testo e foto di
Emanuela Zuccalà
«Tutta la nostra vita ruota attorno a
Chernobyl. Dov’eri in quel momento, a quale distanza dal reattore
vivevi? Cos’hai visto? Chi è morto? Chi è andato via? Per dove?...
Ormai Chernobyl ci accompagna ovunque…».
Svetlana Aleksievic, Preghiera per Chernobyl (edizioni e/o)
Il 26 aprile del 1986 esplodeva il quarto reattore della centrale
nucleare di Chernobyl, in Ucraina, a 110 chilometri da Kiev e a 30 dal
confine bielorusso.
La Tass, l’agenzia di stampa sovietica, comunicò la
notizia al mondo solo due giorni dopo, insabbiando la portata
devastante della catastrofe: 250 milioni di curie che ricoprirono di
radioattività 145 mila chilometri quadrati fra Ucraina, Bielorussia e
Russia, abitati da dieci milioni di persone. A vent’anni dal più grave
incidente nella storia del nucleare civile, centinaia di migliaia di
persone continuano a vivere nelle aree contaminate, soprattutto in
Bielorussia, il paese che ha ricevuto il 70 per cento del fall-out
radioattivo. Si nutrono di prodotti contaminati da cesio 137 e stronzio
90, hanno occupato le case lasciate vuote e spettrali da chi ha
preferito andarsene altrove, rischiano leucemie e tumori alla tiroide.
Per tutti, qui, Chernobyl è un punto di non ritorno che si fatica
ancora a comprendere. Un destino sbagliato e definitivo. Cominciato un
giorno che nessuno riesce a dimenticare.
Galin Mokanu, contadina a Homenki, provincia di Narovlja, Bielorussia.
«Il 26 aprile del 1986 avevo dieci anni e abitavo nel villaggio di
Omilkovscina. Non sapevamo niente di quello che era accaduto alla
centrale nucleare. Io lavoravo nell’orto come ogni giorno, dopo la
scuola. Il 4 maggio ci hanno detto che dovevamo andare in una casa di
cura, e il giorno dopo sono partita con la maestra e i compagni di
scuola: ci hanno portati a Gomel, e poi a Minsk, e in Crimea. Appena
fuori dal villaggio c’era un negozio abbandonato, abbiamo preso tutto
ciò che potevamo: patate, mele, carne, formaggio… Noi bambini
piangevamo: ci dicevano che non saremmo più tornati a casa perché noi
eravamo puliti e i nostri genitori erano sporchi. Invece sono tornata
il 15 novembre. Nel nostro orto hanno trovato una macchia di
radioattività fortissima, ecco perché io ero la bambina più malata
della scuola. Mi hanno misurato le radiazioni e avevo 1.549
milliroetgen, ricordo ancora il numero. Per anni ho passato le estati
in una casa di cura al nord. Omilkovscina adesso è disabitato, sta
nella zona evacuata: è rimasto solo il cimitero. Sono tornata una
volta, volevo rivedere la mia casa, ma ho trovato solo un pezzo di
muro. Mia madre è morta a 44 anni, io mi sono trasferita a Homenki
perché c’è lavoro: siamo solo in 30, la gente è andata tutta via perché
i boschi sono contaminati. Ho tre noduli alla tiroide. Ho avuto due
figli, Natalja e Dimitri, e ne ho persi tre: con il primo ho abortito,
e di due gemell: uno è nato morto e l’altro se n’è andato a cinque
mesi. Natalja ha problemi di stomaco, Dimitri sente dei rumori al
cuore. Ma stiamo bene qui, avremmo solo bisogno di una casa più grande.
Abbiamo fatto domanda al governo».
Juri Vitalievic Dmitriev, primario di chirurgia pediatrica all'ospedale di Gomel,
Bielorussia. «Il 26 aprile del 1986 lavoravo in questo ospedale da quattro anni. A
Gomel c’era un vento forte che sollevava polvere, non si vedeva niente,
ma tutti pensavamo che non fosse nulla di strano. Il giorno dopo in
ospedale è arrivato un uomo dalla zona di Chernobyl, un pompiere. Aveva
preso il treno per Mosca, scappava, ma a Gomel si è sentito male, è
sceso alla stazione e ha vomitato. Qualcuno ha chiamato il pronto
soccorso e l’hanno portato qui. L’uomo ha raccontato al medico di turno
che c’era stata un’avaria alla centrale atomica di Chernobyl, allora il
medico ha telefonato alle autorità locali chiedendo se fosse vero, ma
quelli lo hanno zittito in malo modo: “Tu pensa a fare il tuo lavoro”,
gli hanno detto, “e non andare in giro a raccontare frottole”. Dieci
giorni dopo è arrivata l’informazione ufficiale. Abbiamo dimesso gli
ammalati meno gravi perché hanno cominciato ad arrivare gli abitanti
dei villaggi del sud, le zone che ora sono evacuate. Li spogliavamo, li
lavavamo a lungo sotto la doccia, gli davamo lo iodio e dei vestiti
nuovi. Quelli vecchi li buttavamo via, non so dove. Sono rimasti qui
una settimana, nessuno di noi sapeva dove li mandavano dopo, ma
dicevano che per loro non c’era più pericolo di radiazioni. Questo
ospedale era uno dei più grandi vicino alla centrale di Chernobyl, ma
da qui non è passato nessun liquidatore: li portavano direttamente a
Mosca. Un giorno ho voluto misurare il livello di radiazioni sul mio
corpo: a Gomel c’era un solo posto di controllo, la coda era
interminabile. Due settimane sono riuscito a entrare, e quando mi sono
avvicinato al dosimetro, ha preso a suonare così forte che ho avuto
paura, sono corso a casa a lavarmi e ho buttato via i vestiti. Volevo
portare lontano i miei figli, il maschietto di due anni e la
femminuccia neonata, ma i miei capi all’ospedale non me l’hanno
permesso. Io insistevo: “Torno presto, voglio solo portare la mia
famiglia fuori dalla regione,e torno subito a lavorare”. Hanno detto di
no. Siamo rimasti tutti qui».
Nadiesda Bronova, maestra in pensione a Dubovy Log, provincia di Dobrush, Bielorussia. «Abbiamo saputo dell’avaria il 5 maggio 1986, dalla radio, ma non ci
siamo mai spostati dal villaggio, anche se da tempo è considerato zona
disabitata e c’è il posto di blocco militare a due chilometri da qui.
Il 7 maggio è arrivato il servizio d’igiene del governo. Ci dicevano
«Non uscite di casa, chiudete bene le finestre, non bevete acqua del
pozzo e non coltivate più il vostro orto». Controllavano i livelli di
radioattività nel nostro corpo. Il mio era alto, sì, ma non ricordo di
preciso. Hanno portato via i bambini per tutta l’estate, nel Caucaso.
Io ho avuto un grande stress psicologico, ma nel fisico non ho mai
avuto problemi, né io né la mia famiglia. Sì, all’inizio pensavamo di
andarcene lontano, ma poi abbiamo saputo che tutti quelli che si erano
trasferiti per paura della radiazione non avevano trovato lavoro, non
si erano ambientati in città, e allora perché ammalarsi di nostalgia e
di stress? Noi amiamo troppo la nostra terra».
Professor Victor Homic, esperto di scienze ambientali. università di Gomel, Bielorussia.
«Nell’86 lavoravo a Grodno, al nord. Il 27 aprile sono entrato nel mio
laboratorio e ho acceso gli strumenti per rilevare la radioattività
perché, confusamente, avevo già sentito da una radio straniera che era
accaduto qualcosa a Chernobyl. La radioattività era elevatissima, e
Grodno sta a 700 chilometri dalla centrale: ho subito pensato che
poteva essere la più tremenda catastrofe ambientale del ventesimo
secolo. L’informazione ufficiale mi è arrivata solo alle 8 di mattina
del 28 aprile, ma era molto difficile valutare subito le conseguenze
del disastro e le misure da prendere: c’era una grave carenza di
strumenti e di specialisti in grado di misurare e definire gli isotopi
radioattivi fuoriusciti dal reattore 4, di rilevare i danni sul terreno
e di tracciare una mappa degli elementi caduti per fare una prognosi
nel lungo periodo. Allora lavoravo all’Accademia delle scienze della
Bielorussia, e dal 7 maggio sono stato chiamato a fare rilevazioni
nella zona della centrale, in un raggio di dieci chilometri: dovevo
mappare la regione di Gomel pezzo a pezzo e individuare la
concentrazione di cesio 137 e stronzio 90. A settembre ho presentato la
mia relazione al governo dell’Unione Sovietica: i funzionari non
volevano capire la gravità dell’evento, io cercavo di spiegare il
pericolo ma nessuno mi ascoltava. Eravamo circondati da scienziati
incompetenti. Anche la somministrazione di iodio 129, che contrasta lo
iodio 131 sprigionato dall’esplosione, è cominciata troppo tardi:
bisognava darlo nella prima settimana dopo l’incidente, per evitare i
problemi alla tiroide che poi hanno colpito un terzo dei bielorussi.
Invece le autorità hanno aspettato maggio, quando ormai era tardi, e
hanno continuato a somministrare iodio 129 fino a dicembre, quando era
già inutile. Anche la città di Pripyat, quella accanto alla centrale, è
stata evacuata solo 36 ore dopo l’avaria: c’erano tutti i mezzi per
farlo alle otto di mattina, perché li hanno lasciati lì tante ore? Le
informazioni erano segrete: il pericolo andava comunicato solo alle
popolazioni che abitavano vicino alla centrale, per il resto avevamo
l’ordine di non far trapelare nulla. Ma del resto tutti i governi
raccontano frottole al loro popolo. Perché il nostro avrebbe dovuto
comportarsi diversamente?».
Evgenia Dmitrivna Partiko, direttrice della scuola di Kirov, provincia di Narovlja, Bielorussia. «La mattina del 26 aprile del 1986 faceva caldo, eravamo tutti fuori –
io, i miei genitori, i miei fratelli, mio marito – e stavamo costruendo
un tavolo per mangiare all’aperto. All’improvviso è arrivata una nuvola
scura e ha cominciato a piovere: una pioggia calda, con grandi gocce.
“Guardate com’è bella”, diceva mio padre, e tutti stavamo lì a
prenderla, contenti. Sarà durata venti minuti, poi è tornato il sole e
ricordo che sentivo troppo caldo, non stavo bene, saliva tanto calore
dalla terra. A quell’epoca tanti giovani di Kirov si erano trasferiti a
Pripyat, la città vicino alla centrale atomica, per lavorare come
cuochi, spazzini, camerieri: c’era tanto bisogno, là. Ci abitavano più
di 45 mila persone. Subito dopo il 26 aprile è tornata qui una donna,
coi suoi figli, portando da Pripyat dei bellissimi tappeti. Li aveva
stesi in giardino, e io mi ricordo che ci passavo davanti con la
bicicletta e pensavo: “Ma guarda che bei tappeti ha questa signora, si
vede che a Pripyat la gente diventa ricca”. Si è ammalata subito, è
morta cinque anni fa ma era come se fosse morta da tanto tempo. La
gente che arrivava da Pripyat diceva che c’era stato un incendio alla
centrale, che stavano evacuando la città, ma nessuno sapeva niente di
preciso.
Il primo maggio ancora non era arrivata l’informazione ufficiale, ma
avevano già cominciato a darci le pastiglie di iodio. Il 5 maggio hanno
cominciato a evacuare i bambini, e noi maestre insieme a loro. C’era
una grande confusione, arrivavano i pullman e caricavano i bambini:
alla fine ci hanno portati a Korma, vicino Dobrush: una zona
contaminatissima, ma allora nessuno lo sapeva. Abbiamo vissuto un mese
e mezzo in palestra. Quando hanno saputo che lì le radiazioni erano
alte ci hanno trasferiti a Grodno, al nord: avevamo ammassato i letti
nelle scuole. I bambini sono tornati a casa a piccoli gruppi, e io ho
rivisto Kirov solo il 15 agosto, con gli ultimi bambini. Al villaggio
ho rivisto un vecchio compagno di scuola, si chiamava Ivan Aristov: da
tempo si era trasferito a Minsk e lavorava nell’esercito chimico, così
era stato richiamato per fare il liquidatore alla centrale di
Chernobyl. Mi ha raccontato che indossavano le tute protettive e
avevano solo cinque minuti per correre sul tetto del reattore e buttare
dei pezzi di cemento sul fuoco. Dicevano loro: “Se impiegate più di
cinque minuti a correre sul tetto, ci sarà pericolo per la salute.
Quindi correte”. Ivan era così allegro, una bravissima persona… E’
morto tre anni dopo l’avaria: era diventato tutto calvo, la pelle si
staccava, le ossa si fratturavano come quelle di un vecchio e lui
cadeva in continuazione. Quando gli hanno detto che la sua tomba
sarebbe stata accanto al negozio di alimentari, ha sorriso: “Sono
contento, così vi guarderò tutti quando andate a fare la spesa”».
Simeon Michailovic Stein.responsabile delle relazioni esterne alla centrale nucleare
di Chernobyl, Ucraina. «Gliel’ho detto, non lavoravo ancora qui il 26 aprile del 1986, però
conosco bene le persone che hanno partecipato alla liquidazione
dell’avaria, e sono tutti degli eroi. Mi hanno chiamato a lavorare alla
centrale di Chernobyl solo due anni dopo, in qualità di meccanico
specializzato nei sistemi di gestione dei reattori nucleari. Il 26
aprile del 1986 ero al nord, lontano, in Siberia: ho saputo dall’avaria
mentre viaggiavo in aereo, l’informazione mi è arrivata dagli altri
viaggiatori che forse la avevano sentita per radio… Poi il governo
dell’Urss mi ha mandato qui per aiutare nei lavori di liquidazione, e
sono rimasto. Mi sono trasferito a Slavutic, una città costruita a 60
chilometri dalla centrale per i lavoratori: oggi siamo 3.600, stiamo
costruendo dei depositi di stoccaggio per le scorie radioattive. Solo
l’anno scorso sono arrivate 400 delegazioni dall’estero, cioè più di
mille persone. E noi siamo sempre felici di dare le informazioni
necessarie. Se c’è pericolo qui, dove stiamo parlando ora, a meno di un
chilometro dal sarcofago che ricopre il quarto reattore? No, non c’è
alcun rischio per la salute. Perché? Dovrei farle una lezione di sei
ore per spiegarglielo, sono discorsi molto complicati. Si fidi di
quello che le dico».
Valentina Kerienko, presidente del consiglio dei Kolchos a Dubovy Log, provincia
di Dobrush, Bielorussia. «Più che il 26 aprile dell’86, ricordo la grande confusione dei primi
anni dopo l’avaria. Ma pian piano la gente si è tranquillizzata, tutto
è tornato normale, ognuno ha la sua vita. I cereali che coltiviamo nel
kolchoz servono solo per nutrire le bestie. Due volte l’anno portiamo
il latte a controllare, al Centro di protezione e igiene del popolo che
sta al mercato di Dobrush, e spesso non risulta contaminato. Sì, a
volte pensiamo che forse qui c’è pericolo di radiazioni, ma non esiste
una soluzione. Cerchiamo di non mangiare i funghi e i frutti di bosco.
Andare via? Ma dallo stress nervoso derivano tutte le malattie,
sicuramente più che dalla radiazione. Io ho già dovuto lasciare il mio
villaggio di origine, Demianky, perché era troppo contaminato. Gli
esperti di radiologia di Gomel ci hanno detto che qui a Dubovy Log il
livello di contaminazione va da 15 a 40 curie, molto alto, e che qui la
presenza di cesio e stronzio è forte. Ma cosa possiamo farci? Prima lo
Stato ci dava fino a due terzi di stipendio in più, oggi ci passa 40
mila rubli l’anno (20 dollari, ndr) per le cure mediche, e ognuno di
noi ha ottenuto un appartamento in città, a Dobrush, che naturalmente
abbiamo regalato ai nostri figli perché noi non ci muoviamo da qui. In
fondo qualche privilegio lo abbiamo…».
Andrej Mokanu, immigrato moldavo, direttore di stalla a Homenki, provincia di
Narovlja, Bielorussia. «Il 26 aprile del 1986 avevo quattordici anni e abitavo a Gojyneste, un
villaggio della Moldavia. Una notte sono arrivate delle persone e hanno
portato via mio padre per farlo lavorare come liquidatore a Chernobyl.
Doveva guidare i camion che evacuavano la gente da Prypiat, e
raccontava che prima di ogni viaggio gli davano un bicchiere di vodka
dicendo che l’alcol non fa passare la radiazione nel corpo. Tornato dal
terzo viaggio gli sono caduti i capelli e tutti i denti. È morto un
anno dopo. Nel 1988 sono venuto a Homenki perché ho trovato lavoro in
una stalla e mi sono sposato con Galina. Qui si sta bene, c’è lavoro,
adesso sono direttore di due stalle e ho anche comprato la macchina. Il
governo ci dice di uccidere cinghiali e lupi ma di non mangiarli... Nel
1990 ho fatto il servizio militare a Braghin, facevamo la guardia alle
zone evacuate: lo Stato mandava via la gente dalle case e loro volevano
tornare. Noi dovevamo tenerli lontani, soprattutto gli anziani, che
erano quelli che insistevano di più per passare. Tanti riuscivano a
tornare di nascosto. Anche a me, dopo, sono caduti i denti».
Tamara T. studentessa all'università di Gomel. Senza cognome o fotografia: suo
padre lavora per il governo. «Il 26 aprile del 1986 avevo un anno e
mezzo, non ricordo nulla se non quello che poi mi ha raccontato mia
madre. C’era tanto vento e nessuna nuvola, la gente stava fuori,
all’aperto, prendendosi tutte le radiazioni che arrivavano dalla
centrale di Chernobyl. Non sapevano nulla. Dieci anni dopo, sia io che
i miei coetanei abbiamo cominciato ad avere problemi di tiroide: ho
letto che un quinto dei bambini nati nel mio anno si sono ammalati, in
Bielorussia. A me è venuto il cancro, avevo nove anni. Ricordo che ero
sempre stanca, non volevo fare nulla se non dormire. Mia madre mi ha
fatta visitare all’ospedale di Gomel, e i dottori le hanno detto: “Non
si preoccupi, la bambina non ha niente. Le dia una pillola di iodio
ogni giorno, per un anno, e tornerà vivace come prima”. Mia madre non
ci credeva, consultò un altro specialista ma di nuovo sembrava tutto a
posto. Il terzo dottore, finalmente, ha notato che qualcosa non andava
e ci consigliò di andare a Minsk, la capitale, perché mi visitassero
degli specialisti più competenti. A loro è bastato guardarmi per dire
che dovevo farmi operare il prima possibile, avevo già parecchie
metastasi. Dopo l’intervento mi hanno fatto la radioterapia: in tutto
lo Stato, per me, ha speso 280 mila dollari. Sono stata fortunata:
tanti miei coetanei sono morti di cancro alla tiroide, o hanno avuto la
leucemia… Sono stata nove volte in Italia, da una famiglia del sud, e
questo di certo mi ha aiutata a non accumulare radiazioni. Sono stata,
e sarò sempre, una bambina di Chernobyl: questo mi ha sempre messo
tristezza, mi ha fatto sentire una diversa. Mi sono appena sposata, ho
una bimba bellissima di pochi mesi, si chiama Katerina ed è nata sana.
Sapevo che rischiavo anch’io, come tanti che hanno avuto problemi di
tiroide, di restare sterile o di avere brutte conseguenze in
gravidanza. Invece… In gravidanza ero paranoica, mi sono sottoposta a
mille analisi, e alla fine è andata bene. Avrei voluto far nascere mia
figlia in un luogo diverso, in un altro paese: qui il governo non ci
rivela i dati veri sulla contaminazione del territorio. Dopo la laurea
farò di tutto per guadagnarmi un dottorato in Italia. Qui non si può
vivere».