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“Quando la violenza
arrivò, dovemmo lasciare tutto e fuggire in città. Mai avremmo immaginato che
il desplazamiento sarebbe stato un viaggio senza ritorno, senza un punto
di arrivo. Ci muovemmo, ma senza andare avanti. Riguardandolo in prospettiva,
siamo stati in tre luoghi differenti durante questo viaggio. La violenza là nel
campo prima di andarcene, la miseria dei quartieri nati dalle invasioni quando
ci cacciarono, e l’insonnia adesso che siamo ritornati nel nostro paese. Uno
non smette mai di essere uno sfollato. È un marchio, una forma di vita”. Questa
è solo una delle tante testimonianze raccolte da Medici senza frontiere in
Colombia nel corso della loro ventennale esperienza, e suona tale e quale alle
confidenze che si raccolgono ovunque in quel Paese. Girando per i villaggi
più sperduti delle cordigliere, camminando fra i caseríos della costa, o
vivendo fra la gente degli slums avvinghiati alle grandi città, questa è
la realtà: il desplazamiento è una condizione che ti segna per la vita, ti condiziona per sempre.
“Mi
hanno torturato. Mi
hanno rasato la testa, i baffi, le sopracciglia. Ridevano, a crepa
pelle”.
Mentre racconta il giorno in cui è stato preso e maltrattato dai
paramilitari,
Eheto Emilio Roldan, 38 anni, ha lo sguardo pietrificato. Il suo viso
scarno e
incavato aggiunge quello che il suo racconto non riesce a fotografare:
la paura in tutte le sue accezioni, in tutta la sua potenza.
“Sono scappato. È da tre mesi che giro senza meta. Ho lasciato tutto
là: la mia
famiglia, il mio campo. Sono un contadino senza uno straccio di terra
ora,
senza uno straccio di vita”. Si stropiccia il braccio sinistro con la
mano. Su
e giù, nervosamente. “Ho provato a ritornare. Ma i paramilitari sono
ancora là.
Non posso nemmeno avvicinarmi. E poi, anche se riuscissi a tornarci, in
che stato
troverei la mia casa?”.
E la stessa emozione, lo
stesso coinvolgimento, si ritrovano in Jairo, Armando, Alvaro, Lorena. Tutti
con un storia diversa ma equivalente, tutti col dramma della violenza, dello
sfollamento, della paura della guerra. Sono oltre 3 milioni i desplazados
in Colombia. Come precisano anche Medici senza frontiere nel loro report,
“per i colombiani, martoriati da un conflitto quarantennale, lo sfollamento
provocato dalla violenza non è un fatto isolato, bensì una serie di eventi che
provocano effetti irreversibili sulla salute e sul benessere della popolazione.
Una volta risucchiato nel vortice della violenza, il desplazamiento si
converte in uno stato permanente, nel quale perfino il ritorno nel luogo di
origine è percepito come una tappa ulteriore di sfollamento e insicurezza”. La
Ong denuncia che sia le comunità sfollate, sia quelle che riescono a tornare
alle proprie case, soffrono, e come se non bastasse l’aiuto umanitario è
carente: “Siamo particolarmente preoccupati per la scarsità dei servizi
sanitari. Con molta frequenza i servizi, anche i più basilari, non sono
disponibili. Persino i programmi di immunizzazione essenziale non raggiungono
coperture minime accettabili, e non solo nelle zone rurali colpite dal
conflitto, bensì anche in comunità sfollate che vivono in quartieri urbani
perfettamente accessibili. Il rischio che scoppino epidemie è di conseguenza
estremamente alto”.
Nonostante la gravità
della situazione, nel Paese la sanità non riceve la priorità necessaria.
Particolarmente allarmante risulta anche la mancanza di centri per la
salute mentale, nonostante Msf ne abbia sottolineato l’assoluta
necessità. “Come conseguenza di questa mancanza di attenzione, vittime e
sopravvissuti della violenza soffrono di disturbi mentali senza nessuna
speranza di miglioramento. I nostri ammalati, il personale, la gente delle
comunità dove lavoriamo – spiegano – hanno sofferto un ciclo di violenza e
sfollamento senza fine. Ogni giorno, milioni di colombiani affrontano la lotta
quotidiana del vivere sotto costante minaccia. Nel tempo, questi livelli di
violenza producono effetti profondi, indelebili, sugli individui e sulle comunità.
Una sofferenza umana di questa grandezza non può essere alleviata solo
attraverso la diagnosi e il trattamento clinico – denunciano - Il costo umano
del conflitto colombiano sfida le statistiche e la soluzione va ben oltre i
mezzi di un’organizzazione d’emergenza medica. È necessario che il governo
colombiano e le altre agenzie responsabili adempiano al loro obbligo
di proteggere e assistere le vittime della violenza in Colombia”.
Era una serata calda. Sotto le stelle filtrava la brezza nel buio fitto della
selva. Il fuoco acceso dagli abitanti del caserío per coccolare canti e
racconti diffondeva un bagliore dolce e l’atmosfera era quasi surreale. Quel
gruppo di colombiani sorridenti e chiacchieroni avevano deciso di condividere
le proprie disavventure, in cerca di sollievo. Il tono era scherzoso,
sdrammatizzavano: “Sono stato sfollato due volte”, raccontava un uomo alto e
nero come la pece. “Non ti angosciare compañero, pensa, io sono dovuto scappare
da quei bastardi ben 4 volte”, ribatteva un uomo piccolo e forte, dal sorriso
sempre pronto. “Amigos, che dire. Io sette. Ho vinto qualcosa?”. E via con
risate liberatorie e pacche sulle spalle. “Che dire – ha quindi voluto
puntualizzare el professor, Cesar, il più giovane ma il più istruito, 40
anni e un aspetto da ragazzino – qui siamo tutti nella lista nera, tutti
condannati a morte perché coscienti dei nostri diritti e decisi a non abbassare
la testa di fronte alla violenza. E’ questione di tempo – poi sorride, gli occhi
gli si
illuminano – non ci resta che abituarci alla paura. Chi impara a conviverci e
a
domarla ha vinto”. Stella Spinelli