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Giochi diplomatici. Andiamo con ordine. La rottura, o
meglio il mancato accordo, è avvenuto rispetto all’inserimento o meno in una
risoluzione di un riferimento diretto al capitolo 7 della Carta delle Nazioni
Unite. La bozza di accordo era quella presentata dalla Francia e dalla Gran
Bretagna, con il sostegno della Germania e degli Stati Uniti. Ma la Cina e la
Russia, dal primo momento, avevano fatto sapere che non avrebbero accettato una
risoluzione di condanna per l’Iran che facesse cenno alle possibili sanzioni
previste dal capitolo 7 della Carta, che prevedono anche il ricorso alle armi.
Per evitare un veto, potere che hanno sia Pechino che Mosca, e apparire così
ancora più divisi, il Consiglio di Sicurezza ha preso tempo e, nei prossimi
giorni, si pronuncerà. Se non verrà trovato l’accordo, il discorso potrebbe
tornare a Vienna, dove ha sede l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica
presieduta da El Baradei. Ma appare difficile che, dopo il deferimento del
dossier nucleare in Iran al Consiglio di Sicurezza si torni all’Aiea. Proprio
a
causa di quel deferimento, il presidente iraniano Ahmadinejad aveva minacciato
la recessione dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare, ma ieri il
leader di Teheran ha preso tutti in contropiede con un’iniziativa diplomatica
senza precedenti. Ahmadinejad ha infatti scritto direttamente a George W. Bush,
il presidente degli Stati Uniti d’America. Dal 1979, anno della vittoriosa
rivoluzione islamica in Iran guidata dall’ayatollah Khomeini, Washington e
Teheran non hanno rapporti diplomatici. Tutti i contatti, necessari tra due
protagonisti della scena politica mondiale, passano attraverso la mediazione
della Svizzera. Questa volta invece, Ahmadinejad ha scritto al suo omologo
statunitense, prendendo in contropiede i diplomatici e ottenendo il risultato
sperato: bloccare le sanzioni.
Piazza pulita. Mentre
gli occhi del mondo sono
puntati su New York, la bomba atomica e le sanzioni, in Iran è in atto
una
repressione senza precedenti negli ultimi anni. L’ultimo caso di una
serie di
attacchi agli oppositori è stato l’arresto, il 3 maggio scorso,
di Ramin Jahanbegloo, filosofo e scrittore, intellettuale riformista
formatosi in
Francia e da sempre vicino alle posizioni del Mosharekat, il maggior
partito
riformista iraniano.
Linguaggio doppio. Il governo iraniano tenta quindi la carta della tensione internazionale
per rafforzare un potere in difficoltà Ahmadinejad ha vinto le elezioni
presentandosi come il campione della lotta alla corruzione e come il paladino
delle classi povere iraniane. La realtà dei fatti è però molto più complessa
della retorica populista del presidente e del suo gruppo dirigente. Dal primo
momento Ahmadinejad ha capito che è difficile tenere fede alle promesse e ha
deciso di spostare l’obiettivo verso l’orgoglio nazionale di un grande paese.
In ogni discorso pubblico, il presidente fa riferimento alla grande storia
dell’Iran e al suo posto nel mondo, compattando l’opinione pubblica attorno
alla ‘sindrome d’assedio’ e alla negazione, da parte della comunità
internazionale, del ruolo dell’Iran in Medio Oriente. Allo stesso tempo, con i
continui attacchi a Israele, ha tentato di accreditarsi come punto di
riferimento del mondo islamico, come grande potenza regionale e internazionale.
Utilizzare strumentalmente la questione israelo – palestinese serve a
garantirsi la stima e il rispetto delle popolazioni islamiche, magari di quelle
che ritengono i loro governi troppo filo – occidentali. Nei giorni scorsi, a
Kuwait City, si è svolto un vertice tra i principali servizi d’intelligence dei
paesi del Golfo Persico e il tema dell’incontro era, manco a dirlo, l’Iran.
Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Yemen e Oman, tutti paesi a maggioranza
sunnita, con minoranze sciite che reclamano maggiore spazio politico e tutte
più o meno alleate degli Stati Uniti, non hanno alcuna intenzione di stare a
guardare mentre l’Iran (paese dove sono al potere gli sciiti) diventa una
potenza nucleare. L’idea di un grande stato sciita, affiancato all’Iraq dove
gli sciiti hanno la maggioranza, dotato di tecnologia militare nucleare, è
inaccettabile per le ricche monarchie del petrolio. Le dichiarazioni infuocate
di Ahmadinejad non lasciano certo indifferenti i governi che, sempre più a
fatica, tentano di controllare il malcontento interno per la loro vicinanza
alla politica di Washington e il presidente iraniano tenta di agitare gli
animi. Un gioco pericoloso insomma, che non si come possa finire.Christian Elia