Tre militari italiani e uno romeno sono rimasti uccisi oggi
in un attentato in Iraq. Un convoglio di 4 mezzi del contingente italiano
viaggiava verso un commissariato della polizia irachena quando uno dei veicoli
che comprendeva la colonna, con a bordo 4 militari italiani e il soldato del
contingente romeno, è saltato su una bomba artigianale, chiamata IED (Improvised
Explosive Device), nascosta
sul ciglio della carreggiata.
La ricostruzione. Dopo le prime contraddittorie
notizie, il ministero della Difesa italiano ha diffuso una nota alle 10.30: le
vittime sono il capitano Nicola Ciardelli, del reggimento Artiglieria
paracadutista di Livorno, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio,
del comando provinciale di Chieti, e il maresciallo capo dei carabinieri Carlo
De Trizio, effettivo nel nucleo radiomobile di Roma. La vittima romena è Hancu
Bogdan, di 28 anni, che faceva
parte del corpo di polizia militare romena di stanza al Camp Mittica, la base
della Coalizione a Nassirya. Nella stessa struttura è stato trasportato il
quarto italiano che era a bordo del veicolo colpito, rimasto gravemente ferito, il maresciallo del comando provinciale
carabinieri di Padova, Enrico Frassinito. E' l’episodio più grave di violenza
contro il contingente italiano in Iraq dopo la strage del 12 novembre 2003,
'giorno nero' per la missione italiana in Iraq. Quel giorno, in un attacco alla
base Maestrale a Nassiriya, morirono 19 italiani (12 carabinieri, 5 soldati e
due civili). La missione italiana era iniziata pochi mesi prima, a giugno. A
provocare la strage, due automezzi imbottiti di esplosivo lanciati a tutta
velocità contro la palazzina di tre piani che ospitava i carabinieri della Msu
(Multinational specialized unit). Molte furono allora le polemiche, in
particolare rispetto alla più o meno elevata capacità di prevenire un attacco
di quel tipo.
L’Iraq a pezzi. "La tristezza per la strage di oggi conferma
quello che diciamo da tre anni a questa parte: via dall'Iraq! Questa
non è una missione di pace". Il maresciallo Ernesto Pallotta, punto di
riferimento del movimento Carabinieri per la pace e animatore del
Giornale dei Carabinieri, raggiunto telefonicamente, trattiene a stento
la rabbia e l'amarezza per la morte di due commilitoni e dell'ufficiale
dell'esercito italiano.
"Sia la destra che la sinistra
hanno più volte dichiarato che il contingente italiano lascerà l'Iraq",
continua Pallotta, "la differenza è che la destra aveva parlato di fine
anno, mentre la sinistra è divisa tra una parte che vuole un ritiro
immediato e una parte che vuole un ritiro più calendarizzato. Questa
ultima tragedia ha rafforzato in noi dell'associazione Carabinieri per
la pace la necessità di un ritiro immediato!". E' strano che un
militare come il maresciallo Pallotta parli di ritiro immediato, visto
e considerato che tutti i fautori del ritiro 'graduale' dall'Iraq
parlano di problemi logistici e tempi tecnici. "E' normale che esistano
delle procedure da seguire in casi come questo", spiega il maresciallo
dei Carabinieri, "ma nulla che non sia superabile in un mese al
massimo. Pensi a Zapatero: il contingente spagnolo ha smobilitato in
una settimana!". Ma come mai lei ritiene che il ritiro sia un'urgenza
impellente? Solo per la sicurezza dei militari? "Io credo che non ci
siano e non ci sono mai stati i presupposti per una missione di pace",
conclude Pallotta, "i militari italiani e degli altri contingenti sono
impossibilitati a proteggere se stessi, figurarsi in che modo possono
proteggere la popolazione civile irachena.Non si può lavorare neanche alla formazione
di una polizia o di un esercito iracheno, perchè mancano le condizioni per operare.
L'Iraq è un Paese che sta scivolando verso una guerra civile e,
paradossalmente, credo che il ritiro delle truppe straniere possa
agevolare la ripresa di un dialogo nazionale visto che il loro arrivo
ha alimentato il terrorismo".
Christian Elia