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I fatti. Non saranno più le grandi aziende straniere a detenere il controllo delle riserve
boliviane (gas e petrolio) ma lo Stato, più precisamente il Yacimientos Petroliferos
Fiscales Bolivianos (Ypfb). Secondo quanto affermato del presidente Evo Morales,
questo è solo il primo passo verso una sorta di nazionalizzazione totale delle
risorse presenti in territorio boliviano. “Toccherà poi alle miniere, alle foreste
e alla fine toccherà alle terre” ha detto Morales.
Le reazioni. Se da un lato la popolazione della Bolivia sarà ben contenta dell’atteggiamento
tenuto dal suo presidente, dall’altro lato ci sono già le prime preoccupazioni
delle multinazionali. Dalla Spagna del modernissimo Zapatero arrivano i primi
segnali di disappunto: la Repsol controllava ben un quarto delle riserve boliviane.
Ma anche il Brasile del democratico Lula ha storto il naso definendo la decisione
di Morales come un “gesto non amichevole nei confronti di Petrobras”.
Nei giorni scorsi. Evo Morales aveva incontrato la settimana all’Havana scorsa il Presidente Venezuelano
Hugo Chavez e il Presidente cubano Fidel Castro. I tre presidenti della nuova
area socialista latinoamericana, si erano accordati per l’adesione della Bolivia
all’Alba, l’Alternativa Bolivariana per le Americhe, un trattato di libero commercio
dei popoli, in alternativa all'Alca, l'area di libero commercio sostenuta dall’amministrazione
Bush. Con questo accordo, Cuba e Venezuela si impegneranno ad acquistare, ad esempio,
la soia prodotta in Bolivia, e altri cereali. Ma non solo. Il Venezuela
ha anche fornito 5mila borse di studio per giovani boliviani nel settore della
petrolchimica. Cuba, come annunciato, aiuterà la Bolivia in due campi dove le
sua conoscenze sono ai massimi livelli: l’istruzione (fornendo insegnanti) e la
medicina (mandando in Bolivia diversi medici).Alessandro Grandi