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Trattative febbrili. Nonostante la pace monca, la soddisfazione
degli addetti ai lavori è stata più che comprensibile. Appena giovedì sera
infatti, dopo giorni di intense trattative, pressioni più o meno velate e colpi
di scena, le speranze di arrivare a un accordo erano ridotte al lumicino. C’è
voluto tutto l’impegno dei mediatori (in particolare del team di Sam Ibok per
l’Ua) per condurre in porto la nave. Alla fine, la delegazione governativa
sudanese guidata da Majzoiub al-Khalifa e la fazione del Sla che fa capo a Minni Arcua Minnawi hanno raggiunto l’accordo per
il disarmo dei Janjaweed,
l’integrazione dei ribelli nelle Forze Armate e l’entrata in Parlamento dei
rappresentanti del Sudan Liberation
Movement, il braccio politico del gruppo ribelle. L’ultimo punto è stato
quello più controverso, tanto che Minnawi ha fatto sapere al presidente dell’Ua
Denis Sassou Nguesso di aver ancora riserve sull’argomento. Dimostrazione di
come l’accordo resti fragile, ma sia comunque un primo passo verso la pace.
Le incognite. Peccato che il miracolo diplomatico sia riuscito solo
a metà: i ribelli del Justice and
Equality Movement e la fazione minoritaria del Sla, guidata da Mohammed al-Nur, non hanno accettato gli accordi, come
già annunciato dai loro rappresentanti nel corso della settimana. Troppe le
questioni irrisolte, a cominciare dalla destinazione degli introiti
petroliferi, di cui i Darfurini vorrebbero una consistente fetta, ma che il
governo di Khartoum non è intenzionato a cedere. Per proseguire con lo status
del Darfur, che i ribelli vorrebbero modificare unificando le tre regioni in
cui è attualmente diviso. Punti caldi che la diplomazia dovrà sciogliere nelle
prossime settimane, perché un accordo che non riuscisse a comprendere tutte le
fazioni armate diventerebbe automaticamente carta straccia. E, da questo punto
di vista, il fatto che entrambi i gruppi siano riusciti a resistere alle
pressioni diplomatiche non è un buon segno.
Bicchiere
mezzo pieno. Almeno stavolta, al Palazzo di Vetro dell’Onu ci si
era resi conto dell’importanza dei colloqui: i “pesi massimi” della diplomazia
internazionale, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno usato tutto il loro
potere di persuasione per impedire che i colloqui naufragassero, presentando
Abuja come l’ultima occasione per porre fine alla guerra. Una tattica
rischiosa, che se seguita fino in fondo avrebbe comportato l’impossibilità di
accettare qualsiasi risultato parziale. E se il quasi fallimento di giovedì
permette di vedere il bicchiere mezzo pieno, il fatto che soprattutto il gruppo
di al-Nur si sia chiamato fuori rappresenta una grossa incognita per il futuro,
come ammesso anche dai mediatori. I dissidenti del Sla potrebbero infatti non solo continuare la guerra, ma fare anche
in modo di sabotare gli accordi già raggiunti. A questo proposito, il Darfur ha
una lunga storia di tregue mai rispettate. Ma dopo tre anni di guerra, 300 mila
morti e 2 milioni di profughi, l’ottimismo, almeno oggi, è d’obbligo. Sperando
che la diplomazia non si addormenti sul più bello. Matteo Fagotto