scritto per noi da
Chiara Sarasini*
Il villaggio Negoi 400 anni fa si chiamava “Urît”, che in romeno significa brutto.
Non c’è aggettivo migliore per descriverne la situazione: 2.800 abitanti, 300
case inondate, 600 persone sfollate e acqua, acqua che si perde a vista d’occhio
e che ha distrutto il 70 per cento dei campi. L’esondazione del Danubio, che da
due settimane ha colpito i Paesi balcanici bagnati dal fiume, non accenna a fermarsi.
Le piogge che all’inizio della primavera hanno colpito Austria, Germania e Ungheria
hanno ingrossato il Danubio che attraversa in lunghezza la Romania, segnando il
confine con la Bulgaria. Le dighe che regolavano la portata del fiume stanno cedendo
o lo sono già; in una settimana la protezione civile e l’esercito hanno evacuato
9000 persone nel sud del Paese, ma il numero è destinato a crescere.
Tutto è allagato. “Qui sono tutti campi; è pianura”, mi spiega il sindaco di Negoi. “Non possiamo
fare niente per fermare l’acqua che si sta espandendo a macchia d’olio. E’ vero
che le autorità sono intervenute prontamente nell’evacuazione delle persone, ma
senza i campi come faremo? Questa è una zona agricola; tutto è distrutto. Come
sopravvivremo?”. La chiacchierata viene interrotta dal frastuono di un elicottero:
il presidente romeno Traian Basescu è venuto a rendersi conto della situazione.
Le persone si accalcano intorno a lui: “Restate uniti; fatevi coraggio; le evacuazioni
continuano, i campi di accoglienza sono situati in luoghi sicuri”.
La lotta contro l’acqua. Situazione di prima emergenza: persone che abbandonano la propria casa, uomini
che si rifiutano di abbandonarla e vengono portati via, a forza, dalle autorità;
carretti trainati da cavalli carichi di mobili, vestiti...tutto quello che può
stare in un metro per due; bambini che urlano oppure, tranquillamente, giocano
con l’acqua che continua a crescere e inizia a raggiungere i sacchi di sabbia
posizionati per fermarla. E noi, della Caritas di Bucarest e di Iasi, riuniti
intorno ad una macchina, cerchiamo di decidere come organizzarci, come distribuire
alimenti, coperte, prodotti igieni-sanitari. “Andiamo di casa in casa, quelle
non ancora colpite e chiediamo di cosa hanno bisogno...”, “Ma no, molte abitazioni
sono già vuote; molte persone sono da parenti, amici o già nei campi base. Chiediamo
una mano alle autorità, al sindaco”, “E tu credi che abbiano tempo di ascoltarci?”.
Il cellulare di Mihai Dobost (responsabile emergenze per conto di Caritas Bucarest)
squilla: “Ragazzi, il camion con i pacchetti si è rotto. La distribuzione la facciamo
domani”. Nessuno parla, tutti pensano: le strade domani saranno sommerse dall’acqua.
Come facciamo?
Un fiume diventato lago. Alloggiamo nella città di Craiova; ognuno di noi è stanco, mangiamo qualcosa;
ci sdraiamo sui materassi, quattro chiacchiere, quattro risate....dalla finestra
guardo il cielo, vedo una stella cadente, mormoro un “grazie...”. La mattina dopo
“scopriamo” che altri villaggi sono stati evacuati, altri campi di accoglienza
sono nati. Nella notte il livello dell’acqua è cresciuto di 14 centimetri; Rast,
Pasca, Bistret, Plosca, Negoi sono alcuni dei villaggi inondati o evacuati. Nei
giorni passati il livello dell’acqua cresceva ad un ritmo di 10 centimetri al
giorno. I villaggi distano dal Danubio 7 chilometri; tra Negoi e Rats (30 km di
distanza) un miliardo di metri cubi d’acqua ha oltrepassato gli argini, in alcuni
punti l’acqua è profonda 8 metri. Nella zona di Dolj, il 30 per cento delle case
sono colpite e il 70 per cento dei campi inondati, distrutti. Rispetto all’alluvione
dell’anno passato, che ha colpito la Moldavia, la protezione civile si è mossa
in tempo. Non si è trattato di un fiume in piena, della furia delle acque; ma
di una “lenta” e costante crescita del livello delle acque. In una settimana l’esercito
ha costruito, sempre in questa zona, tre campi di accoglienza che ospitano 200
persone l’uno. La situazione muta di ora in ora. Ma l’acqua, quella si ritirerà
in due anni, dicono. Sempre se si ritirerà.