemia di colera una delle peggiori mai viste in Angola. Con
le informazioni di cui disponiamo adesso non ci sono più scuse per non
fare tutto quanto umanamente possibile per evitare che il numero di
morti continui a salire ulteriormente”. Anche Luis Encinas,
coordinatore della ong per l’epidemia in atto, sottolineava già allora
i passi da compiere: “E’ cruciale che le autorità definiscano e
implementino una strategia nazionale per contenere la diffusione
dell’epidemia, assicurando l’accesso ai centri di cura, garantendo la
disponibilità di acqua potabile gratuita, migliorando le misure
igieniche. Dovrebbero anche mettere in piedi un sistema affidabile per
raccogliere dati epidemiologici e ampliare le campagne per informare
gli angolani dell’epidemia, in particolare fuori della capitale”.
Scarsa conoscenza e sovraffollamento. In Angola erano diversi anni che
non si registravano epidemie di colera, e questo può aver contribuito
all’attuale diffusione del contagio. Le persone, in particolare gli
abitanti della capitale, si sono trovate impreparate di fronte alla
malattia: “C’è una bassa resistenza tra la popolazione contro il
batterio che causa il colera “sottolinea l’organizzazione Msf. “Il
livello di conoscenza di quello che le persone possono fare per
proteggersi e per proteggere le loro comunità dall’infezione è
anch’esso molto limitato”. Da sottolineare fra l’altro, il cambiamento
delle condizioni di vita a Luanda avvenuto in questi anni: da circa
700mila abitanti nella metà del ventesimo secolo, la popolazione della
capitale è passata a quasi cinque milioni di persone, la maggior parte
delle quali senza i più elementari servizi igienici. Sovraffollamento e
scarsa igiene dunque, entrambe condizioni che favoriscono la diffusione
del colera.
Valeria Confalonieri