"Non si può vincere cacciando gli studenti dalle scuole o
affamando i palestinesi". Con queste parole James Wolfenshon, ex
presidente della Banca Mondiale e attuale inviato del Quartetto (il
gruppo di contatto diplomatico composto da Stati Uniti, Russia, Unione
Europea e Nazioni Unite che tenta di trovare una soluzione al conflitto
israelo - palestinese) si è dimesso ieri, in polemica con la decisione
del Quartetto di tagliare i fondi all'Anp, fino a quando Hamas non
riconoscerà Israele. Ma le conseguenze ricadono sulla popolazione
palestinese, come racconta Angelo Stefanini, medico italiano che
conosce bene la situazione.
L’Unione Europea si è accodata a Israele e agli Stati Uniti bloccando gli aiuti
economici all’Autorità
Nazionale Palestinese (Anp) guidata da Hamas, perchè non ha ancora riconosciuto
lo stato di Israele e non ha ripudiato la violenza.

Una scelta criticabile per due motivi principali: il primo riguarda la sostanziale
ipocrisia
che sta alla base di tale decisione, il secondo riguarda la sua logica di fondo.
Le Nazioni Unite stimano che 1,2 milioni di palestinesi si
trovano attualmente in condizioni di povertà estrema. I risultati preliminari
di un recentissimo studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in Palestina
mostrano
come una persona su quattro reputa molto o estremamente misera la qualità della
propria vita, una su cinque ha problemi fisici tali da non potere esplicare le
proprie funzioni quotidiane e circa una su due non ha denaro per soddisfare i
propri bisogni essenziali. Il blocco della Ue impedirà di pagare i salari di oltre
152
mila lavoratori il cui reddito sostiene circa un milione di persone (il 25 percento
della
popolazione nel territorio palestinese occupato - Tpo). Questi lavoratori
consentono il funzionamento del 62 percento dei centri sanitari di base, di tutti
i
principali ospedali, eccetto uno, e del 75 percento del sistema scolastico. A
causa di
questi tagli è facile prevedere che il tasso di povertà salirà di colpo
arrivando presto, secondo stime conservative, al 74 percento. Javier Solana, il
responsabile della politica estera
dell’Unione Europea, ha affermato che l’Unione rispetta la scelta
democratica compiuta dal popolo palestinese, ma intende far sì che le attività
di entrambe la parti in conflitto siano compatibili con il rispetto dei diritti
umani, perseguendo l’obiettivo precedentemente negoziato di una pacifica
coesistenza dei due stati. L’Europa, ha
inoltre dichiarato, non può accettare di finanziare attività terroristiche.

Nelle ultime settimane dozzine di palestinesi innocenti sono
stati uccisi dai continui bombardamenti di aree civili nella striscia di Gaza
da parte dell’esercito israeliano. Nei 15 giorni precedenti all’attentato
suicida in cui un giovane palestinese si fatto esplodere a Tel Aviv, provocando
9 morti innocenti, 26 palestinesi (anch’essi innocenti) tra cui diversi bambini
erano stati uccisi dall’esercito israeliano. Il nuovo governo israeliano,
salutato con approvazione da Solana, ha annunciato l’annessione di tutti i più
vasti insediamenti colonici costruiti illegalmente (e in violazione degli
accordi di Oslo) nella Cisgiordania occupata, nella valle del Giordano e nella
parte Est di Gerusalemme, anch’essa occupata contro le risoluzioni della comunità
internazionale. Israele sta accelerando la costruzione del muro di separazione,
chiamato da molti l’“apartheid wall”, che la Corte Internazionale di Giustizia
ha dichiarato illegale, ordinandone l’abbattimento, e che sta avendo effetti
devastanti per una consistente parte della popolazione palestinese.
Come può tutto ciò essere compatibile con la nascita di due
stati che convivano in pace, riconoscendosi reciprocamente? Se da una parte l’Ue
aiuta Israele, naturalmente con le
migliori intenzioni, ad assediare e affamare i palestinesi, dall’altra
timidamente si limita a prendere atto (quando lo fa) delle violazioni compiute
da Israele. E non ha nessun problema a intrattenere gioviali rapporti con gli
stessi ministri israeliani che regolarmente e alla luce del sole ordinano
l’assassinio (come si può chiamare altrimenti l’uccisione senza processo né
tanto meno condanna a morte?), altrimenti dette “esecuzione
extra-giudiziarie”, di persone
sospette. Gli stessi ministri che esplicitamente minacciano di uccidere
rappresentanti eletti dei palestinesi. Forse tutto ciò non ha a che fare con i
diritti umani? Cosa farà Solana se i partiti israeliani favorevoli alla pulizia
etnica entrano di nuovo al governo di Israele o se il primo ministro Olmert non
rinuncia immediatamente alla pratica degli assassini mirati?

I palestinesi non si trovano in questa situazione di povertà
e di infima qualità di vita a causa di insufficiente assistenza tecnica da
parte dell’UE o dell’intera comunità internazionale, ma perché vivono da quasi
quarant’anni sotto una brutale occupazione militare da parte di un governo
straniero contro cui hanno ben pochi mezzi per resistere. Solana sostiene che
il diritto di opporsi alla occupazione
non giustifica le atrocità commesse in suo nome, quali che siano le azioni e i
mezzi utilizzati dalla potenza occupante. Ammettendo di essere d’accordo,
perché allora gli stati europei forniscono armi a Israele rifiutandosi invece
di dotare i palestinesi dei mezzi e dell’addestramento che permettano
loro di resistere alla occupazione “in modo convenzionale”? Personalmente sono
contro la violenza di ogni tipo, ma non esiste ipocrisia più grande che
chiedere a un popolo oppresso di rinunciare alla violenza e allo stesso tempo
essere complici della violenza della potenza occupante nei suoi confronti.
Se l’Europa volesse veramente offrire il suo supporto al
popolo palestinese potrebbe chiedere la applicazione integrale da parte d'Israele
dell’
Euro-Mediterranean Agreement in
vigore dal 2000, a cominciare dall’art. 2 che prevede privilegi commerciali per
Israele a condizione che rispetti i diritti umani fondamentali.

Quanto alla logica perversa delle sanzioni economiche, strumento che ancora una
volta
la comunità internazionale intende utilizzare per raggiungere fini politici, dovrebbe
essere evidente dopo gli effetti
devastanti, in termini di sofferenza umana e tassi di mortalità (in particolare
tra i bambini) provocati nella popolazione irachena dal decennio di sanzioni
economiche decretate dalle Nazioni Unite contro il regime di Saddam Hussein.
La logica più o meno esplicita di tagli economici
indiscriminati come quelli imposti dalla UE alla Anp è quella di influenzare indirettamente
la leadership
di un paese attraverso un danno diretto alla economia, che a sua volta inneschi
pressione politica, protesta o rivolta da parte della popolazione. Sanzioni
dirette alla economia che non ne provocassero un indebolimento o un profondo
sconvolgimento sarebbero infatti da ritenere inefficaci.

Le conseguenze dirette di un blocco economico ricadono
tuttavia proprio su coloro che sono meno in grado di difendersi, che
rappresentano la minore minaccia, che meno contribuiscono alle decisioni
politiche o militari e che sono più esposti a fame, malattie e privazioni
di ogni genere. In un paese sottoposto a sanzioni, le scarse
risorse a disposizione vengono in genere deviate verso i gruppi dominanti e la
leadership politica, ossia proprio verso il bersaglio che l’intervento intende
colpire. In molti casi, inoltre, le dure condizioni di vita che le sanzioni
provocano hanno l’effetto di accrescere la coesione sociale interna
al paese colpito e coagulare la popolazione attorno ai propri leader. E’ una
storia vecchia che tutto il mondo conosce. Quando si istituisce un blocco
economico allo scopo, raramente raggiunto, di influire indirettamente su chi
può prendere le decisioni che contano, è facilmente prevedibile che esso avrà
effetti negativi diretti su coloro che non hanno responsabilità politiche o
militari e che sono più vulnerabili.
E’ plausibile che chi impone questi tipi di
sanzioni ne conosca e ne approvi la logica di fondo e quindi non possa non
sapere, e per coerenza non approvare, che le conseguenze saranno pagate dai più
deboli. L’etica di un tale comportamento è, credo, assai discutibile perché in
tal modo esseri umani innocenti vengono usati in modo strumentale, come un
mezzo per ottenere un fine.

Se non si ritiene accettabile per il blocco economico
la ragione “strumentale”, allora è presumibile che i tagli decisi dalla Ue
intendano avere uno scopo punitivo o, se vogliamo, dimostrativo, nel senso di
lanciare un messaggio o esprimere disapprovazione per il comportamento tenuto
dalla popolazione palestinese, nella fattispecie la elezione democratica di un
certo tipo di governo. Anche in questo caso tuttavia la popolazione verrebbe ad
essere usata come un semplice mezzo per raggiungere un fine altro: la
sofferenza umana diventa niente più che un mezzo di comunicazione. Tagliare
le paghe dei dipendenti governativi, e con ciò i mezzi di sussistenza di un
milione di persone, allo scopo di punire i palestinesi della scelta compiuta
alle urne significa decidere a priori che esistono governi
moralmente buoni e governi moralmente cattivi. Ma anche
in questo caso, e ammesso che sia legittimo dare giudizi del
genere, un intervento di punizione può essere coerente soltanto quando viene
effettivamente punito il colpevole, ossia chi effettivamente ha votato per
Hamas e non il suo vicino di casa, i suoi figli o il collega di lavoro,
comunque chi non ha partecipato direttamente o indirettamente all’azione
”incriminata”.
L’ultima possibilità che rimarrebbe da prendere in considerazione per
motivare la scelta della Ue è che sia stata compiuta sotto pressioni e
influenze di altro tipo da parte di Stati Uniti o Israele, e che rappresenti,
per così dire, un segno di solidarietà con l’”Impero” anzichè con i sudditi più
deboli e sofferenti. Ma questo distruggerebbe le ultime speranze nell’Europa
nuova che stiamo faticosamente cercando di costruire.
Angelo Stefanini*