"La vera protezione per i nostri militari non sta nelle blindature, ma nel riportarli a casa"
di Paolo Busoni*

Sei morti in otto giorni devono far riflettere non sulla
escalation
del terrorismo che le “fonti di intelligence” avevano - come al solito -
preventivamente segnalato, e che noi, gente normale, finiamo per conoscere
sempre dopo. Quanto sul fatto che questi episodi non siano capitati prima:
fonti - stavolta sì - solitamente bene informate nelle forze armate, andavano
dicendo che nel periodo della campagna elettorale i “nostri” se ne stessero al
riparo. Le attività ridotte al minimo per non offrire occasione, sia in Iraq
che in Afganistan, per “incidenti” che avrebbero turbato la già più che combattuta
campagna elettorale. Ve lo immaginate il ministro Martino o qualsiasi altro
membro del Governo, convinto assertore della nostra presenza in quelle aree, se
una cosa del genere fosse capitata ai primi di aprile?
Ora è diverso, il governo si è dimesso e poi qualcosa si
deve pur fare, anche perché ci sono gli impegni presi con gli alleati e con le
seppur inconsistenti autorità locali: ad un certo punto bisogna uscire dalle
caserme.

Fuori è tutto normale, cioè c’è una normalissima guerra contemporanea,
di quelle che non sai mai chi può essere tuo amico o nemico e dove il controllo
del territorio è la vera posta del gioco. Fuori ci sono terroristi, ex-nemici
sconfitti, signori della guerra e criminali che da questa melma hanno solo da
guadagnare, non puoi sapere da chi proverrà l’attacco, si conoscono solo i
metodi visto che tutti si riforniscono di armi negli stessi “negozi”. Che si
tratti di una mina radiocomandata, di un razzo Rpg, di un colpo di mortaio o
anche di una sola fucilata, come capitò al sergente Cola, l’essenza della
situazione - la guerra - non cambia. E’ inutile riempire i comunicati stampa di
allocuzioni gergali come “dispositivo esplosivo improvvisato” o morte per
“shock termico” sperando di far trapelare il messaggio che le nostre siano
vittime, per così dire, “speciali” o particolarmente sfortunate. Sono saltate
su una mina, sono state bruciate da un razzo anticarro a carica cava, contro i
quali i nostri mezzi non sono capaci di opporre resistenza: lo “scarrafone” il
veicolo colpito in Iraq, è protetto meno di un furgone portavalori di quelli
che vediamo fuori dal supermercato e il “puma” degli alpini non è molto meglio.

Ma la vera protezione non sta nelle blindature: la dobbiamo
dare noi cittadini impedendo di esporre, per la stupida vanità di
partecipazione al “grande gioco” diplomatico o per gli oscuri interessi
economici di élites economiche, il nostro paese alla guerra. E’ il primo passo
per dare un senso ad un vecchio slogan, mai come oggi attuale:
fuori
l’Italia dalla guerra, fuori la guerra dall’Italia. E’ possibile: basta
avere il coraggio e la pazienza di ricordarlo continuamente a chi abbiamo
appena eletto ai vertici di questa nazione, che non se ne dimentichi mai.