30/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giornalista che ha vissuto l'invasione dell'Iraq dice la sua sugli orrori della guerra
Questo reportage, tratto dal sito VillageVoice.com, è stato scritto da Evan Wright, un giornalista embedded per due mesi con un'unità dei Marines all'inizio del conflitto iracheno. Dalla sua esperienza è nato il libro Generation Kill, uscito la scorsa estate negli Stati Uniti. 
 
Seconda parte
 
Un immagine notturna dei combattimenti di FallujaQuello che non viene detto dalle autorità militari è che il comportamento del Marine nel video rispecchia il tipo di addestramento che viene impartito ad alcune unità. I Marines chiamano "verifica del morto" l'esecuzione di combattenti feriti.
 
"Ci insegnano a fare la verifica del morto quando sgomberiamo le stanze" mi ha detto un Marine recentemente tornato dall'Iraq. "Spari due pallottole nel petto e una nel cervello del tipo. Ma quando entri in una stanza dove ci sono degli uomini feriti potresti non sapere se sono vivi o morti. Quindi ci insegnano a fare la verifica del morto premendo con lo stivale nell'occhio, perché anche se uno fa finta di essere morto, con questo metodo sicuramente sobbalzerà. Se si muove gli spari una pallottola nel cervello. Questo si fa per mantenere il ritmo giusto mentre si scandaglia un palazzo. Non vorresti mai che un uomo ti saltasse su da dietro sparandoti."
 
Quello che avevo visto quel 9 aprile a Baquba era stato una verifica del morto. Il Marine che aveva sparato ai feriti all'interno della Toyota non voleva che nessuno ci sparasse mentre passavamo. Potrebbe essere stato un crimine di guerra, e se avessi avuto una telecamera e avessi filmato l'accaduto, il Marine che aveva sparato nel fuoristrada avrebbe potuto essere punito. Invece nessuno contestò il gesto del Marine.
 
In effetti, i comandanti del corpo dei Marines, con il quale ero embedded nella primavera del 2003, ripetutamente sottolineavano che le azioni dei loro uomini non sarebbero state messe in discussione. Come spesso diceva uno degli ufficiali ai suoi uomini, "sarete ritenuti responsabili per le azioni non con il senno di poi ma per come vi sono apparse al momento. Se, nella vostra mente, pensate di sparare per difendere voi stessi o i vostri uomini, state facendo la cosa giusta. Non importa se più tardi si scopre che avete eliminato un'intera famiglia di civili disarmati."
 
Proteste popolari a FallujaI comandanti non volevano subire perdite tra i loro uomini perché erano oltremodo costretti dai regolamenti di combattimento. Allo stesso tempo i Marines erano continuamente addestrati ad astenersi dallo sparare, a volte anche quando sotto tiro. In particolare ricordo un pomeriggio in cui all’ unità con cui viaggiavo era stato ordinato di mantenere una postazione nella periferia di una città nemica. Per sei ore i ribelli spararono ai Marines dai tetti e da dietro delle pile di macerie che avevano costruito come delle barricate in mezzo alle strade. I Marines che erano con me e che non riuscivano a localizzare il nemico che sparava, si rifiutarono di rispondere al fuoco per timore di colpire i civili. Il giovane ventiduenne operatore radiofonico della squadra aveva la facoltà di richiedere un attacco di artiglieria sull'angolo della città dove la maggiore parte delle forze nemiche sembrava essere concentrata  Ad un certo punto mentre ero accovacciato per terra, riparandomi dietro il pneumatico dell’Humvee dalle pallottole dei cecchini che si infilavano nella polvere circostante, gli domandai perché non aveva chiesto rinforzi. Lui rise della mia manifestazione di paura.
 
Ci furono altre volte in cui gli uomini arruolati litigavano violentemente con quelli che ritenevano troppo violenti e mettevano a repentaglio le vite dei civili. Una volta, alcuni soldati quasi vennero alle mani con un ufficiale che accusavano di avere sparato all'interno di una casa in cui sostenevano ci fossero dei civili. Nonostante la loro preoccupazione, furono commessi degli sbagli clamorosi. Ero accanto al Marine ventiduenne nell’Humvee in cui viaggiavamo quando sparò prematuramente ad una macchina di civili che si avvicinava ad un blocco stradale, colpendo il guidatore disarmato nell'occhio. All'unità fu ordinato di passare avanti senza prestare soccorso. Io sedevo accanto all'uomo che aveva sparato mentre passavamo silenziosamente accanto all'uomo morente che rantolava. Quell'uomo non parlò per i tre giorni successivi. Qualche giorno prima il Marine più giovane della squadra aveva sparato quattro volte al petto di un ragazzo di 12 anni con la sua mitragliatrice, pensando erroneamente che il bastone che il ragazzo aveva in mano fosse un'arma. Quando la mamma e la nonna del ragazzo lo trascinarono fino ai Marines in cerca di un dottore, il sergente che guidava l'unità cadde per terra davanti alla mamma e pianse.
 
Il muro di una moschea danneggiata dai bombardamenti statunitensiI Marines mettevano costantemente in discussione la moralità del loro lavoro. Un sergente del plotone mi disse che aveva chiesto consiglio al suo prete riguardo alle uccisioni. Il prete gli aveva detto che andava bene uccidere per il proprio governo purché non gli piacesse. Dal momento in cui l'unità raggiunse la periferia di Baghdad, il sergente era certo di avere ucciso almeno quattro uomini. Quando il comandante del suo battaglione elogiò l'unità per "aver ucciso dei dragoni" sulla strada per Baghdad, il sergente successivamente disse ai propri uomini: "Se avessimo fatto a casa nostra metà delle schifezze che abbiamo fatto qui, saremmo in prigione". A quel punto il sergente mi disse che si era ricreduto su quello che gli aveva detto il prete riguardo all’uccidere. "Quando cazzo avrebbe detto Gesù che era ok ammazzare degli uomini per il tuo governo? Qualsiasi prete che mi dice una cosa del genere non ha alcuna credibilità".
 
Il sergente e alcuni altri Marines tornati recentemente dall'Iraq (alcuni dei quali per la seconda volta), a cui ho parlato dell'uccisione di Falluja, mi hanno detto che non sono sicuri che avrebbero fatto la verifica del morto sul ferito nella moschea, se fossero stati nella stessa situazione. La maggior parte però dice che probabilmente l’avrebbe fatto, anche se la moschea era stata rastrellata già una volta. "Cosa pensa il pubblico americano quando ci ordinano di attaccare una città?" ha detto uno di loro. "I Marines non sparano mica arcobaleni dal fondoschiena. Noi ammazziamo le persone, cazzo."
 
Un altro Marine dell’unità che seguivo - e che perseguiva il sogno democratico, è tornato a casa dalla battaglia di Falluja giusto in tempo per votare per Kerry - ha aggiunto: "Gli americani esaltano la guerra nei loro film. Ci piace vedere immagini del male sconfitto dal bene. Quando la gente a casa ha un lieve barlume delle realtà della guerra e del bagno di sangue che è, va in agitazione. Siamo una subcultura creata e programmata per combattere le loro guerre. Devi essere uno psicopatico per uccidere come facciamo noi. Per la maggior parte dei Marines, quell'uomo nella moschea è uno che non è stato colpito al posto giusto la prima volta che gli abbiamo sparato. Probabilmente gli avrei sparato una pallottola nel cervello se fossi stato lì. Se al pubblico americano non piace la violenza della guerra, forse prima di iniziare la prossima guerra, non dovrebbero affrettarsi così tanto".
 
Ewan Wright
 
(La prima parte è stata pubblicata ieri)
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Stati Uniti