07/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La Colombia conta 3milioni di sfollati. L'allarme per i disturbi mentali legati a 40 anni di guerra
Contadini sfollati. Colombia. Foto di Matt Shonfeld“Quando la violenza arrivò, dovemmo lasciare tutto e fuggire in città. Mai avremmo immaginato che il desplazamiento sarebbe stato un viaggio senza ritorno, senza un punto di arrivo. Ci muovemmo, ma senza andare avanti. Riguardandolo in prospettiva, siamo stati in tre luoghi differenti durante questo viaggio. La violenza là nel campo prima di andarcene, la miseria dei quartieri nati dalle invasioni quando ci cacciarono, e l’insonnia adesso che siamo ritornati nel nostro paese. Uno non smette mai di essere uno sfollato. È un marchio, una forma di vita”. Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte da Medici senza frontiere in Colombia nel corso della loro ventennale esperienza, e suona tale e quale alle confidenze che si raccolgono ovunque in quel Paese. Girando per i villaggi più sperduti delle cordigliere, camminando fra i caseríos della costa, o vivendo fra la gente degli slums avvinghiati alle grandi città, questa è la realtà: il desplazamiento è una condizione che ti segna per la vita, ti condiziona per sempre.
 
Sfollati. Colombia. Foto di Matt Shonfeld“Mi hanno torturato. Mi hanno rasato la testa, i baffi, le sopracciglia. Ridevano, a crepa pelle”. Mentre racconta il giorno in cui è stato preso e maltrattato dai paramilitari, Eheto Emilio Roldan, 38 anni, ha lo sguardo pietrificato. Il suo viso scarno e incavato aggiunge quello che il suo racconto non riesce a fotografare: la paura in tutte le sue accezioni, in tutta la sua potenza. “Sono scappato. È da tre mesi che giro senza meta. Ho lasciato tutto là: la mia famiglia, il mio campo. Sono un contadino senza uno straccio di terra ora, senza uno straccio di vita”. Si stropiccia il braccio sinistro con la mano. Su e giù, nervosamente. “Ho provato a ritornare. Ma i paramilitari sono ancora là. Non posso nemmeno avvicinarmi. E poi, anche se riuscissi a tornarci, in che stato troverei la mia casa?”.
 
Bambino che piange. Sfollati. Colombia. Foto di Matt ShonfeldE la stessa emozione, lo stesso coinvolgimento, si ritrovano in Jairo, Armando, Alvaro, Lorena. Tutti con un storia diversa ma equivalente, tutti col dramma della violenza, dello sfollamento, della paura della guerra. Sono oltre 3 milioni i desplazados in Colombia. Come precisano anche Medici senza frontiere nel loro report, “per i colombiani, martoriati da un conflitto quarantennale, lo sfollamento provocato dalla violenza non è un fatto isolato, bensì una serie di eventi che provocano effetti irreversibili sulla salute e sul benessere della popolazione. Una volta risucchiato nel vortice della violenza, il desplazamiento si converte in uno stato permanente, nel quale perfino il ritorno nel luogo di origine è percepito come una tappa ulteriore di sfollamento e insicurezza”. La Ong denuncia che sia le comunità sfollate, sia quelle che riescono a tornare alle proprie case, soffrono, e come se non bastasse l’aiuto umanitario è carente: “Siamo particolarmente preoccupati per la scarsità dei servizi sanitari. Con molta frequenza i servizi, anche i più basilari, non sono disponibili. Persino i programmi di immunizzazione essenziale non raggiungono coperture minime accettabili, e non solo nelle zone rurali colpite dal conflitto, bensì anche in comunità sfollate che vivono in quartieri urbani perfettamente accessibili. Il rischio che scoppino epidemie è di conseguenza estremamente alto”.
 
Bambino di una famiglia di sfollati. Foto di Matt ShonfeldNonostante la gravità della situazione, nel Paese la sanità non riceve la priorità necessaria. Particolarmente allarmante risulta anche la mancanza di centri per la salute mentale, nonostante Msf ne abbia sottolineato l’assoluta necessità. “Come conseguenza di questa mancanza di attenzione, vittime e sopravvissuti della violenza soffrono di disturbi mentali senza nessuna speranza di miglioramento. I nostri ammalati, il personale, la gente delle comunità dove lavoriamo – spiegano – hanno sofferto un ciclo di violenza e sfollamento senza fine. Ogni giorno, milioni di colombiani affrontano la lotta quotidiana del vivere sotto costante minaccia. Nel tempo, questi livelli di violenza producono effetti profondi, indelebili, sugli individui e sulle comunità. Una sofferenza umana di questa grandezza non può essere alleviata solo attraverso la diagnosi e il trattamento clinico – denunciano - Il costo umano del conflitto colombiano sfida le statistiche e la soluzione va ben oltre i mezzi di un’organizzazione d’emergenza medica. È necessario che il governo colombiano e le altre agenzie responsabili adempiano al loro obbligo di proteggere e assistere le vittime della violenza in Colombia”.
 
Sfollati intorno al fuoco. Foto di Matt Shonfeld Era una serata calda. Sotto le stelle filtrava la brezza nel buio fitto della selva. Il fuoco acceso dagli abitanti del caserío per coccolare canti e racconti diffondeva un bagliore dolce e l’atmosfera era quasi surreale. Quel gruppo di colombiani sorridenti e chiacchieroni avevano deciso di condividere le proprie disavventure, in cerca di sollievo. Il tono era scherzoso, sdrammatizzavano: “Sono stato sfollato due volte”, raccontava un uomo alto e nero come la pece. “Non ti angosciare compañero, pensa, io sono dovuto scappare da quei bastardi ben 4 volte”, ribatteva un uomo piccolo e forte, dal sorriso sempre pronto. “Amigos, che dire. Io sette. Ho vinto qualcosa?”. E via con risate liberatorie e pacche sulle spalle. “Che dire – ha quindi voluto puntualizzare el professor, Cesar, il più giovane ma il più istruito, 40 anni e un aspetto da ragazzino – qui siamo tutti nella lista nera, tutti condannati a morte perché coscienti dei nostri diritti e decisi a non abbassare la testa di fronte alla violenza. E’ questione di tempo – poi sorride, gli occhi gli si illuminano – non ci resta che abituarci alla paura. Chi impara a conviverci e a domarla ha vinto”.   

Stella Spinelli

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