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I numeri parlano chiaro. I primi tre anni di ‘dopoguerra’
hanno visto un progressivo indebolimento della resistenza talebana e un
conseguente calo dell’intensità dei combattimenti: 1.500 morti nel 2002, mille
nel 2003, settecento nel 2004. Ma poi il vento è cambiato. I talebani rifugiati
in Pakistan si sono riorganizzati grazie al sostegno dei servizi segreti di
Islamabad (Isi), all’appoggio dei movimenti integralisti pachistani e alle armi
acquistate con gli incassi record del raccolto d’oppio 2004. Così nel 2005, i
guerriglieri del mullah Omar sono dilagati dal confine pachistano riprendendo
sostanzialmente il controllo di tutto l’Afghanistan meridionale e infiltrandosi
anche nelle maggiori città. Il 2005 si è chiuso con il bilancio più pesante del
‘dopoguerra’: duemila morti, di cui la metà talebani (o presunti tali), 330
civili, 430 militari afgani, 99 soldati Usa (il doppio che negli anni
precedenti) e 30 soldati del contingente Isaf-Nato (contro i 6 del 2004). E il
2006 si è aperto nel segno della stessa preoccupante tendenza. Nei primi
quattro mesi dell’anno si contano già 751 morti, di cui 148 civili, 265
talebani, 302 militari afgani, 26 soldati Usa e 10 del contingente Isaf-Nato.
Con in più l’inquietante novità del ricorso, da parte dei talebani, agli
attentati suicidi, ormai quasi quotidiani.
Per noi italiani, tutto questo è una dolorosa scoperta.
Nonostante il silenzio che in Italia ha accompagnato la
notizia di questa nuova guerra in cui il nostro Paese veniva coinvolto in
quanto membro della Nato, anche il nostro impegno militare in Afghanistan è
aumentato, non in termini di uomini, ma di mezzi: mezzi da combattimento. Come
si è saputo a febbraio ed è recentemente stato confermato dal capo di Stato
Maggiore dell’Aeronautica, generale Leonardo Tricarico, prossimamente l’Italia
invierà in Afghanistan sei cacciabombardieri Amx che svolgeranno attività di
supporto alle truppe a terra, impegnate anche in missioni di combattimento. In
Afghanistan l’Italia è in guerra perché in Afghanistan c’è una guerra. La
tragedia di Kabul lo dimostra. E dimostra che, prima che sia troppo tardi,
sarebbe il caso d’iniziare a parlare di un “exit strategy” italiana anche per
l’Afghanistan.Enrico Piovesana