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Aprire le
porte. Sono circa 4mila gli ebrei sefarditi (quelli di origine spagnola che, dopo la
cacciata
del 1492, si dispersero in Europa e in Africa del nord) che vivono ancora in
Marocco e l’occasione per aprire la loro casa a tutti i musulmani è la festa di
Mimouna, quella che segna la fine della Pesach, la Pasqua ebraica. Gli ospiti
sono accolti da tavole imbandite secondo un antico rituale che prevede una
tovaglia bianca, riccamente addobbata con fiori e spighe di grano, sulla quale
fanno bella mostra di loro recipienti ricolmi di latte, burro, farina, uova,
miele, frutta, nocciole, torte, caramelle, 5 datteri, vino e le muffaleta,
dolci simili alle crépes, da mangiare calde con il burro e il miele. Gli ospiti
saranno ricevuti con il saluto tradizionale: "Tarbah, Alallah Mimouna, Ambarka
Mas'uda", che
significa ‘che ci siano prosperità e felicità’ . Le origini di questa festa non
sono molto chiare. Secondo una corrente di pensiero, la festività deve il suo
nome al vocabolo ebraico-aramaico ‘mammon’, che significa ‘ricco, prospero’, e
in questo senso la festività è un momento di buon augurio e di felicità che le
due comunità si scambiano. Secondo un’altra ipotesi, il termine Mimouna deriva
dal nome grande filosofo ebreo Maimonide, vissuto a Fez, in Marocco. La
festività coinciderebbe quindi con la data della morte o della nascita
dell’intellettuale, simbolo di convivenza culturale tra ebrei e musulmani.
Altri ancora sostengono che derivi dalla parola araba che significa fortuna. Ma
in fondo l’origine della festa passa in secondo piano rispetto all’esempio di
convivenza e rispetto, di condivisione e fratellanza interreligiosa. La festa
è
solo il simbolo della convivenza tra ebrei e musulmani in Marocco che, per
ovvii motivi, va ben aldilà della ricorrenza del Mimouna. La comunità ebraica
marocchina è la più grande di quelle dei paesi islamici, anche perché è quella
che
vive la situazione più serena. La comunità di ebrei sefarditi in Marocco ha una
storia antica e anche coloro che hanno abbandonato il Marocco per raggiungere
Israele hanno mantenuto un forte legame con la terra d’origine. In
contemporanea, la festa di Mimouna si celebra anche in Israele, dove è
diventata una sorta di festa nazionale e un’occasione per una gita fuori porta.
Combattere il terrore.
La vita degli ebrei in
Marocco però non è tutta in discesa, anzi. La convivenza secolare non
ha
evitato momenti di tensione e di scontro, che sono diventati più aspri
dopo la
nascita dello stato d’Israele nel 1948. Molti marocchini, come in tutti
i paesi
islamici, non hanno salutato con favore l’evento e le comunità ebraiche
in giro
per il mondo arabo e islamico hanno vissuto momenti molto duri. L’esodo
verso
Israele ha ridotto significativamente la presenza ebraica in nord
Africa, ma la
comunità marocchina è rimasta quella più numerosa, segnale di un
rapporto meno
conflittuale che altrove o anche grazie all’impegno che la famiglia
reale del
Marocco ha sempre profuso per il rispetto della comunità ebraica nel
Paese. Il
momento più duro degli ultimi anni per i marocchini di religione
ebraica è
stato il 2003. Il 16 maggio di quell’anno, a Casablanca, 14 attentatori
suicidi si fecero esplodere colpendo cinque obiettivi, per
lo più ebraici. Le
esplosioni, che causarono la morte di 45
persone, avvennero al consolato belga e al vicino ristorante ebraico
(forse il vero obiettivo), il circolo dell'Alleanza israelita, l'hotel Farah Maghreb e il
centro culturale spagnolo. Già nel 1994, il fondamentalismo islamico aveva
progettato un attentato contro la sinagoga di Casablanca, ma all’ultimo momento
l’attacco era fallito per il ripensamento di un attentatore, ma il 2003 ha segnato
un momento di grande paura per la comunità ebraica in Marocco. I problemi
restano e sono anche tanti, ma la festività di Mimouna resta un simbolo di
come si possa convivere in pace, aprendo le porte di casa agli ‘altri’, senza
permettere, a coloro che diffondono la cultura dell’odio, di vincere. Christian Elia