30/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



10 puntata: Najma
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale. 
 
il tetto del gaza hospital10 puntata. “Erano i primi giorni di Ramadan, la Guerra dei Campi era all’inizio e Amal attaccava Chatila. Noi avevamo una casa di due piani a Horsh Tabet, tra Chatila e le abitazioni degli uomini di Amal, subito fuori il confine del campo. In quei giorni entrare nel campo era più difficile che scapparne, così abbiamo radunato i nostri figli e siamo venuti via con l’idea di allontanarci fino a Cola e lì trovare un rifugio”.Sono a casa di Abu Mohammed Alì al campo di Mar Elias. A volte succede così, i ricordi arrivano e improvvisamente sentono il bisogno di uscire fuori dalle mura della propria casa, con la prepotenza della necessità diventano racconti. È una donna anziana che parla, il volto morbido e rugoso incorniciato da un velo chiuso al collo con una spilla, carnagione olivastra e occhi scuri; le mani gesticolano dolcemente e le parole affiorano facendosi narrazione.  Non so bene perché ha iniziato a parlare, era salita per chiamare Umm Mohammed e andare con lei a fare una passeggiata, si è unita a noi ed il flusso della memoria ha preso il sopravvento.

“Non capivamo bene cosa stesse succedendo, ma io sentivo che dovevamo allontanarci. Ho parlato con i miei vicini, che non volevano lasciare le loro case. Dicevano che comunque, fuori o dentro casa, le milizie di Amal ci avrebbero ucciso. È meglio in strada – ho detto io – almeno la gente vedrà cosa ci succede”. È Najma che parla, seduta su una poltrona mentre il tè che ha dimenticato sul tavolo si raffredda. Anche lei vive a Mar Elias e la storia che sta per raccontarmi è quella del suo arrivo. Ha una casa azzurra, che si affaccia all’esterno con un piccolo portico dove tra una faccenda e l’altra passa il tempo conversando con altre donne. E’ in un vicolo che percorro rientrando a casa.
Il saluto, cordiale, puntuale mi raggiunge al passaggio e spesso mi soffermo per ricambiare sorrisi rubati all’incedere dei passi. La scarna conversazione si è sempre limitata alla prosa dei saluti e a scarsi interventi gestuali, coadiuvati da lunghi sorrisi ed inviti ad entrare a bere qualcosa. Non lo ho mai fatto, forse per disattenzione. A volte, vedendomi andare, Najma mi ha regalato sapori, dividendo con me parti di colazione.

“Eravamo circa quindici persone, i nostri figli e mariti con noi; trasportavamo le coperte e quello che ci sarebbero potuto servire per qualche giorno…pensavamo saremmo potuti rientrare nelle nostre case. Volevamo tagliare per Sabra e passare per Dahu, raggiungere Cola dove c’erano degli edifici abbandonati – continua la donna -  c’era una donna molto anziana con noi, una siriana mia vicina di casa, camminava col bastone; a lei era arrivata voce fosse pericoloso andare per le strade interne e che il campo di Mar Elias fosse un posto più sicuro, perché i Drusi vi avevano costruito dei rifugi sotterranei. Decidiamo di recarci lì e di cambiare percorso”.Al Rihab, l’ambasciata del Q8, Round Point Chatila, questa la strada che ha percorsa Najma venti anni fa, per proseguire sulla destra fino Al Madina, lo stadio, e spingersi verso il mare dove sorge il campo di Mar Elias. Faccio spesso quella strada; a volte a piedi o col taxi collettivo, altre volte con il furgone di Abu Mohammed quando lo accompagno a prendere i bambini a scuola, o con il bus.
È un percorso ricorrente nei diari, perché è legato ai ricordi di molti: luoghi che hanno fatto la storia di Sabra e Chatila e che passano in parola di persona in persona, dejavou urbanistico della memoria collettiva.

“Proprio davanti lo stadio c’era un check-point di Amal, dove ci hanno fermato per lungo tempo, perquisito, spintonato.  Volevano infine che noi donne con gli anziani andassimo via, lasciando i nostri figli nelle loro mani. Ce ne erano tre dei miei, tutti in età scolare; abbiamo opposto resistenza, la vecchia col bastone gli ha urlato contro ma loro erano decisi ad allontanarci”, racconta Najma, “ ho avuto paura, nello stesso tempo ero arrabbiata. Gli ho urlato ‘Veramente credete che abbiamo salvato le vite dei nostri figli dai soldati israeliani per darli nelle vostre mani’, così gli ho detto più volte, anche ad alta voce in modo che tutti potessero sentire”. Una lacrima riga il suo viso, silenziosa scende sulla guancia dove Najma la ferma con un dito; gli occhi lucidi chiedono ancora di essere ascoltati.  È domenica, giornata tranquilla, l’appuntamento per pranzo a casa di Abu Mohammed è rilassata consuetudine. Fuori il sole scende lento, il ventilatore acceso nella stanza allontana l’aria calda e rumoroso si stende dalle pale. “Non so perché ci hanno lasciato andare. Non scorderò mai quel momento…troppe sono le persone sequestrate dalle milizie di Amal nella Guerra dei Campi che non hanno più fatto ritorno. Sembra che molti siano ancora vivi nelle carceri siriane”, racconta la donna, “siamo arrivati al campo, i nostri figli con noi. Con gli altri abbiamo diviso il rifugio. Non c’era acqua né luce, dopo qualche giorno volevamo lavare almeno i bambini e tornare a prendere delle cose che ci servivano. Altre persone da Chatila erano arrivate a Mar Elias, mi avevano detto che della nostra casa era stato distrutto solo il piano superiore”. Najma a quei tempi lavorava a Chatila, era impiegata dell’Unrwa, l’agenzia delle  Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi. Prima di arrivare a Beirut abitava con la famiglia nel sud del Libano, vicino Tiro, nel campo profughi di Burj El Shamale. Nel 1982 si è spostata verso nord stabilendosi a Chatila, per scappare dall’invasione israeliana e dai bombardamenti.
Anche Abu Mohammed e la moglie ascoltano con attenzione la sua storia, come se non l’avessero mai sentita, anche se è quella del loro popolo. Najma è tornata a Chatila per qualche ora, in un momento dove la situazione sembrava più tranquilla. Come le avevano detto ha trovato una parte della sua casa intatta, mentre il piano superiore dei due era stato abbattuto, il soffitto appoggiato al pavimento. Najma pesa le parole, sembra cercare dentro di se quali possano esprimere meglio lo stato di ansia che le ha procurato la vista di quelle macerie; le stesse mura scampate ai bombardamenti israeliani, testimoni del massacro di Sabra e Chatila, ora abbattute dai colpi di mortaio dei suoi vicini di casa.
 
“Ho lasciato i miei ragazzi solo il  tempo di passare a lavoro, quando sono tornata a prenderli per tornare a Mar Elias in casa non c’erano più. Non riuscivo a crederci, erano stati sequestrati dalle milizie di Amal”.L’emozione si spezza nelle parole, rompe il racconto con il silenzio: la consapevolezza dell’irreparabilità di un attimo soffoca il respiro.  “Qualcuno li ha visti portar via, caricati su un camion. Radunavano i giovani nello stadio Al Madina, quello a Sabra che poi hanno ricostruito – racconta la donna - Mio marito li ha raggiunti, c’erano molti ragazzi raggruppati da una parte. Non so come abbia fatto – ancora adesso mi sembra impossibile – ma è riuscito a convincere i miliziani a liberarli”.  I figli di Najma vivono all’estero da lungo tempo ormai, loro non volevano più rischiare di perderli e con il marito hanno deciso di farli partire. “Che vita avrebbero potuto avere in Libano?”, chiede Najma, soffrendo di lontananza. All’epoca era più facile ottenere i documenti, veri o falsi che fossero, così Alì è andato a vivere in Canada, un altro in Svezia e l’ultimo in Norvegia.  Lei è rimasta nel campo di Mar Elias con il marito, qui hanno ricostruito la propria casa e un’altra vita. Mar Elias è un posto tranquillo, il campo più piccolo di Beirut, nato come insediamento palestinese cristiano è divenuto nel tempo di religione mista. Il suo nome in arabo significa “stella” - dice Najma andandosene - fissandomi  dalla soglia della porta; poi scende le scale con Umm Mohammed e si avviano per la loro passeggiata.  A me lascia il racconto, i pensieri e la scintilla dei suoi occhi.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Guerra, Profughi, Popoli
Luogo: Libano
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