09/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Mancato accordo sulle sanzioni all’Iran, mentre Ahmadinejad reprime il dissenso interno
Alla fine i cinque paesi che compongono il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ai quali si affianca la Germania e il responsabile della politica estera dell’Unione Europea Javier Solana,  non hanno trovato l’accordo. L’Iran è riuscito a evitare, per il momento, le sanzioni e Ahmadinejad sfrutta la situazione per compattare l’opinione pubblica interna e schiacciare il dissenso. Ma il suo comportamento comincia a preoccupare anche le monarchie sunnite del Golfo Persico.
 
il consiglio di sicurezza delle nazioni uniteGiochi diplomatici. Andiamo con ordine. La rottura, o meglio il mancato accordo, è avvenuto rispetto all’inserimento o meno in una risoluzione di un riferimento diretto al capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. La bozza di accordo era quella presentata dalla Francia e dalla Gran Bretagna, con il sostegno della Germania e degli Stati Uniti. Ma la Cina e la Russia, dal primo momento, avevano fatto sapere che non avrebbero accettato una risoluzione di condanna per l’Iran che facesse cenno alle possibili sanzioni previste dal capitolo 7 della Carta, che prevedono anche il ricorso alle armi. Per evitare un veto, potere che hanno sia Pechino che Mosca, e apparire così ancora più divisi, il Consiglio di Sicurezza ha preso tempo e, nei prossimi giorni, si pronuncerà. Se non verrà trovato l’accordo, il discorso potrebbe tornare a Vienna, dove ha sede l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presieduta da El Baradei. Ma appare difficile che, dopo il deferimento del dossier nucleare in Iran al Consiglio di Sicurezza si torni all’Aiea. Proprio a causa di quel deferimento, il presidente iraniano Ahmadinejad aveva minacciato la recessione dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare, ma ieri il leader di Teheran ha preso tutti in contropiede con un’iniziativa diplomatica senza precedenti. Ahmadinejad ha infatti scritto direttamente a George W. Bush, il presidente degli Stati Uniti d’America. Dal 1979, anno della vittoriosa rivoluzione islamica in Iran guidata dall’ayatollah Khomeini, Washington e Teheran non hanno rapporti diplomatici. Tutti i contatti, necessari tra due protagonisti della scena politica mondiale, passano attraverso la mediazione della Svizzera. Questa volta invece, Ahmadinejad ha scritto al suo omologo statunitense, prendendo in contropiede i diplomatici e ottenendo il risultato sperato: bloccare le sanzioni.
 
l'intellettuale dissidente JahanbeglooPiazza pulita. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su New York, la bomba atomica e le sanzioni, in Iran è in atto una repressione senza precedenti negli ultimi anni. L’ultimo caso di una serie di attacchi agli oppositori è stato l’arresto, il 3 maggio scorso,  di Ramin Jahanbegloo, filosofo e scrittore, intellettuale riformista formatosi in Francia e da sempre vicino alle posizioni del Mosharekat, il maggior partito riformista iraniano.
Al momento si sa solo che Jahanbegloo è agli arresti a Teheran, ma non si conoscono le accuse e la data del processo.
La vicenda del filosofo è solo l’ultima di una serie di brutalità che hanno visto, come non accadeva da anni, una recrudescenza della violenza in Iran. Ahmadinejad, mentre il mondo s’interroga sul programma nucleare iraniano, ha dato vita a un giro di vite che ha portato l’ex presidente riformista Khatami, il quale aveva preferito il silenzio negli ultimi tempi, ha lanciare un allarme sulla preoccupante situazione interna. Retate delle milizie religiose dalle cui fila proviene lo stesso attuale presidente, giornali chiusi e giornalisti pestati e imprigionati, norme restrittive nelle libertà civili e politiche sono all’ordine del giorno. Sembra ancora una volta quindi che Ahmadinejad, come aveva già fatto in passato con le deliranti affermazioni sullo Stato d’Israele, sposti l’attenzione dell’opinione pubblica su temi che compattano lo spirito nazionale iraniano e, nel frattempo, si organizzi per rafforzare il suo potere all’interno, saldando anche vecchi conti. Jahanbegloo era uno degli intellettuali che aveva firmato un appello, al tempo delle elezioni presidenziali, per votare Rafsanjani e non Ahmadinejad, scegliendo la soluzione meno pericolosa.
 
il presidente iraniano ahmadinejadLinguaggio doppio.  Il governo iraniano tenta quindi la carta della tensione internazionale per rafforzare un potere in difficoltà Ahmadinejad ha vinto le elezioni presentandosi come il campione della lotta alla corruzione e come il paladino delle classi povere iraniane. La realtà dei fatti è però molto più complessa della retorica populista del presidente e del suo gruppo dirigente. Dal primo momento Ahmadinejad ha capito che è difficile tenere fede alle promesse e ha deciso di spostare l’obiettivo verso l’orgoglio nazionale di un grande paese. In ogni discorso pubblico, il presidente fa riferimento alla grande storia dell’Iran e al suo posto nel mondo, compattando l’opinione pubblica attorno alla ‘sindrome d’assedio’ e alla negazione, da parte della comunità internazionale, del ruolo dell’Iran in Medio Oriente. Allo stesso tempo, con i continui attacchi a Israele, ha tentato di accreditarsi come punto di riferimento del mondo islamico, come grande potenza regionale e internazionale. Utilizzare strumentalmente la questione israelo – palestinese serve a garantirsi la stima e il rispetto delle popolazioni islamiche, magari di quelle che ritengono i loro governi troppo filo – occidentali. Nei giorni scorsi, a Kuwait City, si è svolto un vertice tra i principali servizi d’intelligence dei paesi del Golfo Persico e il tema dell’incontro era, manco a dirlo, l’Iran. Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Yemen e Oman, tutti paesi a maggioranza sunnita, con minoranze sciite che reclamano maggiore spazio politico e tutte più o meno alleate degli Stati Uniti, non hanno alcuna intenzione di stare a guardare mentre l’Iran (paese dove sono al potere gli sciiti) diventa una potenza nucleare. L’idea di un grande stato sciita, affiancato all’Iraq dove gli sciiti hanno la maggioranza, dotato di tecnologia militare nucleare, è inaccettabile per le ricche monarchie del petrolio. Le dichiarazioni infuocate di Ahmadinejad non lasciano certo indifferenti i governi che, sempre più a fatica, tentano di controllare il malcontento interno per la loro vicinanza alla politica di Washington e il presidente iraniano tenta di agitare gli animi. Un gioco pericoloso insomma, che non si come possa finire.

Christian Elia

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