scritto per noi da
Maurizio Campisi
Lo sciopero della fame dei quattro attivisti Mapuche condannati a dieci anni
di carcere, perchè accusati di aver appiccato un incendio in un fondo forestale,
ha superato ormai i quaranta giorni. I quattro – Juan e Jaime Marileo, Juan Henulao
e Patricia Troncoso- hanno iniziato la loro protesta lo scorso 13 marzo, con l’intenzione
di denunciare, con questa iniziativa, il comportamento delle autorità cilene che
applicano, nel caso delle proteste Mapuche, le obsolete leggi antiterrorismo dettate
dalla dittatura di Pinochet. Per i dirigenti e simpatizzanti Mapuche ogni atto
di protesta si trasforma così in un’azione di terrorismo, con pesanti conseguenze
per coloro che vengono arrestati.
La protesta dei quattro detenuti ha avuto come prima ripercussione una spaccatura
all’interno del blocco di governo.
La proposta per chiedere l’amnistia, presentata nei giorni scorsi dal senatore
socialista Alejandro Navarro, non ha avuto ancora una specifica risposta da parte
dei suoi compagni di partito responsabili del governo Bachelet. Vista con simpatia
ed interesse dai governi europei, la Bachelet potrebbe trovare proprio nella causa
dei Mapuche il primo serio ostacolo nelle relazioni estere. Le organizzazioni
Mapuche in Europa, con sede in Belgio, Svezia e Gran Bretagna hanno inaugurato
infatti una nuova campagna di sensibilizzazione perchè il Parlamento Europeo si
decida finalmente a condannare lo Stato cileno. Per i dirigenti Mapuche è chiaro
che il Cile continua con la sistematica violazione dei diritti umani della popolazione
indigena. Nemmeno venerdì scorso, la manifestazione di Valparaíso, organizzata
per sostenere lo sciopero della fame dei Mapuche prigionieri, è stata sciolta
a manganellate dai Carabineros, che hanno anche provveduto al fermo di una decina
di manifestanti.
Attualmente sono dodici gli attivisti Mapuche rinchiusi nelle prigioni cilene
sotto le leggi antiterrorismo. La richiesta di revisione dei casi, inviata dalle
organizzazioni indigene a Michelle Bachelet, è rimasta per il momento lettera
morta. La neo-presidente ha invece tentato di inviare al Congresso, con carattere
d’urgenza, la legge sul riconoscimento dei Popoli autoctoni, fortemente osteggiata
dalle principali organizzazioni indigene. Almeno su questo c’è stata marcia indietro
da parte del governo, che è stato costretto a ritirare la proposta di legge a
causa della decisa opposizione espressa nelle piazze dalle centrali sindacali
ed indigene.
Invitata al dialogo e alla creazione di un tavolo di negoziati per rivedere gli
articoli della Costituzione che interessano i diritti indigeni, la Bachelet finora
non si è pronunciata, rimandando ogni dichiarazione dopo il 24 giugno, data fissata
per un incontro tra le autorità governative e i dirigenti Mapuche.
I fatti di questi giorni fanno però intendere che il problema Mapuche continua
ad essere qualcosa di più di un fastidioso sassolino nella scarpa del governo
cileno. La legge sul riconoscimento dei Popoli autoctoni è stata fatta ad uso
e consumo dei grandi proprietari della terra, e non prende in considerazione le
pretese indigene. Nel testo controverso, non c’è infatti menzione alcuna della
previa esistenza dei popoli indigeni sul territorio cileno, così come non si parla
del carattere comunitario della proprietà, l’arcaica struttura economica e sociale
che aveva mantenuto la coesione delle civiltà pre colombiane del meridione americano.
I Mapuche, poi, lamentano che la proposta di legge non prenda in considerazione
nessun meccanismo di partecipazione politica e di dialogo tra Stato e indigeni.
Anche le Nazioni Unite, chiamate a pronunciarsi, hanno da tempo esortato il governo
a trovare una formula partecipativa che coinvolga le comunità indigene alla vita
politica attiva del Paese. Il Cile, infatti, pur avendo firmato il trattato internazionale
sui Popoli indigeni nel 2000, si rifiuta da ben sei anni di ratificarlo al Senato,
rendendolo praticamente inutile. La negazione è stata finora la condizione con la quale i cileni hanno affrontato
la politica verso gli indigeni. Alla Bachelet tocca ora il compito di dimostrare
se esiste davvero la determinazione di cambiare finalmente le cose.