10 puntata. “Erano i primi giorni di Ramadan,
la Guerra dei Campi era all’inizio e Amal attaccava Chatila. Noi
avevamo una casa di due piani a Horsh Tabet, tra Chatila e le
abitazioni degli uomini di Amal, subito fuori il confine del campo. In
quei giorni entrare nel campo era più difficile che scapparne, così
abbiamo radunato i nostri figli e siamo venuti via con l’idea di
allontanarci fino a Cola e lì trovare un rifugio”.Sono a casa di Abu
Mohammed Alì al campo di Mar Elias. A volte succede così, i ricordi
arrivano e improvvisamente sentono il bisogno di uscire fuori dalle
mura della propria casa, con la prepotenza della necessità diventano
racconti. È una donna anziana che parla, il volto morbido e rugoso
incorniciato da un velo chiuso al collo con una spilla, carnagione
olivastra e occhi scuri; le mani gesticolano dolcemente e le parole
affiorano facendosi narrazione. Non so bene perché ha iniziato a parlare, era salita per chiamare Umm
Mohammed e andare con lei a fare una passeggiata, si è unita a noi ed
il flusso della memoria ha preso il sopravvento.
“Non capivamo bene cosa stesse succedendo, ma io sentivo che dovevamo
allontanarci. Ho parlato con i miei vicini, che non volevano lasciare
le loro case. Dicevano che comunque, fuori o dentro casa, le milizie di
Amal ci avrebbero ucciso. È meglio in strada – ho detto io – almeno la
gente vedrà cosa ci succede”. È Najma che parla, seduta su una poltrona
mentre il tè che ha dimenticato sul tavolo si raffredda. Anche lei vive
a Mar Elias e la storia che sta per raccontarmi è quella del suo
arrivo. Ha una casa azzurra, che si affaccia all’esterno con un piccolo
portico dove tra una faccenda e l’altra passa il tempo conversando con
altre donne. E’ in un vicolo che percorro rientrando a casa.
Il saluto, cordiale, puntuale mi raggiunge al passaggio e spesso mi
soffermo per ricambiare sorrisi rubati all’incedere dei passi. La
scarna conversazione si è sempre limitata alla prosa dei saluti e a
scarsi interventi gestuali, coadiuvati da lunghi sorrisi ed inviti ad
entrare a bere qualcosa. Non lo ho mai fatto, forse per disattenzione.
A volte, vedendomi andare, Najma mi ha regalato sapori, dividendo con
me parti di colazione.
“Eravamo circa quindici persone, i nostri figli e mariti con noi;
trasportavamo le coperte e quello che ci sarebbero potuto servire per
qualche giorno…pensavamo saremmo potuti rientrare nelle nostre case.
Volevamo tagliare per Sabra e passare per Dahu, raggiungere Cola dove
c’erano degli edifici abbandonati – continua la donna - c’era una
donna molto anziana con noi, una siriana mia vicina di casa, camminava
col bastone; a lei era arrivata voce fosse pericoloso andare per le
strade interne e che il campo di Mar Elias fosse un posto più sicuro,
perché i Drusi vi avevano costruito dei rifugi sotterranei. Decidiamo
di recarci lì e di cambiare percorso”.Al Rihab, l’ambasciata del Q8,
Round Point Chatila, questa la strada che ha percorsa Najma venti anni
fa, per proseguire sulla destra fino Al Madina, lo stadio, e spingersi
verso il mare dove sorge il campo di Mar Elias. Faccio spesso quella
strada; a volte a piedi o col taxi collettivo, altre volte con il
furgone di Abu Mohammed quando lo accompagno a prendere i bambini a
scuola, o con il bus.
È un percorso ricorrente nei diari, perché è legato ai ricordi di
molti: luoghi che hanno fatto la storia di Sabra e Chatila e che
passano in parola di persona in persona, dejavou urbanistico della
memoria collettiva.
“Proprio davanti lo stadio c’era un check-point di Amal, dove ci hanno
fermato per lungo tempo, perquisito, spintonato. Volevano infine
che noi donne con gli anziani andassimo via, lasciando i nostri figli
nelle loro mani. Ce ne erano tre dei miei, tutti in età scolare;
abbiamo opposto resistenza, la vecchia col bastone gli ha urlato contro
ma loro erano decisi ad allontanarci”, racconta Najma, “ ho avuto
paura, nello stesso tempo ero arrabbiata. Gli ho urlato ‘Veramente
credete che abbiamo salvato le vite dei nostri figli dai soldati
israeliani per darli nelle vostre mani’, così gli ho detto più volte,
anche ad alta voce in modo che tutti potessero sentire”. Una lacrima
riga il suo viso, silenziosa scende sulla guancia dove Najma la ferma
con un dito; gli occhi lucidi chiedono ancora di essere ascoltati.
È domenica, giornata tranquilla, l’appuntamento per pranzo a casa di
Abu Mohammed è rilassata consuetudine. Fuori il sole scende lento, il
ventilatore acceso nella stanza allontana l’aria calda e rumoroso si
stende dalle pale. “Non so perché ci hanno lasciato andare. Non
scorderò mai quel momento…troppe sono le persone sequestrate dalle
milizie di Amal nella Guerra dei Campi che non hanno più fatto ritorno.
Sembra che molti siano ancora vivi nelle carceri siriane”, racconta la
donna, “siamo arrivati al campo, i nostri figli con noi. Con gli altri
abbiamo diviso il rifugio. Non c’era acqua né luce, dopo qualche giorno
volevamo lavare almeno i bambini e tornare a prendere delle cose che ci
servivano. Altre persone da Chatila erano arrivate a Mar Elias, mi
avevano detto che della nostra casa era stato distrutto solo il piano
superiore”. Najma a quei tempi lavorava a Chatila, era impiegata
dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei
rifugiati palestinesi. Prima di arrivare a Beirut abitava con la
famiglia nel sud del Libano, vicino Tiro, nel campo profughi di Burj El
Shamale. Nel 1982 si è spostata verso nord stabilendosi a Chatila, per
scappare dall’invasione israeliana e dai bombardamenti.
Anche Abu Mohammed e la moglie ascoltano con attenzione la sua storia,
come se non l’avessero mai sentita, anche se è quella del loro popolo.
Najma è tornata a Chatila per qualche ora, in un momento dove la
situazione sembrava più tranquilla. Come le avevano detto ha trovato
una parte della sua casa intatta, mentre il piano superiore dei due era
stato abbattuto, il soffitto appoggiato al pavimento. Najma pesa le
parole, sembra cercare dentro di se quali possano esprimere meglio lo
stato di ansia che le ha procurato la vista di quelle macerie; le
stesse mura scampate ai bombardamenti israeliani, testimoni del
massacro di Sabra e Chatila, ora abbattute dai colpi di mortaio dei
suoi vicini di casa.
“Ho lasciato i miei ragazzi solo il tempo di passare a lavoro,
quando sono tornata a prenderli per tornare a Mar Elias in casa non
c’erano più. Non riuscivo a crederci, erano stati sequestrati dalle
milizie di Amal”.L’emozione si spezza nelle parole, rompe il racconto con il silenzio:
la consapevolezza dell’irreparabilità di un attimo soffoca il respiro.
“Qualcuno li ha visti portar via, caricati su un camion. Radunavano i
giovani nello stadio Al Madina, quello a Sabra che poi hanno
ricostruito – racconta la donna - Mio marito li ha raggiunti, c’erano
molti ragazzi raggruppati da una parte. Non so come abbia fatto –
ancora adesso mi sembra impossibile – ma è riuscito a convincere i
miliziani a liberarli”.
I figli di Najma vivono all’estero da lungo tempo ormai, loro non
volevano più rischiare di perderli e con il marito hanno deciso di
farli partire.
“Che vita avrebbero potuto avere in Libano?”, chiede Najma, soffrendo
di lontananza. All’epoca era più facile ottenere i documenti, veri o
falsi che fossero, così Alì è andato a vivere in Canada, un altro in
Svezia e l’ultimo in Norvegia. Lei è rimasta nel campo di Mar Elias con il marito, qui hanno
ricostruito la propria casa e un’altra vita. Mar Elias è un posto
tranquillo, il campo più piccolo di Beirut, nato come insediamento
palestinese cristiano è divenuto nel tempo di religione mista. Il suo
nome in arabo significa “stella” - dice Najma andandosene -
fissandomi dalla soglia della porta; poi scende le scale con Umm
Mohammed e si avviano per la loro passeggiata. A me lascia il
racconto, i pensieri e la scintilla dei suoi occhi.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc