Il caso Cambogia. Un esempio di come le vittime più vulnerabili siano bimbi e donne
Terzo giorno a Bangkok della 15esima Conferenza Internazione sull'Aids (IAC,
1116 luglio 2004). Quindicimila delegati di 160 Paesi discutono i mezzi per combattere
il virus scoperto solo vent'anni fa, ma che da lora ha già ucciso 20milioni di
persone. Oggi nel mondo gli infetti sono circa 40milioni, la maggior parte nel
Sud del Pianeta e per metà donne. E l'universo femminile il segretario dell'Onu,
Kofi Annan, ha dedicato il discorso di apertura della IAC: "Sempre più donne portano
il peso maggiore di questo disagio. Sono soprattutto loro a soccombere per povertà,
violenza e abusi. Bisogna renderle forti contro il virus, a partire dl'educazione".
Nell'Africa Sub Sahariana, continente più colpito d virus, le donne con l'HIV/Aids
sono addirittura oltre la metà, il 58 per cento. In Asia, dove l'epidemia sta
crescendo più velocemente, sono ancora loro le vittime-spesso inconsapevoli-del
contagio. Il caso Cambogia, da un rapporto dell' UNAIDS.
Un'impiegata cambogiana di trent'anni fece il test dell'HIV come richiesto d
suo datore di lavoro. Risultata positiva, fu subito licenziata. Trovò un secondo
impiego in una fabbrica tessile. Ma quando il nuovo capo le domandò di sottoporsi
all'esame del sangue, diede le dimissioni. Si vergognava terribilmente per la
sua mattia. Oggi fa il muratore, un lavoro da uomo, così pesante da complicare
le sue già gravi condizioni di sute.
La Cambogia è il Paese asiatico più colpito dall'epidemia di HIV/Aids. Da quando
fu scoperto il primo caso di infezione nel 1991, sono morte 94 mila persone. Oggi
gli infetti sono circa 157mila su una popolazione di 13 milioni. Nonostante negli
ultimi anni il totale dei contagi sia diminuito, sono cresciuti quelli dai mariti
alle mogli e dalle madri ai figli appena nati. Inoltre, come dimostrato dal rapporto
2003 dell'UNAIDS, i malati di HIV/Aids spesso, per ignoranza, sono oggetto di
discriminazione da parte di parenti e compaesani.
Un ragazzo si trasferì a sud del Paese per fare il pescatore sul Golfo del Siam.
Dopo tre anni si ammalò e fu costretto a tornare in famiglia. Aveva l'Aids, ma
ai genitori disse di aver contratto la malaria. Quando alcuni membri della sua
famiglia allargata lo obbligarono a fare il test dell'HIV, fu l'inizio di un martirio.
I parenti lo abbandonarono in una clinica perché temevano che potesse contagiarli
o portar loro sfortuna. Morì dieci giorni più tardi. In Cambogia come in molti
ri Paesi asiatici, l'assistenza dei famigliari in ospedale è fondamente per la
sopravvivenza dei pazienti. Questi provvedono a nutrirli e a comprare, quando
possono, i medicinali necessari. Riguardo a questi ultimi, un'organizzazione umanitaria
disegna un quadro preoccupante: "Il 70 per cento degli antibiotici prescritti
ai pazienti cambogiani, sono inappropriati. Il 22 per cento delle ricette mediche
risultano contraffatte e la metà dei medicinali entrano nel Paese per vie illegali".
Tutte le storie raccolte dl'UNAIDS sono situazioni limite in cui
gli stessi medici rifiutano di curare i malati di Aids. Come nel
caso di una giovane ventenne che dopo essere risultata positiva
al test dell'HIV, perse il lavoro al bordello. Quando le sue
condizioni iniziarono a peggiorare, una conoscente la mise su un taxi
diretto all'ospedale. Il personale medico la respinse giudicandola
"troppo grave da poter far qualcosa". La ragazza iniziò così un
disperato pellegrinaggio alla ricerca di una clinica, mentre il suo
stato di salute degenerava di giorno in giorno. La prostituzione
in Cambogia è proibita dalla legge. Eppure qui l'industria sessuale è
una delle più estese al mondo: conta 12mila donne impiegate nella
vendita del loro corpo. Secondo l'indagine di una Ong locale, la Cambodian Women's Development Association (CWDA), condotta sulle ragazze di strada nel distretto di Phnom Penh, il 72 per
cento di queste sono state maltrattate dalla polizia. In questo Paese, ancora
colpito da un forte tasso di povertà e degrado ( il 36 per cento degli abitanti
vivono in miseria ), stupri, estorsioni, minacce contro gli anelli più deboli
della società e da parte di coloro che dovrebbero mantenere la sicurezza, sono
all'ordine del giorno. Nell'ultimo anno, con l'aumento di poliziotti e militari
a presidiare capitale e dintorni, sono cresciuti anche gli abusi a danno delle
prostitute.
La prostituzione è solo un aspetto della disparità tra uomo e donna in Cambogia.
Moltissime cambogiane sono vedove, essendo i mariti morti in guerra, e si devono
occupare da sole della famiglia. Tutte ricevono uno stipendio inferiore del 30/40
per cento a quello degli uomini e sono impiegate la maggior parte in tre settori:
agricoltura, industria tessile e mercato del sesso. Solo il 29 per cento poi è
fabetizzato contro il 47 per cento degli uomini. "Al momento, la principale via
di trasmissione del virus in Cambogia è dagli uomini alle compagne", si legge
sul rapporto dell'UNAIDS. "Ma entro il 2010 sarà quella dalle madri ai figli".
I bambini e i ragazzi sono l'anello debole del dramma Aids (quasi la metà dei
malati giovani tra i 15 e i 24 anni). In Cambogia i piccoli orfani spacciano anfetamine
per le strade o si iniettano droga. Molti altri seguono i genitori malati nella
loro fuga dalla discriminazione e alla ricerca di un po' di pace. Poi ci sono
i figli dei migranti, gran parte in Malaysia, che vengono immediatamente espulsi
se scoperti infetti da HIV. Per le bambine, il cammino verso l'età adulta è ancora
più duro. A quindici anni la percentuale di ragazze che vanno a scuola è inferiore
del 50 per cento rispetto a quella dei ragazzi. A 18, le giovani che proseguono
gli studi sono solo un terzo rispetto ai coetanei maschi. Le donne non hanno un
titolo di studio, fanno i lavori peggiori, hanno gli stipendi più bassi e non
sanno nulla di HIV e Aids. La loro dipendenza dai partner è totale e sono quasi
sempre loro a prendersi cura dei malati in famiglia. Senza mai conoscere i rischi
a cui vanno incontro.