stampa
invia
Minacce contrapposte. “Vogliamo la pace nel mondo e
non attaccheremo mai nessuno ma, se gli Stati Uniti osassero aggredirci, noi
reagiremmo danneggiando i loro interessi con una potenza due volte superiore
alla loro”. Questa la dichiarazione di ieri da parte del guida suprema Ali
Khamenei, l’uomo che ha preso il posto dell’ayatollah Khomeini quando è morto
ed è l’uomo che, a detta di molti osservatori, rappresenta il vero potere in
Iran, pur se lascia ad Ahmadinejad il pulpito delle televisioni. “Per capire
chi comanda davvero in Iran basta un esempio: appena Ahmadinejad ha voluto
nominare il ministro del Petrolio, il Parlamento conservatore ha bocciato le
prime tre candidature. Una grande potenza petrolifera come l’Iran è rimasta,
per mesi e mesi, senza un ministro e, alla fine, la scelta è caduta sul vice -
ministro della legislatura precedente. Nei fatti dunque non ha potuto cambiare
nulla”. Questo è il parere di Farian Sabahi, docente di Storia dell’Iran
contemporaneo all’Università di Ginevra, autrice di una molto apprezzata Storia
dell’Iran, della quale è attesa per l’inizio del prossimo giugno la nuova
edizione. “Il vero motivo per il quale Ahmadinejad concentra i suoi attacchi
sul nucleare o su Israele è quello di distrarre l’opinione pubblica iraniana”,
sostiene la docente universitaria, “in realtà lui aveva vinto le elezioni
promettendo un giro di vite rispetto alla corruzione politica in Iran ma, non
avendo il potere reale per cambiare le cose, preferisce concentrare
l’attenzione degli iraniani su altri temi”.
Botta e risposta. Se Ahmadinejad e Khamenei fanno la
faccia truce, il governo degli Stati Uniti non è da meno. «Quando il Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà, ci dovranno essere conseguenze per
questo atto, per questa sfida, ed esamineremo tutte le opzioni di cui il
Consiglio dispone”, commentava il Segretario di Stato Usa Condoleeza Rice il 14
aprile scorso, rispetto al possibile rifiuto di sospendere l’arricchimento
dell’uranio da parte di Teheran, non escludendo di fatto il ricorso al Capitolo
7 della Carta delle Nazioni Unite, quello che autorizza l’uso della forza in
determinate condizioni. “Mi sento di escluderlo”, conclude la professoressa
Sabahi, “l’Iran è un paese-nazione da sempre, non è uno di quegli stati creati
a tavolino dalle potenze coloniali. Pur essendo molto variegato al suo interno,
mantiene una forte coscienza di sé. Sarebbe sempre l’elemento identitario a
prevalere e questo renderebbe l’invasione del Paese assolutamente controproducente.
Diplomazia dialettica. La partita insomma, per il
momento, si gioca sul tavolo delle dichiarazioni roboanti, ma non può non
colpire il livello raggiunto in pochi mesi da questa contrapposizione. Il
programma nucleare iraniano, sempre e comunque presentato come programma
civile, quindi non necessariamente
legato alla produzione della bomba atomica, esiste da anni in quanto iniziato
dal vecchio presidente Khatami, senza particolari sconvolgimenti. Ahmadinejad,
a settembre 2005, annuncia di aver ripreso l’arricchimento dell’uranio e, come
non era accaduto prima, per l’Aiea viola il Trattato di Non Proliferazione
nucleare, nonostante il governo di Teheran assicuri che il programma nucleare
abbia solo finalità civili. Cominciano le trattative tra l’Iran e l’Aiea, ma la
situazione resta bloccata, nonostante il tentativo di mediazione della Russia,
della Germania e della Gran Bretagna. A gennaio 2006, stanca di attendere un
segnale, il governo di Ahmadinejad rompe i sigilli dell’Aiea e riprende il
programma nucleare, arricchendo l’uranio negli impianti di ricerca di Natanz.
A
febbraio 2006 arriva la punizione per la scelta di Teheran: l’Iran viene
deferito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e, alla fine, si arriva
all’ultimatum di oggi.
La borsa del petrolio. La risposta, secondo alcuni, è la borsa
del petrolio inaugurata a Teheran all’inizio di aprile 2006. “In realtà è già
da alcuni anni che l’Iran accetta pagamenti in euro per il petrolio”, risponde
la Sabahi, “fino a ora le piazze principali delle transazioni petrolifere sono
state due, Londra e New York, e tutte e due lavorano in dollari. L’idea in sé
ha una sua valenza rivoluzionaria,
anche perché la storia da un esempio non incoraggiante in questo senso: quando
Saddam Hussein ha annunciato che avrebbe venduto il petrolio iracheno solo in
euro,
l’Iraq è stato invaso a distanza di pochi mesi. In questo senso potrebbe
sembrare che gli Stati Uniti siano preoccupati da una scelta di questo tipo da
parte di un paese come l’Iran. L’elemento da tenere sotto controllo non è tanto
se il petrolio si venda in euro o in dollari, ma su quale mercato vengono
investiti i petroldollari o i petroleuro. Di fatto è la grande finanza che
indirizza le relazioni internazionali. Prendiamo come esempio la Cina, che ha
la seconda riserva mondiale di valuta statunitense e, molto spesso, investe i
capitali direttamente sui mercati finanziari Usa. Un elemento negativo in
questo senso, dopo l’11 settembre 2001, è che negli Stati Uniti c’è stato un
giro di vite verso il mondo arabo, in particolare per le restrizioni all’accesso
al mondo universitario statunitense per gli studenti. Molti sauditi e cittadini
di altri paesi del Golfo hanno preferito prendere i soldi dai conti correnti
americani e metterli in altri mercati. Il
problema quindi, più che la borsa, è che il governo Usa abbia stanziato e
continui a stanziare fondi ingenti per sostenere l’opposizione iraniana. Questo
è un segnale da non sottovalutare”.
Elementi contrastanti. In
questo senso è interessante quello che sta succedendo nella regione iraniana
del Khuzestan, l’unica del Paese a maggioranza sunnita, attorno alla città di
Ahwaz., vicino al confine con l’Iraq. Il Khuzestan è la regione più ricca di
petrolio e, da qualche anno a questa parte, è diventata una polveriera: ben due
attentati nel giro di un anno e una visita ufficiale cancellata da Ahmadinejad.
Teheran ha sempre accusato gli Stati Uniti e la Gran Bretagna d’infiltrarsi
nella regione per sobillare una rivolta anti – governativa. “Potrebbe essere
così”, risponde la Sabahi, “ma sono iraniani come me e non può funzionare.
L’Iran non è uno stato nato a tavolino, anche se non si può negare che nella
regione c’è un problema, in quanto le risorse derivanti dalla vendita del
petrolio di quella regione vengono accaparrate dal governo centrale e non dalla
popolazione locale, che pure ha pagato un prezzo molto alto alla guerra Iran –
Iraq”.
Christian Elia