Negli stati Mon e
Karen della Birmania sud-orientale la malaria è in alcuni casi la prima causa
di morte, la popolazione è facilmente esposta a violenze a causa del conflitto
fra guerriglia ed esercito, ma l’assistenza medica è quasi inesistente. Per
questo nel 2001 la sezione francese di
Medici senza Frontiere si era recata in
queste zone remote, coperte dalla giungla, per soccorrere una delle popolazioni
più povere e dimenticate d’Asia. Di recente, tuttavia, il controllo ossessivo
della giunta militare sulle attività di questa Ong straniera ha ricordato
quanto sia difficile lavorare in uno dei Paesi più incontaminati d’Oriente, ma
anche uno dei più chiusi agli aiuti esterni.

Le restrizioni a Msf. I medici francesi hanno lasciato il Myanmar
(com’è stata rinominata la Birmania nel 1989) il 26 marzo scorso a causa di
numerose restrizioni imposte dal regime. “Dalla fine del 2004 non abbiamo
potuto spostarci liberamente nelle zone di intervento e ci sono state ritirate
le autorizzazioni per lavorare in certi distretti”, ci racconta Marine Buissonnière,
segretario generale di Msf, di ritorno dall’ex Birmania. “All’inizio del 2005
sono state impedite tutte le attività nello stato Karen. Sono stati messi nuovi
limiti ai nostri movimenti ed è diventato impossibile lo scambio di dati
medici, a causa delle pressioni che le autorità locali ricevevano da quelle
centrali”. In questo periodo la giunta ha tentato di riprendere il controllo
delle aree in mano alla guerriglia e non ha voluto che operatori stranieri testimoniassero
i loro crimini contro le minoranze mon e karen: incendi di villaggi,
deportazioni, reclutamento forzato di nuovi schiavi dell’esercito e spargimento
di mine. Secondo l’organizzazione umanitaria locale
Free Burma Rangers e i
ribelli, l’ultima offensiva dell’esercito birmano nello stato Karen, che
avrebbe causato 11mila sfollati, è “la peggiore dal 1997”.
Il dopo Khin Nyunt. “Per molto tempo si è creduto che fosse
molto difficile lavorare in Birmania, poi con la nomina del primo ministro Khin
Nyunt, nel 2003, le cose erano un po’ cambiate”, ci spiega un membro di
un’agenzia internazionale che ha vissuto negli ultimi anni nel Paese asiatico.
Nyunt
era il generale più aperto alla comunità internazionale, ma nell’ottobre 2004
è
stato licenziato con una manovra improvvisa e misteriosa dagli altri membri più
radicali della giunta. “Oggi – continua l’operatore umanitario - si è insediato un gruppo militare quasi
xenofobo ed è venuto meno il coordinamento fra i ministeri cercato da Khin
Nyunt. Le restrizioni sono maggiori per le organizzazioni straniere come Msf,
che non lavorano solo con operatori birmani”.

Il trasferimento della capitale. Un’altra operatrice umanitaria
internazionale, che manteniamo anonima per motivi di sicurezza, conferma che la
giunta non vede di buon occhio le Ong straniere, ma aggiunge che non tutte
vengono soggette alle stesse limitazioni. “Le restrizioni sono maggiori se, come
Msf, si fa emergenza e si interviene in zone di guerriglia. E’ sempre stato molto
difficile lavorare in Birmania, ma per noi che ci occupiamo di sviluppo e operiamo
in zone pacificate le cose non sono molto cambiate. Sappiamo che
dopo il trasferimento della capitale da Yangon (ex Rangoon)a Piynmana, avvenuto
a novembre, il governo ha diffuso nuove linee guida, ma non tutte le Ong le
avrebbero ricevute. Di sicuro, però, sono aumentati gli ostacoli burocratici:
è
diventato più difficile ottenere i visti e solo adesso i ministeri trasferiti
cominciano ad avere recapiti telefonici”.
Per il futuro non ci
si aspetta nulla di buono. “C’è ancora poca chiarezza su cosa succederà con la
nuova capitale”, continua la volontaria. “Temo che molte Ong e ambasciate
chiuderanno, piuttosto che trasferirsi a Piynmana, in quanto dovranno
comunque mantenere un ufficio a Yangon, ma ciò è molto dispendioso”. Lo
spostamento della capitale amministrativa voluto dai militari ha sorpreso un
po’ tutti, locali e stranieri che vivono in Birmania. Pynmana, infatti, si
trova in una zona remota nel centro del Paese, a differenza di Yangon che è affacciata
sul mare. La decisione potrebbe, dunque, essere stata presa per motivi
militari, politici, ma anche superstiziosi e astrologici. Il ruolo degli
indovini e l’attaccamento religioso è ancora di estrema importanza in Birmania,
dove il 90 per cento della popolazione pratica il buddismo.
Un lavoro difficile. In diverse zone birmane c’è ancora molto
bisogno d’aiuto, perciò le sezioni olandese e svizzera di Msf hanno deciso di
restare dove le restrizioni sono meno pressanti, seppur tra mille difficoltà.
“Non è la prima volta – insiste la Buissonnière – che abbiamo dovuto
abbandonare un’area d’intervento. Tra le esperienze più dure ricordo quella in
Corea del Nord, da dove ci siamo ritirati nel 1998, perché il governo e gli
agenti favorevoli al regime traevano profitto dagli aiuti”. In Birmania la
situazione è diversa, ma si ripropone il problema di un’assistenza imparziale,
finalizzata ai bisogni della popolazione e non condizionata dalla politica.