L’anniversario della scomparsa di Annalena Tonelli, una vita dedicata al popolo somalo

“Negli ultimi trent’anni, e in particolare in questi tempi tormentati e in continuo
cambiamento, la sua tranquilla devozione nell’aiutare le persone che hanno bisogno
è la prova vivente che gli individui possono fare una enorme differenza”. Sono
parole di Ruud Lubbers, dell’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
(UNHCR), pronunciate a metà aprile dello scorso anni a Nairobi. Il soggetto dell’affermazione
è Annalena Tonelli, uccisa a sangue freddo con un colpo alla nuca nella notte
del 5 ottobre a Borama, nella regione a Nord Ovest della Somalia (il Somaliland).
Il motivo del discorso di Lubbers era la nomina per il Nansen Refugee Award, premio
conferito annualmente a persone o organizzazioni che si sono distinte per il loro
lavoro a favore dei rifugiati. Anche in quell’occasione, Annalena aveva dato prova
del suo carattere schivo e modesto, recandosi a Ginevra il 25 giungo del 2003
per ricevere il premio solo perché sperava sarebbe stato utile per rifocalizzare
l’attenzione del mondo sulle sofferenze della Somalia: “Per questa ragione sono
grata all’UNHCR per la decisione, che ha riportato l’attenzione sulla mia amata
Somalia. Io posso essere ora una voce più forte per un popolo che non ha voce”.
Lei, che da sola, senza avere alle spalle nessuna organizzazione o struttura
precostituita, ha fatto la differenza, incoraggia ad andare avanti e sperare:
“Ho sperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza che non c’è
male che non venga portato alla luce, non c’è verità che non venga svelata, l’importante
è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta, i soprusi non ci toccassero
e il male non trionfasse” ha detto. Anche le sue parole alla consegna del Premio
Nansen sono un invito alla speranza, pur nella consapevolezza delle terribili
sofferenze e crudeltà che caratterizzano il mondo. Annalena Tonelli infatti non
era certo una sognatrice fuori dalla realtà: “Sono stata in mezzo a guerre e conflitti.
Sono stata testimone di carestie devastanti, di violazioni dei diritti umani e
di genocidio. Ho sentito che non avrei mai più potuto sorridere ancora nella mia
vita se fossi sopravvissuta a queste catastrofi”. Ma è andata avanti, non si è
arresa per “le necessità del popolo somalo e la mia invincibile fede nell’umanità,
la mia incrollabile speranza che gli uomini e le donne di buona volontà da ogni
angolo del mondo come te e me decidano di combattere e continuare a lottare per
coloro ai quali misteriosamente non è stata data l’opportunità di vivere una vita
degna di essere chiamata vita”.
L’attività in Africa di Annalena Tonelli è iniziata quando aveva 27 anni ed è
proseguita senza interruzioni per altri 33. Partita per il Kenia come insegnante
nelle regioni del Nord Est, in una zona con popolazione di etnia somala, ha iniziato
quasi subito a seguire le persone più sofferenti e rifiutate dalla società. Si
è avvicinata così ai malati di tubercolosi e per meglio seguire chi aveva più
bisogno, ha preso diplomi in medicina tropicale, controllo della tubercolosi e
della lebbra, medicina di comunità. Scappata dal Kenia a metà degli anni ottanta,
per il suo tentativo di fermare i massacri nei confronti della popolazione somala
in territorio keniota, è arrivata in Somalia, a Mogadiscio, durante la guerra
civile, dandosi da fare nella distribuzione del cibo, e ancora una volta, nel
Sud, per i malati di tubercolosi. Sempre per motivi di sicurezza, in seguito a
minacce e violenze nei suoi confronti, si è poi spostata a Nord Ovest, nel Somaliland,
e più precisamente a Borama. Lì è riuscita a seguire e rendere funzionante un
ospedale, fino a ospitare 200 letti e dove è stata uccisa un anno fa.
Nel campo della tubercolosi, negli anni settanta è stata una pioniera della terapia
breve, che ha permesso il passaggio da schemi terapeutici di un anno e oltre,
a trattamenti di soli sei mesi, quindi con maggiori probabilità di essere seguiti
dai pazienti e non interrotti a metà, come spesso succedeva con esiti disastrosi.
E’ diventata così resposabile di un progetto dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità per la cura delle tubercolosi fra i nomadi. Annalena è riuscita a convincere
i malati ad accamparsi nelle vicinanze di un Centro di riabilitazione per disabili
dove lavorava per tutti i mesi necessari alla terapia, per poi ricongiungersi
alla propria famiglia o gruppo una volta guariti. A Borama ha continuato la sua
lotta contro la tubercolosi, ed è arrivata a seguire 400 pazienti al giorno, di
cui la metà ricoverati e l’altra metà in ambulatorio. Ma è riuscita anche ad assistere
e aiutare altri reietti e isolati della società, come i bambini sordi, per i quali
ha costruito una scuola; gli epilettici, i malati di mente, o ancora le persone
rese cieche per la cataratta, per i quali ha organizzato due volte l’anno la visita
di chirurghi, che con l’intervento hanno ridato la vista a 3.700 persone. Il suo
impegno è stato instancabile anche su tematiche di difficile gestione, su cui
la consapevolezza e l’importanze delle parole giuste hanno un peso particolare,
come le mutilazioni genitali femminili o, negli ultimi anni, l’AIDS, inevitabilmente
collegata alla tubercolosi, suo primo impegno.
Durante la sua instancabile attività ha subito minacce di morte, un rapimento;
è stata picchiata. Ha faticato non poco prima di farsi accettare da una popolazione
di una cultura apparentemente diversa, in quanto donna sola, giovane (quando ha
cominciato), cristiana, non sposata. Ma alla fine ha prevalso la sua dedizione
disinteressata e il suo amore per gli altri, dimostrato fin dagli anni passati
in Kenia, quando ha rischiato in prima persona, fino a essere arrestata, per difendere
il popolo somalo. In un discorso pronunciato nel dicembre del 2001 in Vaticano,
ha detto: “In senso molto più largo, il dialogo con le altre religioni è questo.
E’ condivisione. Non c’è bisogno di parole. Il dialogo è vita vissuta; e meglio
(almeno io lo vivo così) se è senza parole”. Una cosa ha tenuto a precisare, parlando
della sua vita, interrotta brutalmente un anno fa: “Non è sacrificio. E’ pura
felicità. Chi altro sulla Terra ha una vita così bella?”.
Valeria Confalonieri