Continua la spy story africana. Spagna e Gran Bretagna protagoniste

Non gli era bastata la pessima figura rimediata in patria dopo gli attentati
dell’11 marzo a Madrid, quando una serie di bugie e verità tenute nascoste gli
costarono il governo in poco meno di tre giorni. Ora ad aggiungere fango (e dubbi)
sul passato di José Maria Aznar da premier ci pensa il governo della minuscola
Guinea Equatoriale, l’ex colonia al centro di una complicata
spy story di golpe falliti, intelligence straniere coinvolte, dittatori infuriati e mercenari
processati.
Ieri la Bbc riportava le dichiarazioni di Ruben Maya, rappresentante del governo
equatoguineano, secondo il quale la Spagna avrebbe avuto un ruolo rilevante nel
mancato
coup d’etat di quest’anno, quando un manipolo di 64 uomini tentò di rovesciare il presidente
Theodoro Obiang Nguema e assicurarsi il potere sulla minuscola isola atlantica
ricca di petrolio.
Un piccola tromba d’aria dai contorni grotteschi, cominciata una notte di marzo
nell’aeroporto di Harare, in Zimbabwe – con il sequestro di un aereo pieno di
armi e mercenari diretto in Guinea Equatoriale – e diventata con i mesi un ciclone
che ha investito nomi e Paesi illustri. I primi a finire nelle invettive della
nomenklatura equatoguineana sono stati Sudafrica (la maggior parte dei mercenari
proveniva da lì) e Stati Uniti. Ma oggi alla lista dei possibili Paesi coinvolti
si aggiungono per l’appunto Spagna e Gran Bretagna.
Quest’ultima, per una recente ammissione del suo stesso ministro degli Esteri,
Jack Straw, sarebbe stata al corrente del piano di un colpo di stato mesi prima,
ma avrebbe taciuto. L’imbarazzo per Londra è ancora più grande, se si pensa che
uno dei principali indagati in questa storia è il figlio di Margareth Thatcher,
Mark. Oltre a lui nell’occhio del ciclone è finito Simon Mann, ex 007 di Sua Maestà,
ora galeotto in un carcere di Harare.

L’accusa rivolta alla Spagna è molto probabilmente legata alla presenza in territorio
iberico di Severo Moto, leader dell’opposizione equatoguineana, che il governo
del Paese africano considera protagonista dietro alle quinte del tentato colpo
di stato.
Nella capitale Malabo si crede che dopo il rovesciamento di Obiang Nguema, un
aereo partito da Madrid avrebbe riportato l’odiato leader del
Partido del Progresso in patria, consegnandoli governo e appoggi internazionali. Una mossa studiata
con cura per insediare un uomo fidato in un’isola ricca di petrolio, lontano da
occhi e media indiscreti.
Qualsiasi possibile ruolo abbiano avuto la Spagna di Aznar o l’Inghilterra di
Blair nella vicenda, tutto è sfumato e sembra che a pagare saranno solo le pedine
della scacchiera e non chi le muoveva.
Lo sa bene Nick du Toit, ex soldato delle forze speciali sudafricane e presunto
capo dell’operazione, di recente condannato a 34 anni di reclusione da un tribunale
della Guinea Equatoriale, insieme ad altri dieci tra armeni e sudafricani.
Il presidente equatoguineano Theodoro Obiang Nguema e il suo governo continuano
nella loro poco diplomatica invettiva, accusando a destra e a manca governi e
servizi segreti africani e occidentali.
Al potere da ben 25 anni, il signor Obiang Nguema è un altro di quei burocrati
africani la cui presidenza tende spesso a oltrepassare la linea di demarcazione
che la separa dalla dittatura. La storia del suo governo pullula di paradossi.
Cresciuto nei collegi militari in Spagna, governatore dell’isola di Bioko (che
insieme a una parte di terraferma costituisce la Guinea Equatoriale) nel 1979
si presenta dallo zio presidente (a vita), Francisco Nguema, con un fucile e
un gruppo di sgherri. Poco tempo dopo Francisco viene giustiziato, mentre l’ingrato
nipote siede saldamente al comando dell’ex colonia spagnola.

Nel 1996 vince le elezioni con un discutibile 99 per cento dei voti (l’opposizione
denuncia brogli, Amnesty International denuncia torture a membri dell’opposizione).
Nel 2002, non contento, fa ancora meglio e raccoglie il 100 per cento delle preferenze,
avviandosi trionfante verso una presidenza trentennale. Ed entrando, alla stregua
dei vari Eyadema (Togo), Mugabe (Zimbabwe) Ould Sid Ahmed Taya (Mauritania), Sasso-Nguesso
(Congo), Contè (Guinea Conakry) e Mswati III (Swaziland) nel club dei presidenti-dittatori
più longevi del continente nero.
Quella rivolta alla Spagna, per quanto non ancora provata, è solo l’ultima di
una serie di accuse di coinvolgimento nei propri affari interni rivolte a un Paese
europeo da parte di una ex colonia africana.
A inizio novembre la Francia era salita sul banco degli imputati (e non ne è
ancora scesa) per il ruolo e gli interessi avuti in Costa d’Avorio prima, dopo
e durante la crisi che l’hanno sconvolta. E sempre la Francia è stata bersaglio
del presidente del Ruanda, Paul Kagame, che l’ha duramente attaccata il 7 aprile
di quest’anno durante la commemorazione per i dieci anni del genocidio ruandese.
Ma per Aznar, impegnato in queste ore a spiegare a una commissione parlamentare
madrilena il perché delle sue verità non dette dopo gli attentati dell'11 marzo,
le accuse di un dittatore di una piccola isola dell’Africa potrebbero essere,
almeno ora, l’ultimo dei problemi.