Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa
Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P.
(Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo
emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato
la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è
stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da
molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e
la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono
ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in
verticale
11 puntata. È su un divano in muratura, in un angolo della sua
bottega. Sembra essere lì da sempre, coperta com’è di polvere e oggetti vari
che vi hanno trovato appoggio. A volte si distribuisce l’attenzione in modo
diverso e anche un ambiente familiare può svelare qualcosa che si è già visto
molte volte senza dargli peso. Quell’insegna - nell’angolo sotto lo specchio e
accanto alla poltrona da lavoro - è esattamente al suo posto, quello che ha
trovato da quando è in disuso. Sono con Abu Maher, la gioia e la
sorpresa di vedermi di nuovo in Libano lasciano spazio alla voglia di
confidenze; mi aspettava per l’Eid Hadha, la Festa del Sacrificio che nella
religione musulmana chiude il periodo del pellegrinaggio alla Mecca. Mi
aspettava perché lo avevo promesso, ma di vedermi arrivare questa sera proprio
non se lo immaginava. È felice, lo
siamo entrambi, stemperiamo l’emozione in un’ovvia quanto ben accetta tazza di
caffè.
“Morra, shukran – amaro, grazie
”, e finalmente sorrisi e abbracci si sfogano in una risata comune;
il mio accento non è proprio dei migliori!
In questa casa mi è riservata l’ospitalità di un parente
lontano, non quella cerimoniale che si deve agli sconosciuti; l’affetto e la
cortesia si riflettono in gesti spontanei, cancellando d’un tratto i periodi
della mia assenza e riportandoci alla quotidianeità. La televisione è accesa e
il volume è basso; Al Manar – canale degli Hezbohallah – trasmette uno dei suoi
lunghi documentari celebrativi delle gesta dei suoi combattenti nel Sud del
Libano. Noi sediamo sul divano e Abu
Maher racconta di quell’insegna.
Era del suo negozio di barbiere a
Chatila, aperto nel 1982, dopo il ritiro delle truppe israeliane da Beirut. E’
gialla e rettangolare, spessa un palmo e lunga quasi un metro, di quelle con la
luce interna che si attaccano a bandiera sul muro. Ha una scritta nera con il
nome del negozio sotto la quale, con caratteri più piccoli e in rosso, risalta
quello del suo proprietario: Abu Maher Hamze.
Saloon
al Fedha
- saloon del combattente - è il nome che Youssef aveva scelto.
Youssef ha iniziato a fare il barbiere da giovane, nelle
mani ha l’arte di chi conosce il mestiere. Erano gli anni ’70, quando la sua di
capigliatura era lunga e pettinata da un lato, e vestiva camicie strette con
l’ampio collo a punta; quando è emigrato nella Germania dell’Ovest ha portato
la professione con sé, a Colonia ha lavorato in alcune botteghe come
dipendente. Era il 1976 quando ha deciso di rientrare in Libano, sapendo che se
avesse lasciato la Germania non avrebbe ottenuto un nuovo visto; la sua
famiglia è stata decimata a Tall El Zaatar e lui è tornato a Beirut per
l’ultimo saluto. Si è trasferito a Chatila, si è sposato e ha avuto Maher, il
primogenito, e poi Maymana, che ancora vive con lui al Gaza Hospital. Ha
trovato lavoro in un altro saloon e metteva da parte i soldi per aprirne uno
proprio. Era la fine del 1982 quando finalmente ha aperto il suo negozio, sulla
strada principale di Chatila, quella larga che arriva ai piedi del Gaza
Hospital; la moglie era scomparsa durante il massacro e lui cercava di
ricostruirsi una vita con i figli. L’insegna è di quella prima bottega, si
apriva su Chatila street per indicare un obiettivo raggiunto. “Gli affari andavano
bene – dice Abu Maher – ma non è durato a
lungo; il 1985 venne presto e con lui la Guerra dei Campi. Harb mucayyiemat”,
queste due parole sono un soffio pronunciato a mezza bocca, “é stata
dura - ripete ancora – sembrava non finire più”…
Abu Maher ha perso il suo primo figlio in quell’assurdo
conflitto, era appena un ragazzo ed è stato colpito da un proiettile mentre
andava a riempire una tanica di acqua; il suo corpo riposa nella moschea del
campo e la sua immagine su una mensola del negozio. La casa è stata distrutta
dai colpi di mortaio così come il saloon, del quale è riuscito a salvare
l’insegna.
Durante la Guerra dei Campi era a
Chatila Chris Giannou, un chirurgo canadese, che nel 1980 al Gaza Hospital
aveva iniziato la sua collaborazione con la Mezzaluna Rossa Palestinese.
Giannou è stato molto più di un dottore: specializzato in chirurgia di guerra,
ha istituito un ospedale da campo dentro Chatila e lì è rimasto per tutto il
periodo dell’assedio, divenendo una figura rispettata e di riferimento per
tutti. Abu Maher era suo amico, spesso passavano il tempo nell’ospedale a parlare
bevendo tazze di tè; Abu Maher combatteva con il Fronte Democratico per la
Liberazione della Palestina ed era uno dei resistenti a Chatila. Quando è stato
ferito alla spalla dalle milizie di Amal, Dottor Giannou lo ha operato due
volte salvandogli il braccio con mezzi di fortuna; parlandomi di Giannou a
Youssef torna il sorriso.
Youssef racconta, nonostante la difficoltà della lingua, e
il significato delle parole è acuito dall’incertezza del non detto o del detto
a metà, dall’interferenza del rumore di
fondo. Sono attratto da gesti e volti, mi concentro sull’ombra delle cose e su
quello che rimane della materia nei racconti. Abu Maher parla e io ascolto, la
stanza è parzialmente illuminata a intermittenza perché uno dei neon nuovi che
sono al soffitto si è già rotto. Tra i ritmici e irregolari cali di luce si
dipana il racconto.
Sciolto definitivamente l’assedio di
Amal su Chatila, Abu Maher si è trasferito per alcuni mesi in un palazzo
abbandonato a Hamra ed ha continuato a tagliare capelli e radere barbe in un
negozio a Al Fakhani, vicino Sabra. Non molto tempo dopo che si è trasferito
nell’ex-ospedale rimasto abbandonato; in quei giorni la gente di Chatila era
alla continua ricerca di spazi per vivere e in molti confluirono al Gaza
Hospital. Youssef prese possesso di una stanza nel cortile di quell’ala
dell’ospedale che era ancora in costruzione e che non è mai entrata in uso.
Appena ha potuto, ha aperto un nuovo negozio di barbiere a Sabra: ha tirato
fuori la sua vecchia insegna e l‘ha sistemata fuori dal negozio. L’unico
problema erano le spese che non riusciva a sostenere, così col tempo è riuscito
a occupare un’altra stanza accanto a quella che abitava e lì, nel cortile del
Gaza Hospital, ha trasferito la sua attività. Ha staccato l’insegna e ha portato
con
sé gli specchi e la vecchia poltrona blu; il resto della mobilia – povera e
essenziale – l’ha costruita da solo; questa è stata la prima di una serie di
botteghe che avrebbe allestito, perché quello del falegname è divenuto in
seguito il suo secondo lavoro. Sono affascinato dalla forza e dalla
dolcezza di quest’uomo, dal modo sincero che ha di raccontarsi, dalla
spontaneità con la quale mi introduce nella sua vita.
Abu Maher mi guarda e in silenzio si
alza, fa quei pochi passi per raggiungere l’angolo dove inutilizzata da anni
giace l’insegna; leva uno straccio che la copre per metà, delle pinze poggiate
per caso, una borsa di attrezzi, dei giornali, un pezzo di legno. La scopre e
la solleva per poggiarla al centro della stanza; il neon ronza e salta ma lui
non se ne cura e con un’asciugamano pulisce bene l’insegna. Poi srotola un cavo
senza spina e mette i fili di rame nella presa. Solo ora torna a rivolgere lo
sguardo a me. ”Vedi, funziona ancora”, apostrofa soddisfatto annuendo
all’insegna che ora si è illuminata. È un giallo acceso e con la luce risalta
ancora di più, mentre la scritta da
nera è diventata verde; “è bella Abu
Maher…è molto bella”, e di più
non so dire. Lui
rimane in piedi e insieme la guardiamo, è quasi tra sé che mi confida un desiderio:
“Sai, mi piacerebbe poterla
riutilizzare…la appenderei fuori, sulla parete proprio vicino l’ingresso del
Gaza Building. Purtroppo bisogna pagare una tassa molto alta, circa trecento
dollari l’anno, e fino ad ora non sono riuscito…ma forse in futuro, inshallah!”.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc