L'Fbi vuole i documenti di lavoro di un ex premio Pulitzer. Morto a dicembre
Abituato a frugare nei meandri del potere per decenni, Jack Anderson aveva preso
l’abitudine di conservare tutti i documenti di cui entrava in possesso grazie
alle sue fonti. Grazie al suo paziente lavoro, negli anni aveva aiutato a far
luce su casi come il Watergate, l’assassinio di John Kennedy, la ricerca di molti
criminali nazisti in America latina, lo scandalo Iran-Contra; e da solo aveva
scoperto un complotto della Cia per uccidere Fidel Castro. Roba che scotta, insomma,
e non a caso nel 1972 Anderson fu premiato con il premio Pulitzer. Dopo una lunga
malattia, il giornalista è morto lo scorso dicembre a 83 anni. E ora l’Fbi vuole
i suoi documenti, per vedere se alcuni sono coperti dal segreto di Stato.
I documenti. I vari cartoni di Anderson, pieni di fogli accumulati in sessanta anni di carriera,
sono stati consegnati mesi fa alla George Washington University, com’era desiderio
del giornalista. Ma l’Fbi non vuole che diventino di dominio pubblico, e per questo
qualche mese fa alcuni agenti federali si sono presentati a casa della vedova.
La signora Anderson, 79 anni, ha firmato un’autorizzazione che permette all’Fbi
di intraprendere la ricerca. Secondo il figlio Kevin, un avvocato che negli ultimi
anni curava gli interessi del padre, gli agenti avrebbero fatto credere alla vedova
di essere parenti di Anderson. Ma la famiglia ora oppone resistenza, sostenuta
dalla stampa statunitense.
Le polemiche. La vicenda ha riaperto il dibattito sull’intrusione del governo nella privacy
dei cittadini. Alcuni giornalisti e avvocati sostengono che questo è l’ennesimo
segno del tentativo dell’amministrazione Bush di intimidire chiunque sia in possesso
di informazioni scomode. “L’Fbi sta rovistando in una tomba per mettere le mani
su informazioni segrete”, accusa James Goodale, avvocato del New York Times ai tempi del Watergate. Ma l’Fbi nega. “Gli animi si sono un po’ surriscaldati”,
ha spiegato John Miller, un portavoce del bureau. “Credo che un certo numero di giornalisti voglia far passare l’idea di un duello
tra i cattivoni dell’Fbi e la libertà di stampa garantita dal primo emendamento.
Ma non ha niente a che fare con questa vicenda”. Il punto, spiega Miller, è che
quei documenti potrebbero essere delicati dal punto di vista della sicurezza nazionale.
“Se la George Washington University li rende pubblici, una spia straniera potrebbe
rovistare tra quei fogli. Abbiamo a che fare con del materiale che deve essere
protetto”. In particolare, nei fogli di Anderson ci sarebbero dei documenti che
potrebbero far luce su un caso attuale di spionaggio riguardante alcune lobby
pro-israeliane.
La battaglia legale continua. La famiglia del premio Pulitzer non capisce bene cosa ci possa essere di tanto
attuale in quelle casse, anche perché dal 1986 – quando gli fu diagnosticato il
morbo di Parkinson – Anderson aveva avuto un ruolo molto meno attivo nella ricerca,
pur mantenendo la sua storica rubrica “
Washington merry-go-round” (la giostra di Washington). Per la questione degli agenti-parenti, Miller sostiene
che si tratta di un malinteso, anche perché uno di essi si chiamava davvero Anderson.
“Nella conversazione con la vedova, la signora ha fatto delle domande su questioni
genealogiche e si deve essere fatta l’idea che gli agenti fossero dei lontani
cugini”, ha raccontato il portavoce. Intanto, la battaglia legale continua, con
chissà quali segreti in ballo. “La principale preoccupazione di chi mette sotto
segreto i documenti non è la sicurezza nazionale, ma il trovare qualcosa che sia
imbarazzante per il governo”. Lo scrisse diciassette anni fa Erwin Griswold, avvocato
dell’amministrazione Nixon che contestava la pubblicazione dei
Pentagon Papers.