08/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Alcuni operatori umanitari ci raccontano il difficile lavoro nell'ex Birmania
Negli stati Mon e Karen della Birmania sud-orientale la malaria è in alcuni casi la prima causa di morte, la popolazione è facilmente esposta a violenze a causa del conflitto fra guerriglia ed esercito, ma l’assistenza medica è quasi inesistente. Per questo nel 2001 la sezione francese di Medici senza Frontiere si era recata in queste zone remote, coperte dalla giungla, per soccorrere una delle popolazioni più povere e dimenticate d’Asia. Di recente, tuttavia, il controllo ossessivo della giunta militare sulle attività di questa Ong straniera ha ricordato quanto sia difficile lavorare in uno dei Paesi più incontaminati d’Oriente, ma anche uno dei più chiusi agli aiuti esterni.
  © Laurence Hugues / MSF: test malarico nella clinica mobile di Mudon
Le restrizioni a Msf. I medici francesi hanno lasciato il Myanmar (com’è stata rinominata la Birmania nel 1989) il 26 marzo scorso a causa di numerose restrizioni imposte dal regime. “Dalla fine del 2004 non abbiamo potuto spostarci liberamente nelle zone di intervento e ci sono state ritirate le autorizzazioni per lavorare in certi distretti”, ci racconta Marine Buissonnière, segretario generale di Msf, di ritorno dall’ex Birmania. “All’inizio del 2005 sono state impedite tutte le attività nello stato Karen. Sono stati messi nuovi limiti ai nostri movimenti ed è diventato impossibile lo scambio di dati medici, a causa delle pressioni che le autorità locali ricevevano da quelle centrali”. In questo periodo la giunta ha tentato di riprendere il controllo delle aree in mano alla guerriglia e non ha voluto che operatori stranieri testimoniassero i loro crimini contro le minoranze mon e karen: incendi di villaggi, deportazioni, reclutamento forzato di nuovi schiavi dell’esercito e spargimento di mine. Secondo l’organizzazione umanitaria locale Free Burma Rangers e i ribelli, l’ultima offensiva dell’esercito birmano nello stato Karen, che avrebbe causato 11mila sfollati, è “la peggiore dal 1997”.
 
© Free Burma Rangers: aiuti agli sfollatiIl dopo Khin Nyunt. “Per molto tempo si è creduto che fosse molto difficile lavorare in Birmania, poi con la nomina del primo ministro Khin Nyunt, nel 2003, le cose erano un po’ cambiate”, ci spiega un membro di un’agenzia internazionale che ha vissuto negli ultimi anni nel Paese asiatico. Nyunt era il generale più aperto alla comunità internazionale, ma nell’ottobre 2004 è stato licenziato con una manovra improvvisa e misteriosa dagli altri membri più radicali della giunta. “Oggi – continua l’operatore umanitario -  si è insediato un gruppo militare quasi xenofobo ed è venuto meno il coordinamento fra i ministeri cercato da Khin Nyunt. Le restrizioni sono maggiori per le organizzazioni straniere come Msf, che non lavorano solo con operatori birmani”.
  © Laurence Hugues / MSF: pazienti a Mudon
Il trasferimento della capitale. Un’altra operatrice umanitaria internazionale, che manteniamo anonima per motivi di sicurezza, conferma che la giunta non vede di buon occhio le Ong straniere, ma aggiunge che non tutte vengono soggette alle stesse limitazioni. “Le restrizioni sono maggiori se, come Msf, si fa emergenza e si interviene in zone di guerriglia. E’ sempre stato molto difficile lavorare in Birmania, ma per noi che ci occupiamo di sviluppo e operiamo in zone pacificate le cose non sono molto cambiate. Sappiamo che dopo il trasferimento della capitale da Yangon (ex Rangoon)a Piynmana, avvenuto a novembre, il governo ha diffuso nuove linee guida, ma non tutte le Ong le avrebbero ricevute. Di sicuro, però, sono aumentati gli ostacoli burocratici: è diventato più difficile ottenere i visti e solo adesso i ministeri trasferiti cominciano ad avere recapiti telefonici”.
Per il futuro non ci si aspetta nulla di buono. “C’è ancora poca chiarezza su cosa succederà con la nuova capitale”, continua la volontaria. “Temo che molte Ong e ambasciate chiuderanno, piuttosto che trasferirsi a Piynmana, in quanto dovranno comunque mantenere un ufficio a Yangon, ma ciò è molto dispendioso”. Lo spostamento della capitale amministrativa voluto dai militari ha sorpreso un po’ tutti, locali e stranieri che vivono in Birmania. Pynmana, infatti, si trova in una zona remota nel centro del Paese, a differenza di Yangon che è affacciata sul mare. La decisione potrebbe, dunque, essere stata presa per motivi militari, politici, ma anche superstiziosi e astrologici. Il ruolo degli indovini e l’attaccamento religioso è ancora di estrema importanza in Birmania, dove il 90 per cento della popolazione pratica il buddismo.
 
Un lavoro difficile. In diverse zone birmane c’è ancora molto bisogno d’aiuto, perciò le sezioni olandese e svizzera di Msf hanno deciso di restare dove le restrizioni sono meno pressanti, seppur tra mille difficoltà. “Non è la prima volta – insiste la Buissonnière – che abbiamo dovuto abbandonare un’area d’intervento. Tra le esperienze più dure ricordo quella in Corea del Nord, da dove ci siamo ritirati nel 1998, perché il governo e gli agenti favorevoli al regime traevano profitto dagli aiuti”. In Birmania la situazione è diversa, ma si ripropone il problema di un’assistenza imparziale, finalizzata ai bisogni della popolazione e non condizionata dalla politica.
 
 
 
 
 

Francesca Lancini

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