13/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una famiglia saharawi come tante nel campo profughi di Tindouf
dal nostro inviato
Christian Elia
 
campo nomadi saharawi di tindouf - foto di c.eliaLa casa di Fatma sembra un porto di mare. E’ difficile capire chi fa parte della famiglia e chi no, perché è il concetto stesso di famiglia che è diverso. E’aperta a tutti, non è un posto esclusivo.
La casa che ci ospita è una di quelle che potremmo definire di nuova generazione, cioè di quelle in muratura. I Saharawi sono i figli del deserto, i nomadi per antonomasia, ma passare trent’anni in una tenda proverebbe anche i più fanatici della cultura del nomadismo.
 
Gli anziani della comunità continuano a guardare di traverso i mattoni che vengono fatti cuocere al sole. Loro vivono ancora aspettando il momento in cui arriverà la grande notizia, la più attesa…si torna a casa. Allora tutto dovrà essere pronto: in marcia in pochi minuti, come è stato per millenni.
 
Quel momento lo aspettano da troppo tempo e i più giovani hanno voluto dare un riparo ai loro bambini, già provati da sete e fame, in un posto dove di giorno il sole ti scioglie, ma di notte la temperatura può scendere sotto lo zero.
La struttura della casa ricorda quella delle case italiane che ancora si trovano in qualche piccolo paese di campagna: un basso muro di cinta con un ingresso stretto oltre il quale c’è un cortile su cui si affacciano quattro porte più piccole. Una è la cucina, il regno di Fatma, dove non c’è mai luce  se non quella del pericolosissimo fornello da campeggio, evidente retaggio di una qualche solidarietà internazionale.
 
Segue il bagno, naturalmente alla turca, che ha una tenda colorata sulla porta e individua un semplice codice: tenda levata via libera, tenda abbassata occupato.
Ci sono poi due stanze da letto collettive, una più grande e una più piccola. In quella più grande, che funge da salone, c’è un immenso tappeto per terra e, tutt’attorno alle pareti, dei divanetti comodi.
In quella più piccola c’è solo il tappeto. Per ospitarci viene fornita la stanza grande. La situazione ricorda molto certi squilibri del pianeta: noi in cinque in una stanza grande, il resto della famiglia, numero oscillante da sei a dieci persone, in quella piccola. A noi sembra profondamente ingiusto, ma l’ospitalità per questa gente è sacra.
 
Fatma sembra la gran sacerdotessa di un culto antico che presiede circondata da figlie e nipoti. Siede come un Buhdda dietro un tavolino basso su cui prepara il thè a ciclo continuo.
Alla fine sei così abituato a berlo che provi un senso di smarrimento quando non c’è. Fatma scalda l’acqua, prepara l’infuso e comincia un movimento con i bicchieri che ricorda quello dei prestigiatori o di quelli che fanno il gioco delle tre carte.
Il contenuto viene versato alternativamente da un bicchiere all’altro fino a che non si crea una  schiuma che sale fino all’orlo.
 
bimba saharawi balla in tenda - foto di c.elia“Quando sono scappata attraversando il deserto avevo solo una tanica d’acqua e il vestito che portavo. La guerra mi ha portato via il marito, ma io avevo i miei figli da crescere. Prima dell’arrivo degli aiuti internazionali è stata dura, ma dopo tanti anni mi sono abituata a stare da sola.”
 
La famiglia di Fatma è particolare. Con lei vive sua sorella Aihma, abbandonata dal marito che è andato a vivere con un’altra donna. Una vedova e una ripudiata che crescono i loro figli. Una differenza che si nota subito rispetto alle famiglie del campo profughi è che, non essendoci figure maschili in giro per casa, le donne si muovono con molta più disinvoltura.
 
Quella saharawi è una cultura tollerante (in rispetto al loro nomadismo non esistono moschee, ma semplici cumuli di pietra orientati verso La Mecca), ma i capi famiglia tengono in una costante soggezione le donne, che si sentono un po’ impedite nei rapporti con l’esterno. Qui la situazione è diversa, lo si avverte subito.
Aisha ha 20 anni, è la figlia maggiore di Fatma e ha due occhi neri e furbi, un sorriso aperto.
 
E’ una chiacchierona e ha una gran voglia di divertirsi. Lei non può più studiare a causa dei reumatismi dovuti, dice Fatma, a malattie non curate quando era piccola. Il suo futuro è tra le mura domestiche, anche perché è orfana e non ha dote, quindi non è una moglie tra le più appetibili.
 
Dopo le presentazioni iniziali, l’inappellabile tribunale di famiglia ha sentenziato che i nostri nomi erano troppo difficili. In un attimo siamo ribattezzati, tra mille risate, con nomi più familiari: Alì. Mohammed e così via. Aisha è l’animatrice della serata, con il suo fluente spagnolo appreso sui banchi di scuola. Dopo il nome tocca all’hennè. Per le donne su mani e piedi, per gli uomini sulla spalla. Usano un’impasto che viene passato sul tratto fatto sulla pelle o utilizzano delle forme con degli spazi da riempire.
 
Il maschietto di casa è Amhed. Tredici anni e uno sguardo maturo come pochi. Dal primo momento è stata la nostra ombra, non ci ha persi di vista neanche per un minuto. Si vede che è abituato alle responsabilità. “Da grande voglio fare il medico, così aiuterò la mia gente”, annuncia impettito, “andrò in Algeria o a Cuba a studiare e tornerò per curare tutti quelli che hanno bisogno.” Ci crede e si vede. Da qualche giorno è tornato Mohammed, un ragazzo che è stato ospitato dal governo dell’Avana che lo ha fatto studiare. Ha 23 anni. Ne aveva 13 quando è partito.
 
E’venuto a trovare Fatma, di cui è parente, come praticamente tutti qui ad Auserd. Ha un’espressione un po’ smarrita ma si vede che è orgoglioso di essere circondato da una folla di ragazzi e bambini che pendono dalle sue labbra, chiedendogli di raccontare dieci anni di vita in pochi minuti. Amhed lo guarda rapito, come se guardasse se stesso qualche anno dopo. Qui un uomo non ha lavoro: ho riesce a studiare all’estero grazie alla solidarietà di qualche paese o si da al commercio, di cui però si vive a stento.
 
L’unica speranza è quella di entrare nella amministrazione, ma questo è un privilegio per pochi. Gli ospiti si alternano nella casa a un ritmo vertiginoso, ma non c’è tempo per troppi convenevoli perché Aisha, scatenata come le sue coetanee di tutto il mondo, ha già collegato alla batteria di un’automobile due cavi elettrici che finiscono, in maniera per noi misteriosa, per alimentare una vecchissima radio. Una audiocassetta stinta viene infilata nell’apparecchio e, prima di rendercene conto, siamo tutti coinvolti in un ballo appassionato. Le donne saharawi ballano coperte dal velo, ma hanno una grazia e una leggerezza nei movimenti da lasciare senza fiato.
 
Questi ragazzi hanno voglia di divertirsi e, quando si parla di guerra, partecipano, dicono la loro, chiedono pace e giustizia, ma si vede che non vedono l’ora di tornare alla loro vita. Fatma invece si incupisce, un velo di tristezza le cala sugli occhi. A lei la guerra ha tolto troppe cose per dimenticare in fretta.
Come Mustafà, uno degli uomini più anziani del campo. Lo si vede sempre seduto vicino al governatorato della provincia, cioè un vecchio edificio dove ha i suoi uffici il Fronte Polisario.
“Vivo qui da 30 anni, ma sono nato nel Sahara Occidentale. Ero un pastore nomade. Avevo tanti cammelli, ma li ho dovuti abbandonare per salvarmi la vita. Sono rimasti laggiù quando sono arrivati i marocchini, non potevo portarli con me. Tanti uomini, donne e bambini sono morti nella traversata del deserto, non potevo pensare agli animali. Siamo arrivati fin qui a piedi.
 
bimba saharawi davanti alla sua casa - foto di c.eliaLa marcia è durata 12 giorni, notte e giorno, soprattutto durante la notte per essere meno individuabili. Avevo 60 anni quando sono arrivato qui. Ora ne ho 90. I soldati marocchini ci inseguivano bombardandoci. E’ impossibile raccontare tutto quello che abbiamo passato: madri coi loro bambini che caricavano le loro poche cose sulle capre, niente vestiti, niente cibo né acqua. Eravamo molto stanchi. Tutto era brutto in quel momento. Facevo parte del Fronte Polisario. Ero un soldato”, dice con orgoglio guardando lontano, come se stimolasse la sua memoria guardando il compagno di quell’antico viaggio: il deserto.
 
“Costruire le case in muratura è stato necessario a causa della situazione: sono più calde d’inverno.
Ma io preferisco la tenda, ho sempre vissuto in una tenda. In trent’anni le nostre tradizioni sono rimaste le stesse, niente è cambiato nonostante la situazione. Niente cambierà fino a quando potremo tornare a casa. Non ho mai perso la speranza di tornare a casa mia”, dice con una determinazione che ci sorprende.
Stiamo ancora bighellonando per il campo profughi quando Amhed, la nostra ombra, ci avverte che la cena è pronta.
 
Anche stasera non mangeremo con loro. Abitudine ci dicono, ma l’angoscia che loro aspettino per mangiare quello che noi lasceremo, ci chiude lo stomaco. La guerra toglie tutto: i sogni e la speranza. I Saharawi non si sono arresi. Continuano a lottare con la vita aspettandone una migliore, magari a casa loro. Quando siamo partiti, Mustafà era al suo posto a guardare il deserto.
 

Christian Elia

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