
Sono
pochi i paesi del continente americano a possedere
un’interculturalità e un multilinguismo così profondi e vari come
quelli guatemaltechi. In un lembo di terra così piccolo riescono a
convivere 23 differenti gruppi etnici, con le rispettive lingue,
culture, usi e costumi. Nel corso degli ultimi 5 secoli tutto questo,
che potrebbe generare ricchezza e sviluppo, non sempre è stato
valorizzato da chi ha avuto la possibilità di amministrare il Paese. I
governi che si sono succeduti, con eccezioni onorevoli, si sono posti
al servizio di un parziale settore dominante, dimenticando le masse, in
particolare quelle contadine, bisognose di beni e servizi di prima
necessità.
Situazione indigena.
Il Guatemala è ancora il paese più iniquo del continente. La
popolazione, in particolare quella Maya, è vittima di discriminazioni
anche nell’accesso ai servizi basilari più comuni e indispensabili per la sopravvivenza.
Secondo Amnesty International, nel 2005 il 94 percento della popolazione era
proprietaria del 18.6 percento della terra coltivabile, contro l’1.5 percento
della
popolazione proprietaria del 62.5 percento; inoltre, sempre secondo Amnesty,
il Ministero per l’Agricoltura, il Commercio e l’Alimentazione accetta
che mezzo milione di persone si trovi a un livello inferiore a quello
della sussistenza, in gran parte a causa della carenza di terra fertile
da coltivare.
Dal controllo oligarchico della ricchezza consegue la difficoltà
d’accesso all’occupazione, all’educazione, alla salute, alla casa e
l’esclusione e l’emarginazione estrema nei confronti della popolazione
indigena.

L’esclusione è una costante lungo tutta la storia guatemalteca e i
conflitti sociali sono stati una pratica costante del popolo che si è
visto obbligato a scendere nelle strade, nelle piazze, nei parchi per
richiedere migliori condizioni di vita e per reclamare contro la
concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Anche recentemente, la Corporazione Nazionale dei Lavoratori della Terra (Cnoc)
ha
convocato assieme ad altre organizzazioni contadine e sociali uno
sciopero nazionale, che si è concluso la scorsa settimana. Lo sciopero
mirava a provocare le autorità governative, perché si sedessero al
tavolo delle negoziazioni allo scopo di affrontare seriamente gli
aspetti strutturali per i quali urgono delle soluzioni, come la
giustizia sociale, se si vuole che il paese sia in grado di ascriversi
nel complesso dei paesi in via di sviluppo.
Dopo varie ore di protesta, in cui sono state bloccate numerose vie di
comunicazione del paese e di Ciudad de Guatemala, si è ottenuto uno
spazio di negoziazione della durata di sette ore a cui hanno
partecipato rappresentanti delle organizzazioni sociali e un'equipe di
governo che comprendeva anche il vicepresidente della Repubblica.
I dirigenti sociali hanno posto l’attenzione su quegli aspetti strutturali da
risolvere con urgenza, come:
-
Aprire spazi di consultazione alla società civile
organizzata, secondo un modello su cui possa implementarsi il Trattato
di Libero Commercio con gli Stati Uniti.
- Garantire l’approvazione di leggi compensative e
complementari che assicurino che la società non risenta in negativo
dell’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio.
- Consentire la fiscalizzazione sociale delle
infrastrutture che si stanno realizzando dopo l’uragano Stan per
evitare fenomeni di corruzione e di politicizzazione.
- Garantire risarcimenti alle vittime del terrorismo di Stato.
- Sostenere il Congresso per l’approvazione delle
leggi sulla riforma del Codice del Lavoro, sull’approvazione del Codice
dell’Agricoltura e sulla creazione di tribunali Agrari,
sull’approvazione delle leggi sulle radio di comunità.
- Rafforzare il programma sul tema della casa.
- Studiare un incremento di mille quetzales3 a tutti i lavoratori.
Niente di nuovo.
Sfortunatamente l’attuale governo non si distingue da quelli
precedenti, nonostante annoveri al suo interno rappresentanti che hanno
una formazione di sinistra che affonda nei movimenti sociali. Anche
questo governo, davanti alle proteste, cerca di criminalizzare manifestazioni
e manifestanti.
La risposta delle autorità di governo è stata di minaccia alle
organizzazioni convocanti, contro le quali si è utilizzata la ‘mano
pesante’, in particolare contro chi ha posto i blocchi su strade e vie di
comunicazione extraurbane. Sono infatti stati
dispiegati in differenti punti del paese militari e poliziotti con
lacrimogeni, bastoni e armamentario di vario tipo. Non appena i manifestanti hanno
iniziato a radunarsi nelle strade e
nelle piazze sono stati aggrediti senza motivo da parte delle forze
dell’ordine. Alle 10 del mattino si contavano 10 arresti, dopo le 12 la
cifra aveva già raggiunto quota 26. I feriti gravi sono stati 10, la
maggior parte degli arrestati erano donne e anziani, tra cui una
persona di 80 anni.
Le autorità di governo, dal presidente della Repubblica al ministro
degli Interni alle forze dell’ordine, sono incappati nell’illegalità,
perché hanno limitato diritti legittimi consacrati dalla Costituzione
Politica della Repubblica e in Trattati per i Diritti Umani accettati e
ratificati dallo Stato del Guatemala. Nonostante il popolo abbia
ottenuto successi significativi in seguito alle negoziazioni, si
continua a pagare col dolore, con la perdita della libertà di alcuni
cittadini e con le autorità che non sono mai accusate di nulla pur
infrangendo numerose leggi.
Qual è la sfida. Al momento, oltre ad amministrare la libertà dei detenuti e garantire
l’assistenza medica dei feriti, la sfida consiste nel far sì che gli
accordi raggiunti con il governo inizino ad attuarsi immediatamente ed
evitare che, come successo in altre occasioni, gli impegni si
trasformino in carta straccia.
Nonostante le proteste in
Guatemala siano simili a quelle degli altri paesi dell’America Latina,
qui non esistono le condizioni per giungere a cambiamenti politici affini a
quelli di quei paesi. In Guatemala si corre addirittura il rischio che,
attraverso il terrorismo di Stato, si producano situazioni favorevoli a
coloro che provocano dolore e sofferenza.
In Guatemala sono previste le elezioni alla fine del 2007, poco tempo
perché si costruiscano e rafforzino progetti politici alternativi o
perché dirigenti sociali possano essere validi referenti in tal senso.