07/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



11 puntata: Chris
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale
 
il chirurgo di guerra chris giannou11 puntata. È su un divano in muratura, in un angolo della sua bottega. Sembra essere lì da sempre, coperta com’è di polvere e oggetti vari che vi hanno trovato appoggio. A volte si distribuisce l’attenzione in modo diverso e anche un ambiente familiare può svelare qualcosa che si è già visto molte volte senza dargli peso. Quell’insegna - nell’angolo sotto lo specchio e accanto alla poltrona da lavoro - è esattamente al suo posto, quello che ha trovato da quando è in disuso. Sono con Abu Maher, la gioia e la sorpresa di vedermi di nuovo in Libano lasciano spazio alla voglia di confidenze; mi aspettava per l’Eid Hadha, la Festa del Sacrificio che nella religione musulmana chiude il periodo del pellegrinaggio alla Mecca. Mi aspettava perché lo avevo promesso, ma di vedermi arrivare questa sera proprio non se lo immaginava.  È felice, lo siamo entrambi, stemperiamo l’emozione in un’ovvia quanto ben accetta tazza di caffè. Morra, shukran – amaro, grazie”, e finalmente sorrisi e abbracci si sfogano in una risata comune; il mio accento non è proprio dei migliori!
In questa casa mi è riservata l’ospitalità di un parente lontano, non quella cerimoniale che si deve agli sconosciuti; l’affetto e la cortesia si riflettono in gesti spontanei, cancellando d’un tratto i periodi della mia assenza e riportandoci alla quotidianeità. La televisione è accesa e il volume è basso; Al Manar – canale degli Hezbohallah – trasmette uno dei suoi lunghi documentari celebrativi delle gesta dei suoi combattenti nel Sud del Libano.  Noi sediamo sul divano e Abu Maher racconta di quell’insegna.
Era del suo negozio di barbiere a Chatila, aperto nel 1982, dopo il ritiro delle truppe israeliane da Beirut. E’ gialla e rettangolare, spessa un palmo e lunga quasi un metro, di quelle con la luce interna che si attaccano a bandiera sul muro. Ha una scritta nera con il nome del negozio sotto la quale, con caratteri più piccoli e in rosso, risalta quello del suo proprietario: Abu Maher Hamze.
Saloon al Fedha - saloon del combattente - è il nome che Youssef aveva scelto.
 
Youssef ha iniziato a fare il barbiere da giovane, nelle mani ha l’arte di chi conosce il mestiere. Erano gli anni ’70, quando la sua di capigliatura era lunga e pettinata da un lato, e vestiva camicie strette con l’ampio collo a punta; quando è emigrato nella Germania dell’Ovest ha portato la professione con sé, a Colonia ha lavorato in alcune botteghe come dipendente. Era il 1976 quando ha deciso di rientrare in Libano, sapendo che se avesse lasciato la Germania non avrebbe ottenuto un nuovo visto; la sua famiglia è stata decimata a Tall El Zaatar e lui è tornato a Beirut per l’ultimo saluto. Si è trasferito a Chatila, si è sposato e ha avuto Maher, il primogenito, e poi Maymana, che ancora vive con lui al Gaza Hospital. Ha trovato lavoro in un altro saloon e metteva da parte i soldi per aprirne uno proprio. Era la fine del 1982 quando finalmente ha aperto il suo negozio, sulla strada principale di Chatila, quella larga che arriva ai piedi del Gaza Hospital; la moglie era scomparsa durante il massacro e lui cercava di ricostruirsi una vita con i figli. L’insegna è di quella prima bottega, si apriva su Chatila street per indicare un obiettivo raggiunto. “Gli affari andavano benedice Abu Maherma non è durato a lungo; il 1985 venne presto e con lui la Guerra dei Campi. Harb mucayyiemat”, queste due parole sono un soffio pronunciato a mezza bocca, “é stata dura - ripete ancora – sembrava non finire più”
 
Abu Maher ha perso il suo primo figlio in quell’assurdo conflitto, era appena un ragazzo ed è stato colpito da un proiettile mentre andava a riempire una tanica di acqua; il suo corpo riposa nella moschea del campo e la sua immagine su una mensola del negozio. La casa è stata distrutta dai colpi di mortaio così come il saloon, del quale è riuscito a salvare l’insegna.
Durante la Guerra dei Campi era a Chatila Chris Giannou, un chirurgo canadese, che nel 1980 al Gaza Hospital aveva iniziato la sua collaborazione con la Mezzaluna Rossa Palestinese. Giannou è stato molto più di un dottore: specializzato in chirurgia di guerra, ha istituito un ospedale da campo dentro Chatila e lì è rimasto per tutto il periodo dell’assedio, divenendo una figura rispettata e di riferimento per tutti. Abu Maher era suo amico, spesso passavano il tempo nell’ospedale a parlare bevendo tazze di tè; Abu Maher combatteva con il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina ed era uno dei resistenti a Chatila. Quando è stato ferito alla spalla dalle milizie di Amal, Dottor Giannou lo ha operato due volte salvandogli il braccio con mezzi di fortuna; parlandomi di Giannou a Youssef torna il sorriso.
Youssef racconta, nonostante la difficoltà della lingua, e il significato delle parole è acuito dall’incertezza del non detto o del detto a metà, dall’interferenza  del rumore di fondo. Sono attratto da gesti e volti, mi concentro sull’ombra delle cose e su quello che rimane della materia nei racconti. Abu Maher parla e io ascolto, la stanza è parzialmente illuminata a intermittenza perché uno dei neon nuovi che sono al soffitto si è già rotto. Tra i ritmici e irregolari cali di luce si dipana il racconto.
 
Sciolto definitivamente l’assedio di Amal su Chatila, Abu Maher si è trasferito per alcuni mesi in un palazzo abbandonato a Hamra ed ha continuato a tagliare capelli e radere barbe in un negozio a Al Fakhani, vicino Sabra. Non molto tempo dopo che si è trasferito nell’ex-ospedale rimasto abbandonato; in quei giorni la gente di Chatila era alla continua ricerca di spazi per vivere e in molti confluirono al Gaza Hospital. Youssef prese possesso di una stanza nel cortile di quell’ala dell’ospedale che era ancora in costruzione e che non è mai entrata in uso. Appena ha potuto, ha aperto un nuovo negozio di barbiere a Sabra: ha tirato fuori la sua vecchia insegna e l‘ha sistemata fuori dal negozio. L’unico problema erano le spese che non riusciva a sostenere, così col tempo è riuscito a occupare un’altra stanza accanto a quella che abitava e lì, nel cortile del Gaza Hospital, ha trasferito la sua attività. Ha staccato l’insegna e ha portato con sé gli specchi e la vecchia poltrona blu; il resto della mobilia – povera e essenziale – l’ha costruita da solo; questa è stata la prima di una serie di botteghe che avrebbe allestito, perché quello del falegname è divenuto in seguito il suo secondo lavoro. Sono affascinato dalla forza e dalla dolcezza di quest’uomo, dal modo sincero che ha di raccontarsi, dalla spontaneità con la quale mi introduce nella sua vita.
 
Abu Maher mi guarda e in silenzio si alza, fa quei pochi passi per raggiungere l’angolo dove inutilizzata da anni giace l’insegna; leva uno straccio che la copre per metà, delle pinze poggiate per caso, una borsa di attrezzi, dei giornali, un pezzo di legno. La scopre e la solleva per poggiarla al centro della stanza; il neon ronza e salta ma lui non se ne cura e con un’asciugamano pulisce bene l’insegna. Poi srotola un cavo senza spina e mette i fili di rame nella presa. Solo ora torna a rivolgere lo sguardo a me. ”Vedi, funziona ancora”, apostrofa soddisfatto annuendo all’insegna che ora si è illuminata. È un giallo acceso e con la luce risalta ancora di più, mentre  la scritta da nera è diventata verde; “è bella Abu Maher…è molto bella”, e di più non so dire. Lui rimane in piedi e insieme la guardiamo, è quasi tra sé che mi confida un desiderio: “Sai, mi piacerebbe poterla riutilizzare…la appenderei fuori, sulla parete proprio vicino l’ingresso del Gaza Building. Purtroppo bisogna pagare una tassa molto alta, circa trecento dollari l’anno, e fino ad ora non sono riuscito…ma forse in futuro, inshallah!”. 
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc 
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Libano
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