08/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuovi scontri nella capitale somala. Tra warlords e corti islamiche, spuntano gli Usa
Un altro weekend di sangue a Mogadiscio. Gli scontri di domenica tra i warlords dell’Alliance for the Restoration of Peace and Counter-Terrorism e le corti islamiche, continuati fino a giovedì, hanno provocato almeno 120 morti e gettato nel caos la città. Nella guerra per la capitale c’è lo zampino di Washington?
 
Miliziani somaliNuovi scontri. “Le due fazioni stavano ammassando armi e uomini ormai da giorni”, dichiara a PeaceReporter il cameraman Abdullahi Farah Duguf. Le trattative tra la Arpct e le corti islamiche non sono mai decollate, e fin qui niente di nuovo. Il colpo di scena arriva dal presidente somalo Abdullahi Yusuf, che venerdì scorso ha accusato apertamente gli Usa di sostenere la Arpct, contribuendo così a destabilizzare il già fragile quadro politico somalo. Ostili a una presa di potere da parte delle corti islamiche, gli Usa le avrebbero incluse nella lotta al terrorismo. “Il sostegno degli Usa ai signori della guerra di Mogadiscio non è una novità”, dichiara a PeaceReporter Matt Bryden dell’International Crisis Group. “Lo stesso Yusuf ne è al corrente, sin da quando era alla guida della regione del Puntland. Le sue dichiarazioni sono un semplice invito, rivolto agli Usa, a lavorare più strettamente con i nuovi leader somali, abbandonando le precedenti alleanze”.
 
Il presidente somalo Abdullahi YusufIl ruolo di Washington. Gli Usa, che ufficialmente sostengono il processo di pace, avrebbero in realtà optato per una strategia a breve termine, alleandosi con i signori della guerra quale male minore. “Il problema è che un disegno del genere ha poche possibilità di riuscita” continua Bryden, “potrebbe portare qualche risultato iniziale, ma alla lunga l’instabilità del Paese pregiudicherà la vittoria finale”. PeaceReporter ha provato a contattare l’ufficio stampa dell’ambasciata americana a Nairobi, in Kenya, per avere un commento sulle dichiarazioni di Yusuf, ma senza risultato. Sull’argomento le autorità americane sono rimaste abbottonate, non rilasciando dichiarazioni neanche alle maggiori agenzie di stampa internazionali. Un’implicita conferma della fondatezza delle accuse? “Qui a Mogadiscio tutti sono al corrente della faccenda”, rivela Duguf. “Fornitura di armi e fondi americani, ma nessun intervento diretto. Oltre agli elicotteri Usa che pattugliano i cieli di Mogadiscio ogni notte”.
 
Velivoli della Combined Joint Task Force americana in azioneNuove strategie. Il Corno d’Africa è una delle nuove frontiere scelte da Washington nella lotta al terrorismo: dal 2003 è attiva a Gibuti la Combined Joint Task Force, una missione militare americana che conta 1.800 unità, e che opera in sette Paesi africani circostanti, Somalia compresa. Compito principale della missione, stanziata nella ex-base della legione straniera francese, è proprio la lotta al terrorismo, sia tramite operazioni militari che attraverso l’assistenza alla popolazione civile. “L’instabilità della regione potrebbe in effetti favorire la crescita del terrorismo”, rivela Bryden. “Al momento sono attivi piccoli gruppi armati, isolati e senza l’appoggio della popolazione. Ma ciò non significa che in futuro non possano diventare una vera minaccia”. Una visione condivisa dall’amministrazione Usa, che nei prossimi anni vorrebbe fare di Gibuti la principale base della Nato nella zona, aumentando gli effettivi a 3 mila unità. Ma che non trova riscontro tra la popolazione civile.
 
La capitale Mogadiscio, rasa al suolo da 15 anni di guerra civileLe corti islamiche. “La lotta al terrorismo fa fraintendere molte cose, prima fra tutte la questione delle corti islamiche”, conclude Duguf. “Questi tribunali, che applicano la sharia, fanno capo ai vari clan della città e hanno portato un po’ di ordine e di certezza del diritto”. Un vantaggio non da poco, in un Paese devastato da 15 anni di guerra civile e privo di un governo credibile. Ma esiste un collegamento tra le corti e la minaccia terroristica? “Alcuni di questi tribunali stanno creando dei problemi”, ammette il nostro interlocutore, “ma più per la volontà di controllare l’intera città che per altro. La maggior parte non ha comunque alcuna ambizione politica, e diventa difficile pensare a un loro piano di destabilizzazione mondiale. Abbiamo fin troppi problemi a casa nostra”. 

Matteo Fagotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità