25/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Spacciatori, madri di famiglia e nazionalisti nel mirino dei Border Patrol statunitensi
Un fiume, il Rio Bravo, azzurro come il cielo, attraversa un paesaggio dove il deserto e decine di cactus ricordano a chi guarda la scena che ci si trova al confine fra il Messico e gli Stati Uniti.
In una sponda del Rio Bravo il nulla, nell’altra un cartello bucherellato dai colpi di fucile con un’enorme bandiera americana disegnata indica che ci si trova negli Usa. Una freccia segnala anche dove si trova l’ufficio per gli affari sociali.
 
La schermata iniziale del videogiocoNarcos. Tutto a un tratto compaiono degli uomini che, molto velocemente attraversano il fiume. Si distinguono nettamente degli zaini sulle loro spalle. Si capisce dai loro volti che sono cittadini sud americani o addirittura emigranti messicani. Il sombrero, il colore della pelle e i baffi tipici dei messicani danno conferma di tutto questo. Dallo zaino che portano sulle spalle sporgono decine di piantine verdi, sicuramente di marijuana. A fermarli, bloccando anche il traffico di stupefacenti, ci pensa un colpo di fucile sparato dall’alto di una collinetta da un Border Patrol. Il sangue esce copioso dai corpi lacerati di questi uomini, che inevitabilmente muoiono nel bel mezzo del deserto senza riuscire a portare a termine il loro compito.
 
Il titolo del videogioco è Border PatrolPolleros o madre di famiglia? Poco dopo la scena è sempre la stessa, cambiano solo gli interpreti. Questa volta a correre attraverso il fiume è una donna. In evidente e avanzato stato di gravidanza tiene per mano altri due bambini. Si potrebbe trattare di una trafficante di bambini, un polleros. Oppure di una semplice madre di famiglia con figli (entrambi stereotipi messicani). Anche in questo caso la sua vita è destinata a finire in maniera tragica. E non solo la sua. Decine di colpi di fucile falciano la speranzosa corsa della trafficante che, esanime, cade a terra. Insieme a lei i corpicini di due bambini: un neonato con il pannolino e un bambino più grandicello con l’immancabile sombrero che ne caratterizza la provenienza. Tutt’intorno una pozza di sangue. Nemmeno loro sono riusciti nell’intento di raggiungere gli Usa. Anche loro sono caduti sotto i colpi dei Border Patrol.
 
Una scena del videogiocoNazionalisti messicani? Infine loro, i messicani in generale, portatori sani di delinquenza di ogni tipo. Armati di pistole e di bandiera nazionale messicana entrano in territorio Usa con delle vere e proprie scorribande, degne dei migliori film di Bud Spencere e Terence Hill. La loro fine è segnata come quella delle persone che li hanno preceduti. Raffiche di mitra trapassano i loro corpi, il sangue macchia le poche pietre che giacciono nel terreno desertico. Le armi che posseggono non sono sufficienti per riuscire a combattere contro le forze dell’ordine di frontiera. Inevitabilmente dovranno morire, per il bene degli Usa e la sicurezza nazionale.
 
Il vero muro che separa Stati Uniti e MessicoE’ solo un gioco. E’ raccapricciante tutto questo. Soprattutto se si pensa che si tratta solo di un nuovo video gioco di cattivo gusto, molto realistico e alquanto inquietante, che gira in rete da qualche tempo.
Il video gioco, in formato Flash facilissimo da scaricare, si chiama Border Patrol, come le forze dell’ordine statunitensi di frontiera. Lo scopo è quello di ammazzare chiunque cerchi di passare clandestinamente il confine che separa i due paesi, soprattutto i cittadini messicani. Secondo quanto riportato dal sito internet di Punto Informatico, il videogioco, potrebbe essere stato inventato da alcuni ragazzi militanti nei gruppi politici dell’estrema destra made in Usa.
Secondo quanto affermato da Francisco Estrada, direttore di Mexican American Legal Defense and Educational Fund, questo gioco si sarebbe diffuso negli ultimi mesi, da quando il clima intorno alla questione dei clandestini è diventato rovente e sono iniziate le manifestazioni contro la politica statunitense, molto rigida in materia di immigrazione.
Questo videogioco non fa altro che diffondere una cultura sbagliata, incentrata sull’odio e sul razzismo rendendo ‘normali’ dei fatti tragici che quotidianamente stravolgono la tranquillità del deserto fra Stati Uniti e Messico.
Dunque, dopo i videogiochi dove il giocatore interpretava un membro del Kkk (Ku Klux Klan) e doveva uccidere cittadini ebrei, e quelli dove il giocatore si impegnava a combattere i narco trafficanti colombiani, ecco il nuovo passatempo degli estremisti di destra Usa, la caccia al messicano.
 

Alessandro Grandi

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