04/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli squadroni della morte collaborazionisti, i ‘kadyroviti’, non esistono più. Forse
Ramzan KadyrovDue anni fa, il 9 maggio 2004, una potente bomba esplodeva allo stadio Dynamo di Grozny, uccidendo il presidente ceceno filo-russo Akhmad Kadyrov. Un brutto colpo per la politica di controllo del Cremlino sulla ribelle Cecenia: Kadyrov, fedelissimo di Putin, era un uomo potente nella Cecenia dei clan mafiosi. Al suo posto venne installato, con elezioni farsa, Alu Alkhanov, un grigio e debole funzionario della polizia cecena che si rivelò subito incapace di tenere sotto controllo il paese. Putin decise così di puntare sul vero uomo forte della Cecenia: il giovane figlio del defunto Kadyrov, Ramzan, il temutissimo comandante degli ‘squadroni della morte’ (le guardie presidenziali ‘kadyrovite’), successore ideale del padre sia per temperamento che per fedeltà. Putin gli ha dato carta bianca e piena fiducia. Gli ha dato la medaglia di Eroe della Russia, lo ha fatto diventare Primo Ministro in attesa che compia 30 anni (tra pochi mesi), l’età minima per essere eletto presidente della repubblica. Ma soprattutto, commettendo un grave errore, Putin gli ha lasciato il comando delle sue sanguinarie milizie private, inquadrandole come unità anti-terrorismo e delegando loro il ‘lavoro sporco’ della guerra contro i separatisti, fino ad allora eseguito dalle truppe federali. Ma più che combattere i ribelli, gli uomini di Ramzan – quasi tutti ex ribelli loro stessi – si sono dati ai sequestri di civili a scopo di estorsione, ai saccheggi dei villaggi, alla tortura e allo stupro. I kadyroviti hanno instaurato in Cecenia un regime di terrore sanguinario, diventando più temuti degli stessi soldati russi. E il loro capo, Ramzan, è diventato così potente da sfidare apertamente l’autorità del debole Alkhanov, creando forte imbarazzo al Cremlino.
Putin si è reso conto di aver creato un mostro pericolosamente incontrollabile, oltre che sempre meno ‘presentabile’ di fronte alla comunità internazionale come futuro presidente della Cecenia ‘normalizzata’. Da qui l’esigenza russa di limitare il suo strapotere e di ‘ripulire’ la sua immagine. Due piccioni che Mosca ha preso con una fava: lo scioglimento delle milizie kadyrovite.
 
Il presidnete ceceno AlkhanovL’ultima bravata dei kadyroviti. La decisione era nell’aria da settimane, ma è stata annunciata in televisione dallo stesso Ramzan sabato scorso, 29 aprile, dopo la sua ultima ‘bravata’. Quattro giorni prima, il 25 aprile, nel componud governativo di Grozny i kadyroviti si sono scontrati con le guardie del presidente ceceno Alkhanov. Lo scontro, che solo per un soffio non è degenerato in una vera e propria battaglia, è scoppiato perché i kadyroviti avevano violato l’ordine di Alkhanov di non entrare armate nella zona degli uffici governativi.
Questo incidente è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Su chiaro ordine del Cremlino, non certo per iniziativa personale, Ramzan ha dichiarato in tv “che le milizie kadyrovite non esistono più” e che gli uomini che vi militavano confluiranno in due nuovi battaglioni ceceni anti-terrorismo, il Sever (Nord) e lo Yug (Sud), “che saranno agli ordini del Ministero dell’Interno russo, che avranno propri comandanti e che non avranno più nulla a che vedere con Kadyrov”.
 
Una prigione kadyrovitaLa fine del terrore kadyrovita? I miliziani di Ramzan sono migliaia, ottomila secondo le stime più attendibili. I due nuove battaglioni che dovrebbero riassorbirli saranno invece composti solo da 1.200 uomini in tutto. E gli altri che fine faranno? Rimarranno clandestinamente agli ordini di Ramzan? Ma soprattutto, questi 1.200 sanguinari banditi che cambieranno divisa passando alle dipendenze di Mosca, non si trasformeranno per questo da lupi in agnelli: continueranno a saccheggiare, rapire, torturare e stuprare come facevano prima. Insomma, questa manovra non è detto che limiterà effettivamente il potere di Kadyrov junior. Di certo servirà a dissociare il suo nome dalle atrocità commesse dai suoi ‘squadroni della morte’, salvando la faccia al futuro presidente della Cecenia e quindi ai suoi ‘protettori’ russi.
Che il potere di Ramzan sia ancora forte lo dimostra il grave fatto avvenuto lunedì primo maggio, quando una delegazione del Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa è stata tranquillamente scacciata dal villaggio ceceno di Tsentoroi, luogo di nascita e roccaforte dei Kadyrov, dove ci sono le prigioni segrete (neanche tanto) di Ramzan in cui i civili rapiti vengono torturati per estorcere loro informazioni sui ribelli o denaro.
 
La schiena di un ex prigioniero di KadyrovTsentoroi, il villaggio degli orrori. Proprio degli orrori di Tsentoroi parla l’intervista pubblicata dal Times di Londra il 30 aprile, rilasciata da un ceceno che ha avuto il coraggio di denunciare le atrocità subite, anche personalmente, da Ramzan Kadyrov, futuro presidente della Cecenia.
La sua storia, raccolta dall’associazione Memorial, è vera. Il suo nome è falso, per ovvi motivi. Akhmed Isayev, 51 anni, padre di un ex guerrigliero ceceno fuggito all’estero, è stato arrestato per questo nel novembre 2004. Lo hanno rinchiuso nell’ex palestra di Tsentoroi, trasformata in camera delle torture. “Alle pareti – racconta Isayev nell’intervista – erano legati prigionieri seminudi e sanguinanti, con le facce sfigurate dai calci e dai pugni e le schiene ricoperte dai segni delle bastonate. Venivano torturati con scosse elettriche. Due sono morti sotto i suoi occhi. Poi è toccato anche a me. Mi hanno legato, preso a calci e pugni, mi hanno rotto il naso e tre denti. Dopo alcune ore è arrivato lo stesso Ramzan, che si è divertito a picchiare diversi prigionieri. Quando hanno cominciato a torturare anche me con la corrente, Kadyrov ha voluto azionare personalmente l’interruttore. Questo supplizio è durato per 311 giorni. Tanto è durato il mio sequestro, la mia prigionia”. Isayev ha avuto fortuna: di solito da Tsentoroi nessuno esce vivo per raccontarlo 

Enrico Piovesana

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