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Nuovi scontri. “Le due fazioni stavano ammassando armi e uomini
ormai da giorni”, dichiara a PeaceReporter
il cameraman Abdullahi Farah Duguf. Le trattative tra la Arpct e
le corti islamiche non sono mai decollate, e fin qui niente di nuovo. Il colpo
di scena arriva dal presidente somalo Abdullahi Yusuf, che venerdì scorso ha
accusato apertamente gli Usa di sostenere la Arpct, contribuendo così a destabilizzare il già fragile quadro
politico somalo. Ostili a una presa di potere da parte delle corti islamiche,
gli
Usa le avrebbero incluse nella lotta al terrorismo. “Il sostegno degli Usa ai
signori
della guerra di Mogadiscio non è una novità”, dichiara a PeaceReporter Matt Bryden dell’International
Crisis Group. “Lo stesso Yusuf ne è al corrente, sin da quando era alla
guida della regione del Puntland. Le sue dichiarazioni sono un semplice invito,
rivolto agli Usa, a lavorare più strettamente con i nuovi leader somali, abbandonando
le precedenti alleanze”.
Il ruolo di Washington. Gli Usa, che ufficialmente
sostengono il processo di pace, avrebbero in realtà optato per una strategia a
breve termine, alleandosi con i signori della guerra quale male minore. “Il
problema è che un disegno del genere ha poche possibilità di riuscita” continua
Bryden, “potrebbe portare qualche risultato iniziale, ma alla lunga l’instabilità
del Paese pregiudicherà la vittoria finale”. PeaceReporter ha provato a contattare l’ufficio stampa
dell’ambasciata americana a Nairobi, in Kenya, per avere un commento sulle
dichiarazioni di Yusuf, ma senza risultato. Sull’argomento le autorità
americane sono rimaste abbottonate, non rilasciando dichiarazioni neanche alle
maggiori agenzie di stampa internazionali. Un’implicita conferma della
fondatezza delle accuse? “Qui a Mogadiscio tutti sono al corrente della
faccenda”, rivela Duguf. “Fornitura di armi e fondi americani, ma nessun
intervento diretto. Oltre agli elicotteri Usa che pattugliano i cieli di
Mogadiscio ogni notte”.
Nuove strategie. Il Corno d’Africa è una delle nuove frontiere scelte da
Washington nella lotta al terrorismo: dal 2003 è attiva a Gibuti la Combined Joint Task Force, una missione
militare americana che conta 1.800 unità, e che opera in sette Paesi africani
circostanti,
Somalia compresa. Compito principale della missione, stanziata nella ex-base
della legione straniera francese, è proprio la lotta al terrorismo, sia tramite
operazioni militari che attraverso l’assistenza alla popolazione civile. “L’instabilità
della regione potrebbe in effetti favorire la crescita del terrorismo”, rivela
Bryden. “Al momento sono attivi piccoli gruppi armati, isolati e senza l’appoggio
della popolazione. Ma ciò non significa che in futuro non possano diventare una
vera minaccia”. Una visione condivisa dall’amministrazione Usa, che nei
prossimi anni vorrebbe fare di Gibuti la principale base della Nato nella zona,
aumentando gli effettivi a 3 mila unità. Ma che non trova riscontro tra la
popolazione civile.
Le corti islamiche. “La lotta al terrorismo fa fraintendere molte cose, prima
fra tutte la questione delle corti islamiche”, conclude Duguf. “Questi
tribunali, che applicano la sharia,
fanno capo ai vari clan della città e hanno portato un po’ di ordine e di certezza
del diritto”. Un vantaggio non da poco, in un Paese devastato da 15 anni di
guerra civile e privo di un governo credibile. Ma esiste un collegamento tra le
corti e la minaccia terroristica? “Alcuni di questi tribunali stanno creando
dei problemi”, ammette il nostro interlocutore, “ma più per la volontà di
controllare l’intera città che per altro. La maggior parte non ha comunque
alcuna ambizione politica, e diventa difficile pensare a un loro piano di
destabilizzazione mondiale. Abbiamo fin troppi problemi a casa nostra”. Matteo Fagotto