
Hazrat Mir ha 38 anni, ma ne dimostra molti di più. Fa il
contadino, come la maggior parte degli afgani. Vive nel villaggio di Hakimabad,
tra Jalalabad e il confine pachistano, nella provincia di Nangarhar. E’ in fila
davanti al piccolo ospedale distrettuale, un ambulatorio con venti brande. “La
pelle delle mie braccia, delle mie gambe, della mia schiena, di tutto il mio
corpo brucia. E’ un dolore insopportabile. Mi è venuto quando ho toccato quella
robaccia che hanno spruzzato con l’aereo sul mio campo”.
Kamiuna, un’altra contadina del villaggio, fa spuntare da
sotto il burqa celeste le sue dita
ossute e arrossate per mostrarle al dottore. “Guardi le mie mani: hanno
cominciato a bruciarmi da quando ho raccolto gli spinaci nel mio orto, dopo che
quell’aereo bianco è passato a spruzzare quella sostanza”.
“Guardate qui! Guardate come hanno ridotto le mie verdure!”,
urla con rabbia Abdul Qadir in mezzo al suo campicello indicando una distesa di
foglie appassite. “Hanno distrutto le mie cipolle, i miei spinaci, il mio grano
e tutto quello che avevo coltivato”. La sfortuna del signor Qadir è che il suo
appezzamento confina con una piantagione di papaveri da oppio, anch’essi uccisi
dai diserbanti.
“Era un grosso aereo bianco, che volava bassissimo e lento”,
racconta un suo amico del villaggio, Zarawar Khan. “Lasciava sui campi una scia
bianca, sembrava neve molto fina. E appiccicosa. Dove quella roba è caduta, è
morto tutto, senza distinzione tra papaveri e altre coltivazioni. Hanno
distrutto tutti i nostri raccolti! Io ho votato Karzai alle elezioni: aveva
promesso di ricostruire la nostra economia, non di distruggerla!”.
Fumigazioni a tappeto.
“Da due settimane è una processione continua di pazienti”, spiega il dottor Rafi
Safi.
“Decine e decine di contadini vengono ogni giorno lamentando bruciori alla
pelle, agli occhi, problemi respiratori. Vengono dal distretto di Khogyani, ma
anche da quelli di Shinwar e Achin. Tutti danno la colpa ai diserbanti irrorati
sui campi di queste zone”.
Zone coltivate principalmente a papavero da oppio, e per
questo prese di mira dal nuovo programma antidroga avviato dal governo dopo le
elezioni di ottobre. Un programma che ufficialmente dovrebbe attuarsi solo con
lo sradicamento meccanico delle piantagioni di papavero, cioè con squadre di
operai che distruggono i raccolti a bastonate e poi bruciano tutto. L’uso di
pesticidi chimici, soprattutto lanciati dal cielo, era stato escluso perché ritenuto
molto pericoloso per la salute dei contadini e dannoso per le altre,
fondamentali, colture di sussistenza.
Ma evidentemente qualcuno ha
cambiato idea.
I Comandi militari Usa hanno negato di avere a che fare con
queste operazioni di fumigazione e di non saperne nulla. Ma il governatore
della provincia di Nangarhar dubita di questa versione. “Che queste irrorazioni
aeree siano avvenute è un fatto”, dice Din Mohammad, “com’è un fatto che lo
spazio aereo afgano sia sotto esclusivo controllo delle forze Usa”.
Questo anno il raccolto di oppio ha polverizzato ogni record
storico raggiunto in epoca talebana. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Onu,
nel
2004 131mila ettari di piantagioni (un record anche questo) hanno prodotto 4.200
tonnellate di oppio, cioè il 64 per cento in più del 2003: il più grosso
raccolto della storia afgana.
Un business incredibile per i boss locali che ancora
controllano questo paese, trasformatosi ormai in un narco-stato che dalla droga
trae i due terzi del suo Pil nazionale.
Una piaga per i giovani d’Europa e Stati Uniti:
rispettivamente il 90 e il 70 per cento dell’eroina che si iniettano in vena
viene dall’Afghanistan.
Una manna per i quasi 2 milioni e mezzo di contadini afgani
che grazie all’oppio guadagnano dieci volte tanto quello che renderebbe il
grano o un’altra coltivazione.
Il feudalesimo dell’ushur. Se sempre più contadini
afgani abbandonano le coltivazioni ‘lecite’ per passare all’oppio, la colpa è
anche del sistema feudale che impera nelle campagne afgane. Un sistema che arricchisce
i signori locali e impoverisce sempre più i contadini, che alla fine, pur di
sopravvivere, si vedono costretti a coltivare qualcosa di più redditizio.
Questo sistema si chiama
ushur, l’equivalente
della nostrana ‘decima’: una tassa in natura (la decima parte del raccolto) che
i potenti del posto pretendono dai contadini in cambio di protezione, o meglio,
di incolumità.
“Il comandante locale un giorno mi ha detto che lui protegge
la nostra famiglia e il nostro raccolto e che questo gli dà diritto ad essere
ricompensato da noi con l’ushur”,
racconta Kaka Hafiz, contadino 55enne della provincia di Baghlan.
“Non importa se sei ricco o povero, se coltivi papaveri,
riso o grano: lui vuole il dieci per cento di tutto”, spiega Qutbuddin, un altro
contadino che coltiva piselli e meloni. “Ho provato a denunciare la cosa alle
autorità locali, ma poi ho capito che non c’era niente da fare perché anche
loro sono fedeli ai comandanti locali, invece che al governo centrale come
dovrebbero essere”.
“Per le famiglie contadine più povere, versare l’ushur, che spesso è ben superiore al
dieci per cento e che molte volte viene riscosso in denaro prima del raccolto,
è
un sacrificio enorme”, afferma Nader Nadery, dell’Associazione Afgana
Indipendente per i Diritti Umani. “Un sacrificio che a volte non è
oggettivamente affrontabile per mancanza di soldi o per scarsità di raccolto:
ma questo non interessa ai signori locali, che pur di riscuotere l’ushur non esitano a impiegare le minacce
e la violenza. Un contadino che ho sentito personalmente, uno della provincia
di Faryab, soggetta al potente signore della guerra uzbeco Dostum, non aveva
denaro per pagare: lo hanno picchiato selvaggiamente minacciandolo di occupare
la
sua terra e poi di ucciderlo se non avesse pagato”.
Il prossimo anno probabilmente quel contadino, per non
finire più in ospedale e per non far morire di fame la sua famiglia, si
trasformerà nell’ennesimo nuovo coltivatore di papaveri da oppio. Per lui, come
per tutti gli altri, l’oppio sarà la manna dal cielo che lo salverà. Per lo
meno fin quando un'altra manna non verrà irrorata sul suo campo da un aereo
bianco, mandandolo comunque in ospedale e costringendo comunque alla fame la
sua famiglia.