28/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Scade l’ultimatum per il nucleare iraniano, ma la tensione potrebbe avere una spiegazione diversa
Oggi scade l’ultimatum che l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, l’organismo delle Nazioni Unite che vigila sull’applicazione del trattato di non proliferazione nucleare, ha posto all’Iran per la sospensione dell’arricchimento dell’uranio. Il governo di Teheran ha già fatto sapere che non fermerà il programma nucleare e che reagirà, colpo su colpo, a qualsiasi tentativo di negargli il diritto al nucleare civile.
 
la guida suprema della rivoluzione islamica ali khameneiMinacce contrapposte. “Vogliamo la pace nel mondo e non attaccheremo mai nessuno ma, se gli Stati Uniti osassero aggredirci, noi reagiremmo danneggiando i loro interessi con una potenza due volte superiore alla loro”. Questa la dichiarazione di ieri da parte del guida suprema Ali Khamenei, l’uomo che ha preso il posto dell’ayatollah Khomeini quando è morto ed è l’uomo che, a detta di molti osservatori, rappresenta il vero potere in Iran, pur se lascia ad Ahmadinejad il pulpito delle televisioni. “Per capire chi comanda davvero in Iran basta un esempio: appena Ahmadinejad ha voluto nominare il ministro del Petrolio, il Parlamento conservatore ha bocciato le prime tre candidature. Una grande potenza petrolifera come l’Iran è rimasta, per mesi e mesi, senza un ministro e, alla fine, la scelta è caduta sul vice - ministro della legislatura precedente. Nei fatti dunque non ha potuto cambiare nulla”. Questo è il parere di Farian Sabahi, docente di Storia dell’Iran contemporaneo all’Università di Ginevra, autrice di una molto apprezzata Storia dell’Iran, della quale è attesa per l’inizio del prossimo giugno la nuova edizione. “Il vero motivo per il quale Ahmadinejad concentra i suoi attacchi sul nucleare o su Israele è quello di distrarre l’opinione pubblica iraniana”, sostiene la docente universitaria, “in realtà lui aveva vinto le elezioni promettendo un giro di vite rispetto alla corruzione politica in Iran ma, non avendo il potere reale per cambiare le cose, preferisce concentrare l’attenzione degli iraniani su altri temi”.
 
il segretario di stato usa condoleeza riceBotta e risposta. Se Ahmadinejad e Khamenei fanno la faccia truce, il governo degli Stati Uniti non è da meno. «Quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà, ci dovranno essere conseguenze per questo atto, per questa sfida, ed esamineremo tutte le opzioni di cui il Consiglio dispone”, commentava il Segretario di Stato Usa Condoleeza Rice il 14 aprile scorso, rispetto al possibile rifiuto di sospendere l’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran, non escludendo di fatto il ricorso al Capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, quello che autorizza l’uso della forza in determinate condizioni. “Mi sento di escluderlo”, conclude la professoressa Sabahi, “l’Iran è un paese-nazione da sempre, non è uno di quegli stati creati a tavolino dalle potenze coloniali. Pur essendo molto variegato al suo interno, mantiene una forte coscienza di sé. Sarebbe sempre l’elemento identitario a prevalere e questo renderebbe l’invasione del Paese assolutamente controproducente.
Non credo che qualcuno possa trovare opportuna questa ipotesi”.
 
operai di una centrale nucleareDiplomazia dialettica. La partita insomma, per il momento, si gioca sul tavolo delle dichiarazioni roboanti, ma non può non colpire il livello raggiunto in pochi mesi da questa contrapposizione. Il programma nucleare iraniano, sempre e comunque presentato come programma civile,  quindi non necessariamente legato alla produzione della bomba atomica, esiste da anni in quanto iniziato dal vecchio presidente Khatami, senza particolari sconvolgimenti. Ahmadinejad, a settembre 2005, annuncia di aver ripreso l’arricchimento dell’uranio e, come non era accaduto prima, per l’Aiea viola il Trattato di Non Proliferazione nucleare, nonostante il governo di Teheran assicuri che il programma nucleare abbia solo finalità civili. Cominciano le trattative tra l’Iran e l’Aiea, ma la situazione resta bloccata, nonostante il tentativo di mediazione della Russia, della Germania e della Gran Bretagna. A gennaio 2006, stanca di attendere un segnale, il governo di Ahmadinejad rompe i sigilli dell’Aiea e riprende il programma nucleare, arricchendo l’uranio negli impianti di ricerca di Natanz. A febbraio 2006 arriva la punizione per la scelta di Teheran: l’Iran viene deferito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e, alla fine, si arriva all’ultimatum di oggi.
La sensazione però è che l’Onu, l’Aiea e i mediatori siano le comparse di una recita che ha i suoi protagonisti negli Stati Uniti e l’Iran che, non parlandosi direttamente dal 1979, si parlano attraverso i giornali e la diplomazia internazionale. Entrambi si urlano contro, ma se l’Iran lo fa per distrarre l’opinione pubblica interna da ben altri problemi, perché lo fanno gli Stati Uniti?
 
un pozzo petroliferoLa borsa del petrolio. La risposta, secondo alcuni, è la borsa del petrolio inaugurata a Teheran all’inizio di aprile 2006. “In realtà è già da alcuni anni che l’Iran accetta pagamenti in euro per il petrolio”, risponde la Sabahi, “fino a ora le piazze principali delle transazioni petrolifere sono state due, Londra e New York, e tutte e due lavorano in dollari. L’idea in sé ha una sua valenza rivoluzionaria, anche perché la storia da un esempio non incoraggiante in questo senso: quando Saddam Hussein ha annunciato che avrebbe venduto il petrolio iracheno solo in euro, l’Iraq è stato invaso a distanza di pochi mesi. In questo senso potrebbe sembrare che gli Stati Uniti siano preoccupati da una scelta di questo tipo da parte di un paese come l’Iran. L’elemento da tenere sotto controllo non è tanto se il petrolio si venda in euro o in dollari, ma su quale mercato vengono investiti i petroldollari o i petroleuro. Di fatto è la grande finanza che indirizza le relazioni internazionali. Prendiamo come esempio la Cina, che ha la seconda riserva mondiale di valuta statunitense e, molto spesso, investe i capitali direttamente sui mercati finanziari Usa. Un elemento negativo in questo senso, dopo l’11 settembre 2001, è che negli Stati Uniti c’è stato un giro di vite verso il mondo arabo, in particolare per le restrizioni all’accesso al mondo universitario statunitense per gli studenti. Molti sauditi e cittadini di altri paesi del Golfo hanno preferito prendere i soldi dai conti correnti americani e metterli in altri mercati. Il problema quindi, più che la borsa, è che il governo Usa abbia stanziato e continui a stanziare fondi ingenti per sostenere l’opposizione iraniana. Questo è un segnale da non sottovalutare”.
 
mappa dell'iranElementi contrastanti. In questo senso è interessante quello che sta succedendo nella regione iraniana del Khuzestan, l’unica del Paese a maggioranza sunnita, attorno alla città di Ahwaz., vicino al confine con l’Iraq. Il Khuzestan è la regione più ricca di petrolio e, da qualche anno a questa parte, è diventata una polveriera: ben due attentati nel giro di un anno e una visita ufficiale cancellata da Ahmadinejad. Teheran ha sempre accusato gli Stati Uniti e la Gran Bretagna d’infiltrarsi nella regione per sobillare una rivolta anti – governativa. “Potrebbe essere così”, risponde la Sabahi, “ma sono iraniani come me e non può funzionare. L’Iran non è uno stato nato a tavolino, anche se non si può negare che nella regione c’è un problema, in quanto le risorse derivanti dalla vendita del petrolio di quella regione vengono accaparrate dal governo centrale e non dalla popolazione locale, che pure ha pagato un prezzo molto alto alla guerra Iran – Iraq”. 
Segnali in un senso e nell’altro quindi. Elementi che sembrano accreditare la questione nucleare come un ombrello che nasconde obiettivi impresentabili e elementi che contraddicono questa tesi.
Ma l’ipotesi di un attacco armato non sembra così campata in aria. Seymour Hersh, il grande giornalista statunitense, in un’inchiesta sul New Yorker, cita fonti governative Usa e ritiene assai probabile l’invasione, come sembrerebbe dimostrare l’esercitazione congiunta tra l’esercito britannico e quello statunitense di alcuni mesi fa, della quale si è saputo solo negli ultimi giorni, che simulava proprio una marcia su Teheran. Con il prezzo di un barile di petrolio sopra i 72 dollari a Londra e ai 71 dollari a New York, l’ipotesi di un attacco all’Iran per il controllo del mercato non pare così sballata. Se ne parlava già nel 1996, quando Richard Perle e Douglas Feith, due neo-conservatori, teorizzavano la necessità del controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente. Anche per l’attacco a Saddam si parlava di armi di distruzione di massa, mai rinvenute. Sappiamo com’è andata a finire e anche il petrolio dell’Iraq era citato nel documento del 1996.

Christian Elia

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