03/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Bush non vuole l'inno nazionale in spagnolo. Ma lo ha cantato anche lui...
Se le marce di centinaia di migliaia di immigrati in tutto il Paese hanno portato alla ribalta la questione ispanica, negli Usa l’uscita di una versione dell’inno nazionale cantata in spagnolo ha infuocato ancora di più il dibattito. Nel quale è intervenuto a piè pari anche George W. Bush, dicendo che “The star-spangled banner” dovrebbe essere cantato solo in inglese, una lingua “che gli immigrati sono tenuti ad imparare”. La sua presa di posizione è stata in generale condannata dalla stampa statunitense. La quale, frugando nelle campagna elettorali del presidente, ha scoperto ora che anche Bush in passato ha intonato una versione dell’inno in spagnolo. E che il dipartimento di Stato, nel suo sito Web, ne pubblica quattro versioni tradotte in questa lingua, la più diffusa negli States dopo l’inglese.
 
Quando serviva. Nel suo libro “American Dynasty”, l’analista di orientamento repubblicano Kevin Phillips scrisse che nel 1999, durante la prima campagna elettorale per la presidenza, Bush intonava spesso l’inno in spagnolo nelle sue visite alle città con una sostanziosa presenza di ispanici. E durante la cerimonia di inaugurazione del primo mandato presidenziale, nel 2001, il cantante di origine cubana Jon Secada cantò “The star-spangled banner” sia in inglese, sia in spagnolo, insieme a Bush. Interrogato sulla questione, il portavoce della Casa Bianca non ha confermato l’episodio, suggerendo che la scarsa conoscenza dello spagnolo da parte di Bush lo rende improbabile.
 
La nuova versione. Quello cantato nell’occasione, comunque, era l’inno ufficiale tradotto parola per parola. La canzone “Nuestro himno”, che dalla scorsa settimana impazza sulle radio ispaniche negli Usa, ha provocato le proteste dell’ala più conservatrice dei repubblicani perché la traduzione del testo è molto più libera. E contiene frasi come “Siamo tutti uguali, siamo fratelli”, che esprimono anche le rivendicazioni di quelli che sono scesi nelle strade contro la nuova proposta di legge sull’immigrazione. Anche per questo, un gruppo di senatori ha annunciato la stesura di una mozione per chiedere al Congresso di autorizzare solo la versione originale dell’inno.
 
Una condanna non unanime. Poi è intervenuto Bush, in maniera che più chiara non si può. “Credo che l’inno nazionale debba essere cantato solo in inglese. E credo che chi vuole diventare cittadino di questo Paese dovrebbe imparare l’inglese, e dovrebbe imparare a cantare l’inno nazionale in inglese". Ma l’opinione del presidente non è condivisa all’unanimità neanche all’interno della sua stessa amministrazione. “Ho sentito l’inno nazionale in versione rap, country e musica classica”, ha detto il segretario di Stato Condoleezza Rice. “L’individualizzazione dell’inno nazionale americano è un processo in corso da tempo”.
 
Le reazioni. Secondo un sondaggio Gallup, oltre due americani su tre pensano che l’inno dovrebbe essere cantato solo in inglese. Ma la stampa, dai grandi quotidiani ai giornali locali, è molto più morbida del presidente sull’argomento. “Diamo un po’ di merito a Wyclef Jean, la star dell’hip-hop Pitbull e i portoricani Carlos Ponce e Olga Tañón per il loro sforzo”, ha scritto il Mercury News, quotidiano della Silicon Valley. “La loro versione di ‘The star-spangled banner’ era più che rispettabile. Come manifesto politico per conto di immigrati ansiosi di condividere le libertà che l’inno rappresenta, è stato anche toccante”. Anche il Des Moines Register, che pure scrive dal più che conservatore (e poco ispanico) Iowa, è d’accordo sul fatto che “esiste una versione ufficiale dell’inno, ma non un modo giusto o sbagliato per cantarlo. E’ stato cantato con melodie, parole e interpretazioni diverse fin da quando fu scritto, nel 1814. E’ una delle bellezze della musica, e della libertà”.

Alessandro Ursic

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