06/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ai colloqui di Abuja arriva l’accordo. Ma senza parte dei ribelli
C’è voluta più di una settimana, e tre prolungamenti dei negoziati, per non far saltare il tavolo delle trattative. Alla fine il risultato, parziale ma comunque importante, è arrivato: il governo e la fazione maggiore del Sudan Liberation Army firmano la proposta di pace presentata dall’Unione Africana, seppur con riserva. Il resto dei ribelli rimane fuori dagli accordi, ma per la prima volta la possibilità di porre fine al conflitto in Darfur diventa concreta.
 
Un momento dei colloqui di pace di AbujaTrattative febbrili. Nonostante la pace monca, la soddisfazione degli addetti ai lavori è stata più che comprensibile. Appena giovedì sera infatti, dopo giorni di intense trattative, pressioni più o meno velate e colpi di scena, le speranze di arrivare a un accordo erano ridotte al lumicino. C’è voluto tutto l’impegno dei mediatori (in particolare del team di Sam Ibok per l’Ua) per condurre in porto la nave. Alla fine, la delegazione governativa sudanese guidata da Majzoiub al-Khalifa e la fazione del Sla che fa capo a Minni Arcua Minnawi hanno raggiunto l’accordo per il disarmo dei Janjaweed, l’integrazione dei ribelli nelle Forze Armate e l’entrata in Parlamento dei rappresentanti del Sudan Liberation Movement, il braccio politico del gruppo ribelle. L’ultimo punto è stato quello più controverso, tanto che Minnawi ha fatto sapere al presidente dell’Ua Denis Sassou Nguesso di aver ancora riserve sull’argomento. Dimostrazione di come l’accordo resti fragile, ma sia comunque un primo passo verso la pace.
 
Un campo profughi in DarfurLe incognite. Peccato che il miracolo diplomatico sia riuscito solo a metà: i ribelli del Justice and Equality Movement e la fazione minoritaria del Sla, guidata da Mohammed al-Nur, non hanno accettato gli accordi, come già annunciato dai loro rappresentanti nel corso della settimana. Troppe le questioni irrisolte, a cominciare dalla destinazione degli introiti petroliferi, di cui i Darfurini vorrebbero una consistente fetta, ma che il governo di Khartoum non è intenzionato a cedere. Per proseguire con lo status del Darfur, che i ribelli vorrebbero modificare unificando le tre regioni in cui è attualmente diviso. Punti caldi che la diplomazia dovrà sciogliere nelle prossime settimane, perché un accordo che non riuscisse a comprendere tutte le fazioni armate diventerebbe automaticamente carta straccia. E, da questo punto di vista, il fatto che entrambi i gruppi siano riusciti a resistere alle pressioni diplomatiche non è un buon segno.
 
Guerrigliero darfurinoBicchiere mezzo pieno. Almeno stavolta, al Palazzo di Vetro dell’Onu ci si era resi conto dell’importanza dei colloqui: i “pesi massimi” della diplomazia internazionale, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno usato tutto il loro potere di persuasione per impedire che i colloqui naufragassero, presentando Abuja come l’ultima occasione per porre fine alla guerra. Una tattica rischiosa, che se seguita fino in fondo avrebbe comportato l’impossibilità di accettare qualsiasi risultato parziale. E se il quasi fallimento di giovedì permette di vedere il bicchiere mezzo pieno, il fatto che soprattutto il gruppo di al-Nur si sia chiamato fuori rappresenta una grossa incognita per il futuro, come ammesso anche dai mediatori. I dissidenti del Sla potrebbero infatti non solo continuare la guerra, ma fare anche in modo di sabotare gli accordi già raggiunti. A questo proposito, il Darfur ha una lunga storia di tregue mai rispettate. Ma dopo tre anni di guerra, 300 mila morti e 2 milioni di profughi, l’ottimismo, almeno oggi, è d’obbligo. Sperando che la diplomazia non si addormenti sul più bello. 

Matteo Fagotto

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