Sri Lanka: i ribelli tamil continuano a reclutare piccoli soldati. Le delusioni e le speranze dell'Unicef
Negli ultimi giorni nel nord e nell’est del Paese sono tornati gli scontri e
le tensioni. Il 26 novembre nella città costiera di Trincomalee è stato imposto
il coprifuoco, dopo che si erano verificati alcuni incidenti tra sostenitori delle
Tigri Tamil, i guerriglieri che combattono per l’autonomia della regione, e membri
della comunità cingalese (oltre 70 per cento della popolazione). Ieri, però, un
altro attacco: una granata è stata lanciata contro un autobus che stava viaggiando
dalla cittadina verso Colombo, la capitale. I cingalesi hanno

incolpato ancora una volta i tamil. In realtà, il cessate il fuoco proclamato
nel febbraio 2002 e accolto con grandi speranze, non è mai stato rispettato del
tutto. E a dimostrarlo c’è un dato: secondo le ultime indagini dell’Unicef , negli
ultimi due anni le Tigri hanno reclutato 3.516 minori e ne hanno rilasciati solo
1.206. A poco, dunque, è servito l’
Action Plan, l’accordo firmato nell’ottobre 2003 dalle Tigri per la Liberazione della patria
Tamil (Ltte) e dal governo per impedire l’utilizzo di bambini soldato. E sono
purtroppo solo 172 i ragazzi giunti nel centro di accoglienza che l’Unicef inaugurò
in quell’occasione.
La testimonianza dell’Unicef. “Il progetto era di costruire tre centri a Kilinochchi (villaggio dell'estremo
nord del Paese, Ndr.) ma finora ne abbiamo aperto solo uno”, dichiara a PeaceReporter Geoffrey Keele
della missione Unicef in Sri Lanka. “Purtroppo l’Ltte ci ha riconsegnato meno
bambini di quanto avevamo sperato. Comunque c’è un dato positivo: dopo la firma
dell’ Action Plan i rilasci sono più che raddoppiati”. I ragazzi consegnati all’agenzia Onu hanno
dai 12 ai 17 anni e soffrono di gravi ferite fisiche e psicologiche. Un anno fa
gli operatori del centro ci raccontarono che circa cinquanta pazienti avevano
ricordi e incubi spaventosi. Avevano assistito a uccisioni e ad altre violenze.
La maggior parte provenivano da famiglie molto povere e la guerriglia aveva approfittato
della loro vulnerabilità. In più di un caso erano stati maltrattati dai genitori.
Keele aggiunge: “Abbiamo accolto ragazzi che non volevano tornare a casa. Le
condizioni di vita nel nord e nell’est sono molto più difficili che nel resto
dello Sri Lanka”. Come in una vera e propria zona di guerra, “i piccoli giocano
su terreni minati e corrono sempre il rischio di essere rapiti dalle Tigri. Inoltre
sono malnutriti e non sempre possono andare a scuola. Qui mancano almeno 12mila
insegnanti”. Si stanno facendo, però, dei piccoli passi. “La situazione – continua
l’operatore umanitario - è un poco migliorata dopo il cessate il fuoco: sono
aumentati gli investimenti e moltissime famiglie di sfollati hanno potuto tornare
ai loro villaggi. Ma è anche importante che non si fermino i negoziati di pace”.
Il rapporto di Hrw. Un quadro preoccupante è stato anche disegnato dall’organizzazione umanitaria
Human rights watch che l’11 novembre ha pubblicato il rapporto
“Living in Fear”, “Vivere nella paura”. I ribelli portano via i ragazzi dalle scuole o durante
i festival
hindu che riuniscono moltissime persone. Gli addestramenti a cui li sottopongono sono
durissimi: i bambini imparano ad usare i fucili e a sotterrare le mine. Quando
commettono errori o cercano di scappare, vengono picchiati davanti agli altri
soldati. E’ vietato loro ogni contatto con il mondo esterno e soprattutto con
i famigliari.
Sono moltissimi i casi in cui i genitori si vedono strappare i figli con la forza.
Una giovane sedicenne ha dichiarato a Hrw: “Mia madre e mio padre si rifiutarono
di darmi all’Ltte, così arrivarono in quindici dentro casa. C’erano sia uomini
che donne, in uniforme, con fucili e pistole nelle fondine. Era l’una di notte
e stavo dormendo. Mi trascinarono fuori e mio padre iniziò a gridare: ‘Cosa succede?’,
ma alcuni soldati lo portarono nel bosco. Qui lo picchiarono…Buttarono anche mia
madre a terra quando cercò di fermarli”. Il 40 per cento degli adolescenti reclutati
sono ragazze.
Nordest dimenticato. I tamil costituiscono circa il 18 per cento della popolazione. Decenni di emarginazione
da parte delle autorità cingalesi, hanno generato malcontento nella minoranza
e scatenato la ribellione feroce delle Tigri. Le organizzazioni per i diritti
umani accusano entrambe le parti in conflitto- guerriglieri ed esercito governativo
– di gravi abusi. “Nel 1991 – dice un ex bambino soldato – le truppe del governo
bruciarono la mia casa e stuprarono le donne del quartiere. Ci torturarono”. Un altro ragazzino di 16 anni aggiunge: “Quando avevo otto anni, mio padre e
i
miei quattro zii furono uccisi dall’Esercito dello Sri Lanka (Sla). Nessuno di
loro aveva legami con i ribelli. Erano solo comuni tamil. Provai una grande rabbia
e decisi di unirmi ai guerriglieri. Ora non ho più risentimento, ma continuo a
pretendere di sapere che cosa è successo ai miei cari”.
La guerra nella ‘lacrima d’Oriente’, come viene anche chiamata l’isola dello
Sri Lanka, dura dal 1983 e finora ha causato 65mila vittime. Un inasprimento delle
ostilità si è verificato – nonostante il cessate il fuoco – proprio pochi mesi
fa, a marzo, con conseguenze disperate per i piccoli soldati. La spaccatura del
movimento delle Tigri in un esercito dell’est e in uno del nord è stata caratterizzata
da violenti combattimenti che hanno coinvolto centinaia di bambini. Duemila, inoltre,
si sono trovati allo sbando dopo che il capo della fazione orientale si è dato
alla fuga. Molti sono già stati nuovamente reclutati dai nemici del nord.