Un giornalista che ha vissuto l'invasione dell'Iraq dice la sua sugli orrori della guerra
Questo reportage, tratto dal sito VillageVoice.com, è stato scritto da Evan Wright, un giornalista embedded per due mesi con un'unità
dei Marines all'inizio del conflitto iracheno. Dalla sua esperienza è nato il libro
Generation Kill, uscito la scorsa estate negli Stati Uniti.
Seconda parte

Quello che non viene detto dalle autorità militari è che il comportamento del
Marine nel video rispecchia il tipo di addestramento che viene impartito ad alcune
unità. I Marines chiamano "verifica del morto" l'esecuzione di combattenti feriti.
"Ci insegnano a fare la verifica del morto quando sgomberiamo le stanze" mi ha detto un Marine recentemente tornato dall'Iraq.
"Spari due pallottole nel petto e una nel cervello del tipo. Ma quando entri in
una stanza dove ci sono degli uomini feriti potresti non sapere se sono vivi o
morti. Quindi ci insegnano a fare la verifica del morto premendo con lo stivale nell'occhio, perché anche se uno fa finta di essere
morto, con questo metodo sicuramente sobbalzerà. Se si muove gli spari una pallottola
nel cervello. Questo si fa per mantenere il ritmo giusto mentre si scandaglia
un palazzo. Non vorresti mai che un uomo ti saltasse su da dietro sparandoti."
Quello che avevo visto quel 9 aprile a Baquba era stato una verifica del morto. Il Marine che aveva sparato ai feriti all'interno della Toyota non voleva che
nessuno ci sparasse mentre passavamo. Potrebbe essere stato un crimine di guerra,
e se avessi avuto una telecamera e avessi filmato l'accaduto, il Marine che aveva
sparato nel fuoristrada avrebbe potuto essere punito. Invece nessuno contestò
il gesto del Marine.
In effetti, i comandanti del corpo dei Marines, con il quale ero embedded nella primavera del 2003, ripetutamente sottolineavano che le azioni dei loro
uomini non sarebbero state messe in discussione. Come spesso diceva uno degli
ufficiali ai suoi uomini, "sarete ritenuti responsabili per le azioni non con
il senno di poi ma per come vi sono apparse al momento. Se, nella vostra mente,
pensate di sparare per difendere voi stessi o i vostri uomini, state facendo la
cosa giusta. Non importa se più tardi si scopre che avete eliminato un'intera
famiglia di civili disarmati."

I comandanti non volevano subire perdite tra i loro uomini perché erano oltremodo
costretti dai regolamenti di combattimento. Allo stesso tempo i Marines erano
continuamente addestrati ad astenersi dallo sparare, a volte anche quando sotto
tiro. In particolare ricordo un pomeriggio in cui all’ unità con cui viaggiavo
era stato ordinato di mantenere una postazione nella periferia di una città nemica.
Per sei ore i ribelli spararono ai Marines dai tetti e da dietro delle pile di
macerie che avevano costruito come delle barricate in mezzo alle strade. I Marines
che erano con me e che non riuscivano a localizzare il nemico che sparava, si
rifiutarono di rispondere al fuoco per timore di colpire i civili. Il giovane
ventiduenne operatore radiofonico della squadra aveva la facoltà di richiedere
un attacco di artiglieria sull'angolo della città dove la maggiore parte delle
forze nemiche sembrava essere concentrata Ad un certo punto mentre ero accovacciato
per terra, riparandomi dietro il pneumatico dell’Humvee dalle pallottole dei cecchini
che si infilavano nella polvere circostante, gli domandai perché non aveva chiesto
rinforzi. Lui rise della mia manifestazione di paura.
Ci furono altre volte in cui gli uomini arruolati litigavano violentemente con
quelli che ritenevano troppo violenti e mettevano a repentaglio le vite dei civili.
Una volta, alcuni soldati quasi vennero alle mani con un ufficiale che accusavano
di avere sparato all'interno di una casa in cui sostenevano ci fossero dei civili.
Nonostante la loro preoccupazione, furono commessi degli sbagli clamorosi. Ero
accanto al Marine ventiduenne nell’Humvee in cui viaggiavamo quando sparò prematuramente
ad una macchina di civili che si avvicinava ad un blocco stradale, colpendo il
guidatore disarmato nell'occhio. All'unità fu ordinato di passare avanti senza
prestare soccorso. Io sedevo accanto all'uomo che aveva sparato mentre passavamo
silenziosamente accanto all'uomo morente che rantolava. Quell'uomo non parlò per
i tre giorni successivi. Qualche giorno prima il Marine più giovane della squadra
aveva sparato quattro volte al petto di un ragazzo di 12 anni con la sua mitragliatrice,
pensando erroneamente che il bastone che il ragazzo aveva in mano fosse un'arma.
Quando la mamma e la nonna del ragazzo lo trascinarono fino ai Marines in cerca
di un dottore, il sergente che guidava l'unità cadde per terra davanti alla mamma
e pianse.

I Marines mettevano costantemente in discussione la moralità del loro lavoro.
Un sergente del plotone mi disse che aveva chiesto consiglio al suo prete riguardo
alle uccisioni. Il prete gli aveva detto che andava bene uccidere per il proprio
governo purché non gli piacesse. Dal momento in cui l'unità raggiunse la periferia
di Baghdad, il sergente era certo di avere ucciso almeno quattro uomini. Quando
il comandante del suo battaglione elogiò l'unità per "aver ucciso dei dragoni"
sulla strada per Baghdad, il sergente successivamente disse ai propri uomini:
"Se avessimo fatto a casa nostra metà delle schifezze che abbiamo fatto qui, saremmo
in prigione". A quel punto il sergente mi disse che si era ricreduto su quello
che gli aveva detto il prete riguardo all’uccidere. "Quando cazzo avrebbe detto
Gesù che era ok ammazzare degli uomini per il tuo governo? Qualsiasi prete che
mi dice una cosa del genere non ha alcuna credibilità".
Il sergente e alcuni altri Marines tornati recentemente dall'Iraq (alcuni dei
quali per la seconda volta), a cui ho parlato dell'uccisione di Falluja, mi hanno
detto che non sono sicuri che avrebbero fatto la verifica del morto sul ferito nella moschea, se fossero stati nella stessa situazione. La maggior
parte però dice che probabilmente l’avrebbe fatto, anche se la moschea era stata
rastrellata già una volta. "Cosa pensa il pubblico americano quando ci ordinano
di attaccare una città?" ha detto uno di loro. "I Marines non sparano mica arcobaleni
dal fondoschiena. Noi ammazziamo le persone, cazzo."
Un altro Marine dell’unità che seguivo - e che perseguiva il sogno democratico,
è tornato a casa dalla battaglia di Falluja giusto in tempo per votare per Kerry
- ha aggiunto: "Gli americani esaltano la guerra nei loro film. Ci piace vedere
immagini del male sconfitto dal bene. Quando la gente a casa ha un lieve barlume
delle realtà della guerra e del bagno di sangue che è, va in agitazione. Siamo
una subcultura creata e programmata per combattere le loro guerre. Devi essere
uno psicopatico per uccidere come facciamo noi. Per la maggior parte dei Marines,
quell'uomo nella moschea è uno che non è stato colpito al posto giusto la prima
volta che gli abbiamo sparato. Probabilmente gli avrei sparato una pallottola
nel cervello se fossi stato lì. Se al pubblico americano non piace la violenza
della guerra, forse prima di iniziare la prossima guerra, non dovrebbero affrettarsi
così tanto".
Ewan Wright