“Negoziati diretti per cercare una soluzione mutuamente
accettabile per prevenire all’autodeterminazione del Sahara mi sembra una
proposta inaccettabile. Sembra un racconto di Kafka…che senso avrebbero questi
negoziati sull’autodeterminazione, se la stessa continua a essere negata dal
Marocco?”. Ahmed Bujari, rappresentante del Fronte Polisario (l’organizzazione
politico – militare che rappresenta la popolazione saharawi) alle Nazioni
Unite, commenta così la proposta del segretario generale dell’Onu Kofi Annan di
dar vita a negoziati diretti tra saharawi e Marocco, finalizzati al
riconoscimento dell’autonomia del Sahara Occidentale (l’ex colonia spagnola
occupata dal Marocco a metà degli anni Settanta).
Gioco delle parti. Il 20 aprile scorso Annan e Peter
Van Walsum, il rappresentante dell’Onu per il Sahara Occidentale, hanno diffuso
un documento nel quale invitano il Fronte Polisario, affiancato dall’Algeria,
e
il Marocco, affiancato dalla Mauritania che nel 1975 partecipò all’invasione
del Sahara Occidentale ritirandosi poco dopo, a “trovare una soluzione politica
giusta, duratura e mutuamente accettata, che preveda l’autodeterminazione del
Sahara Occidentale”. La richiesta pare per lo meno eccentrica. Le Nazioni
Unite, dal cessate il fuoco ottenuto nel 1991, hanno sempre tentato di trovare
una soluzione che non ha mai dato un risultato concreto, e adesso chiedono
praticamente alle parti in causa di risolversi da soli la vicenda.
La disputa
territoriale per il controllo del Sahara Occidentale nasce nel 1975. Il
territorio africano era una colonia spagnola, ma il governo di Madrid,
impegnato a gestire il tramonto del franchismo, si ritira senza chiarire il
futuro del territorio. Il Marocco dal nord e la Mauritania dal sud occupano
immediatamente il Sahara Occidentale tentando l’annessione. L’invasione
costringe migliaia di saharawi a rifugiarsi nella vicina Algeria, in 5 campi
profughi nel deserto, mentre il Fronte Polisario comincia una guerriglia di
resistenza contro gli invasori e riuscendo a liberare una parte del Sahara
Occidnetale.
Nel 1979 la Mauritania, alle prese con un colpo di stato interno,
ritira la sue truppe, ma è solo nel 1991 che l’Onu riesce a far tacere le armi.
Il Palazzo di vetro istituisce la missione Minurso, che ha il compito di
vigilare sulla cessazione delle violenze e d’istituire un referendum con il
quale la popolazione del Sahara Occidentale deciderà per l’indipendenza o per
l’aggregazione al Marocco.
Il cessate il fuoco, dopo 15 anni, resta l’unico
risultato ottenuto dalla Nazioni Unite rispetto alla questione del Sahara
Occidentale. Il referendum infatti non si è mai tenuto. Ogni volta che la
Nazioni Unite fissavano una data, il Marocco provvedeva a stravolgere gli
equilibri demografici della regione con massicci trasferimenti in massa di
cittadini per alterare la maggioranza dei votanti.
Intanto la monarchia
marocchina ha provveduto a isolare le zone occupate da quelle liberate del
Sahara Occidentale costruendo, nel mezzo del deserto, un muro di circa 2500
chilometri. Senza che l’Onu potesse impedirlo.
Graduale disimpegno. In questo senso, dopo tanti
anni, la proposta di Annan pare una sorta di resa diplomatica. Non è infatti
credibile l’ipotesi secondo la quale il Marocco e il Fronte Polisario, dopo
decenni di contrapposizione, riescano a risolvere la questione da soli. I primi
segnali di una sorta di presa di distanza dalla questione del Sahara
Occidentale da parte dell’Onu erano arrivati nell’ultimo anno e mezzo, quando
il rinnovo del mandato della Minurso, che viene rinnovato ogni 6 mesi, si è
fatto progressivamente meno scontato.
Le Nazioni Unite, dall’inizio della
guerra in Iraq, vivono un periodo tra i più difficili della loro storia. Gli scandali
che hanno travolto lo stesso figlio di Annan e gli sprechi finanziari dei quali
vengono accusate le missioni Onu, ha portato l’Onu a voler dare un segnale di
austerità economica che potrebbe portare all’eliminazione delle missioni non
strettamente necessarie. La Minurso, secondo le Nazioni Unite, sarebbe una di
queste, ma la situazione dei profughi è ancora drammatica e, dopo anni di
relativa calma, l’ultimo anno è stato caratterizzato da una serie di scontri e
violenze nel Sahara Occidentale. La questione è tutt’altro che risolta e lo
scambio di prigionieri tra saharawi e Marocco, con gli ultimi 48 miliziani del
Fronte Polisario liberati dal re Mohammed VI proprio in questi giorni, non sembra un segnale sufficiente di
apertura al dialogo.
In un discorso a El Aiun, la principale città del Sahara
occupato, lo stesso re ha ribadito che l’unica soluzione possibile per Rabat è
la concessione di una forte autonomia ai saharawi, ma all’interno della
monarchia marocchina. Il Fronte Polisario insiste invece per l’applicazione del
cosiddetto Piano Baker, dal nome dell’ex inviato di Annan, che prevedeva
un’amministrazione transitoria di 5 anni fino al referendum
sull’autodeterminazione.
La situazione è dunque bloccata, ma le condizioni dei profughi saharawi che
vivono nel deserto algerino da 30 anni e le violazioni dei diritti umani dei
quali si macchiano le truppe marocchine nel Sahara occupato continuano. Solo
che alle Nazioni Unite hanno altro a cui pensare.